La fase di appello del cosiddetto caso Becciu, il processo penale più complesso e controverso celebrato in Vaticano negli ultimi tempi, ha posto al centro del dibattito una questione particolarmente delicata: il ruolo del papa Francesco nell’approvazione di norme eccezionali che avrebbero condizionato in modo decisivo lo sviluppo del processo.
Il processo, iniziato nel 2021, ha esaminato presunte irregolarità in un’operazione immobiliare a Londra che ha causato perdite milionarie alla Segreteria di Stato. La sentenza, emessa a dicembre del 2023, ha rappresentato una tappa storica culminando con la condanna del cardinale Angelo Becciu, la prima di un porporato in un tribunale penale vaticano. Da allora, la causa non ha smesso di generare controversie.
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Decreti papali non pubblicati durante il processo
Nelle udienze di appello celebrate tra il 3 e il 5 febbraio, la difesa di Becciu e del resto dei condannati ha centrato la sua strategia nel denunciare che il processo è stato viziato fin dall’inizio. Secondo quanto riportato da Rome Reports, uno dei punti chiave è l’esistenza di decreti firmati dal papa Francesco durante l’istruzione del processo, che hanno modificato norme processuali essenziali.
Secondo la difesa, questi decreti non sono stati pubblicati ufficialmente né comunicati agli accusati, il che ha impedito loro di conoscere le regole reali sotto cui stavano sendo giudicati. Questa circostanza, sostengono, ha violato garanzie fondamentali del diritto di difesa e ha alterato l’equilibrio processuale.
L’accusa ha difeso la validità dei decreti sostenendo che il Papa ha piena potestà legislativa nello Stato della Città del Vaticano e che la non pubblicazione ha risposto a motivi di sicurezza, una pratica che —affermano— non sarebbe inedita nella storia recente della Santa Sede.
Autorità pontificia o strumentalizzazione?
La questione posta nell’appello va oltre la legalità formale. L’interrogativo centrale è se il papa Francesco ha firmato quei decreti con piena consapevolezza del loro impatto concreto su un processo penale in corso, o se ha agito sulla base di informazioni parziali fornite da chi promuoveva l’accusa.
Non si tratta di mettere in dubbio l’autorità del Romano Pontefice, ma di determinare se quell’autorità è stata utilizzata in modo strumentale, influenzando l’imparzialità del processo. La difesa sostiene che il Papa potrebbe essere stato indotto ad approvare norme eccezionali senza una visione completa delle loro conseguenze giuridiche.
Un processo indebolito da decisioni successive
L’appello si svolge inoltre in un contesto poco favorevole per l’accusa. Il procuratore vaticano Alessandro Diddi ha tentato di ricorrere contro le condanne considerando che alcune pene erano troppo miti, ma il suo ricorso è stato respinto per un difetto formale nei termini, il che ha chiuso definitivamente qualsiasi possibilità di aggravarle.
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Questo revés ha lasciato gli accusati in una posizione processuale chiara: nell’appello è possibile solo una riduzione o annullamento delle pene, non il loro inasprimento. Poco dopo, a gennaio, lo stesso procuratore ha presentato le sue dimissioni, un fatto che aggiunge ulteriori interrogativi sulla conduzione del caso.
A questi episodi si aggiungono altre incidenze processuali registrate nel corso della procedura, come udienze sospese inaspettatamente e decisioni che hanno alimentato la percezione di un processo improvvisato e giuridicamente fragile.
L’intervento del papa Leone XIV
Di fronte alla gravità delle questioni poste, la difesa ha richiesto l’intervento del papa Leone XIV per chiarire come e in quale contesto sono stati approvati i decreti firmati dal suo predecessore, e per delimitare con chiarezza il rapporto tra l’autorità pontificia e l’azione dei procuratori e dei giudici.
Ciò che è in gioco non è solo il destino giudiziario del cardinale Becciu, ma la credibilità del sistema di giustizia vaticano e il modo in cui è stata esercitata l’autorità papale durante il pontificato di Francesco in un processo penale senza precedenti.
Un processo sotto revisione
Concluse le udienze, la Corte d’Appello del Vaticano si trova ora in fase di deliberazione. Dovrà decidere se i decreti papali sono stati legittimi nella loro applicazione concreta, se il processo ha rispettato le garanzie fondamentali e se la sentenza di primo grado può reggere o deve essere corretta in modo sostanziale.