«La corruzione è peggio del peccato»

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«La corruzione è peggio del peccato»

Questa settimana, la Insigne e Nazionale Basilica di Guadalupe è tornata sui titoli non per la devozione di milioni di pellegrini, ma per una decisione interna dell’arcivescovo primate del Messico nel reintegrare il rettore e restituirgli la titolarità come vicario episcopale della prima zona pastorale. La misura è stata comunicata verbalmente al capitolo guadalupano, senza successive spiegazioni pubbliche.

La decisione ha voluto chiudere un capitolo aperto nel settembre 2025, quando lo stesso arcivescovo lo aveva rimosso con decreto a seguito di accuse di gravi irregolarità nella gestione pastorale e amministrativa. C’è stata un’indagine canonica preventiva, un audit esterno per chiarire la gestione opaca delle risorse, possibili riciclaggi di denaro e comportamenti lesivi. Il rettore della Basilica è rimasto assente per mesi. Ora torna senza che siano stati resi pubblici i risultati dettagliati dei procedimenti né una spiegazione chiara ai fedeli. L’opacità è, di per sé, uno scandalo.

Nessuno mette in dubbio la presunzione di innocenza. Tuttavia, risulta incomprensibile che in un santuario che custodisce l’ayate della Vergine di Guadalupe e accoglie decine di milioni di fedeli all’anno, si verifichino situazioni di tale portata e scandalo. Un luogo che non è né un’azienda né una banca, ma epicentro di fede per il Popolo di Dio, non può essere gestito come uno studio chiuso o una cassa in cui alcuni mettono mano per benefici o attività di cui si sa poco su cosa consistano.

Qui risiede la gravità profonda della corruzione ecclesiale. Papa Francesco, nella sua meditazione del 3 aprile 2017, ha spiegato con chiarezza che la corruzione è peggiore del peccato. Mentre il peccatore riconosce la sua caduta, chiede perdono e può ricevere misericordia, il corrotto si installa in una doppia vita: “il peccato entra, entra, entra nella tua coscienza e non ti lascia spazio nemmeno per l’aria”. Crede di agire correttamente, si sente impunito e chiude la porta alla grazia. I giudici corrotti del racconto di Susanna e della donna adultera illustrano questa tragedia: perdono la testa per il vizio o per un legalismo rigido che non lascia spazio allo Spirito Santo. Gesù, pienezza della legge, li condanna con durezza e, invece, offre misericordia alla peccatrice: “Neanch’io ti condanno; va’ e non peccare più”.

Quanto sopra avverte quanto possa essere grave un ecclesiastico corrotto che può sentirsi immune dal peccato. Quando questa dinamica tocca la Chiesa, non si tratta solo di possibili reati economici. Si tratta di una ferita che distrugge la credibilità dall’interno, ruba la gioia ai più semplici e lascia cicatrici che impiegano generazioni per guarire.

È necessario esigere ciò che il Vangelo e lo stesso magistero pontificio richiedono: trasparenza radicale, giustizia senza privilegi e verità senza maquillage. La Chiesa ha bisogno di una leadership morale forte, ma non autoritaria né protagonistica. Richiede pastori che riconoscano umilmente errori e colpe quando esistono, che chiedano perdono e riparino.

Non si tratta di cacce mediatiche, ma di autentico servizio. Soprattutto chi porta la mitra, segno del dono dello Spirito Santo per pascere il gregge, è chiamato a essere pastore, non tosatore. L’arcivescovo del Messico, nella fase finale del suo pontificato, ha davanti a sé l’opportunità storica di dimostrare che dà priorità alla credibilità della Chiesa rispetto alla stabilità dei suoi circoli di fiducia. Dimenticare che la mitra è per servire e non per approfittarsene, anche di ciò che è più sacro come l’ayate guadalupano, sarebbe una tragedia spirituale.

Verso i 500 anni delle apparizioni guadalupane nel 2031, urge un’onestà evangelica radicale. È il momento di mostrare al mondo, una volta per tutte, che la Chiesa cattolica privilegia l’essere nella Verità. Non può essere come altre istituzioni che vivono permanentemente segnalate e macchiate dalla corruzione sentendosi immacolate quando non vedono la grande trave che le rende cieche. I fedeli messicani meritano una Basilica pulita, un’amministrazione trasparente e pastori che odorino di pecora, non di interessi e di decomposizione per corruzione. Solo con verità e umiltà si ricostruisce la fiducia. Solo con giustizia si sana la ferita.

Che la Vergine di Guadalupe, che ha calpestato questo suolo per consolare i più umili, illumini i suoi pastori. La Chiesa non si difende con silenzi né con decreti interni, ma con la radicalità di chi sa che solo la verità ci rende liberi. Che la mitra serva per pascere, mai per tosare.

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