Deve essere accettata la rinuncia dell'arcivescovo Carlos Aguiar?

Di fronte alla crisi nella Basilica di Guadalupe, molte domande rimangono senza risposte

Deve essere accettata la rinuncia dell'arcivescovo Carlos Aguiar?

Le dimissioni di padre Efraín Hernández Díaz come rettore della Basilica di Guadalupe, presentate e accettate il 7 giugno scorso, lungi dal chiudere una crisi istituzionale, aprono ulteriori interrogativi sul modo in cui nell’arcidiocesi primaziale del Messico è stato gestito uno dei conflitti più delicati e preoccupanti degli ultimi anni.

Sorge una domanda che viene ripetuta, soprattutto tra il presbiterio arcidiocesano, di fronte alle evidenze e allo scandalo, una domanda centrale che non ha risposta:  Perché si dimette un rettore che appena due settimane prima era stato pubblicamente rivendicato dall’arcivescovo Carlos Aguiar Retes?

 La contraddizione risulta impossibile da ignorare. Le denunce contro Efraín Hernández non sono nate da voci o da campagne esterne; non si tratta di un attacco politico né di atroci aggressioni da parte del potere esterno. La denuncia, in modo insolito, è stata presentata formalmente dall’intero capitolo di Guadalupe, come risulta dal documento firmato da tutti i canonici.

 Di conseguenza, l’arcidiocesi di Città del Messico ha disposto l’apertura di un’Indagine Preliminare, identificata come IP 17/2025, ai sensi del canone 1717 del Codice di Diritto Canonico.

Risulta, come si è continuato a informare in questo blog, che l’indagine non è stata condotta da avversari del rettore né da attori esterni. È stata realizzata dalla stessa Chiesa e, sebbene i risultati non siano stati resi trasparenti, si è potuto sapere che le accuse mosse dal capitolo contro l’ex rettore, salvo una, quella dei legami con la criminalità organizzata, sarebbero state accertate perché è stato messo a rischio e si è perso “il fine pastorale e spirituale” della Basilica.

Secondo le informazioni emerse dal fascicolo, le conclusioni dell’indagine avrebbero indicato fatti gravi. Tra gli aspetti segnalati vi sarebbero decisioni che hanno compromesso la corretta amministrazione patrimoniale del santuario, la cattiva gestione di informazioni e documenti e il mancato rispetto della finalità pastorale dei beni della Basilica. Si menzionano persino sospetti sullo stato emotivo e psicologico del rettore.

Proprio per questo risulta così difficile comprendere quanto accaduto in seguito perché, all’inizio dell’indagine, lo stesso Aguiar Retes ritenne che esistessero motivi sufficientemente seri per imporre misure cautelari ratificate dal vicario generale, oggi vescovo di Cancún-Chetumal, e applicate dal tribunale ecclesiastico del Messico.

Efraín Hernández fu rimosso dalle sue funzioni di rettore e allontanato dalla gestione amministrativa ed economica della Basilica durante lo svolgimento delle indagini. Se non esisteva nulla di grave, perché fu necessario allontanarlo dalle sue responsabilità? E se esistevano elementi preoccupanti, perché in seguito fu reintegrato?

Tuttavia, nell’infausto pentecoste del 24 maggio 2026, l’arcivescovo Aguiar comunicò al capitolo che Efraín Hernández sarebbe stato reintegrato nell’incarico, assicurando che l’indagine non aveva riscontrato nulla di grave. Indicò persino che lo stesso nunzio apostolico aveva incoraggiato a prendere tale decisione.

Quell’affermazione sorprese profondamente i canonici della Basilica, poiché contraddiceva il contenuto dell’indagine condotta dallo stesso tribunale arcidiocesano… Due settimane dopo arrivarono le dimissioni, che non sembrano nemmeno una vera uscita e soluzione alla questione di fondo.

La domanda è inevitabile: come si può parlare di dimissioni quando chi si dimette mantiene di fatto il controllo dell’istituzione? La situazione diventa ancora più delicata perché nessuno ha spiegato pubblicamente il contenuto dell’indagine canonica. Si è persino negato al capitolo stesso l’accesso per conoscere e analizzare le sue conclusioni, pur essendo l’organo che ha presentato le denunce all’origine del procedimento.

Questa stessa crisi è stata alimentata dalla pessima gestione della comunicazione che ha cercato di rivendicare Aguiar come leader che aveva restituito la tranquillità alla Basilica, nulla di più falso.  Nessuno ha chiarito i risultati della revisione contabile esterna condotta da Deloitte. Nessuno ha spiegato le ragioni della reintegrazione. Nessuno ha spiegato le ragioni delle successive dimissioni. E nemmeno perché chi è stato indagato continui di fatto a esercitare il controllo della Basilica mentre si designa il suo successore.

L’accumulo di silenzi ha finito per spostare il centro della crisi. Oggi il problema non è più unicamente Efraín Hernández. Il focus principale si trova sul governo dello stesso arcivescovo Carlos Aguiar Retes.

 Quello che era iniziato come un’indagine su presunte irregolarità amministrative si è trasformato in una crisi di governabilità ecclesiale. L’arcivescovo non è più credibile presso ampi settori del clero e dei fedeli. Ogni giorno che passa senza chiarezza su queste irregolarità alimenta lo scandalo, accresce l’indignazione e approfondisce il danno alla credibilità non solo dell’arcidiocesi di Città del Messico, ma della stessa Chiesa.

Il fatto più grave è che l’arcivescovo Aguiar Retes non solo ha evitato di spiegare le conclusioni dell’indagine. Ha sostenuto pubblicamente una versione che sembra incompatibile con i fatti successivi. Se davvero non esisteva nulla di grave contro Efraín Hernández, risulta impossibile spiegare perché abbia finito per presentare le dimissioni appena pochi giorni dopo essere stato reintegrato. E se invece esistevano elementi preoccupanti, allora risulta ancora più grave che si sia affermato il contrario davanti al capitolo.

In entrambi gli scenari, l’autorità morale del governo arcidiocesano risulta gravemente compromessa. La crisi non ruota più attorno a Efraín Hernández. Il vero problema è l’operato di chi aveva l’obbligo di garantire trasparenza, legalità e credibilità istituzionale. Oggi le domande più importanti non sono più rivolte all’ex rettore della Basilica, ma all’arcivescovo primaziale del Messico e alle ragioni che lo hanno portato a prendere decisioni che sembrano contraddire le conclusioni della stessa indagine che egli stesso aveva autorizzato.

Ogni giorno che passa senza spiegazioni aumenta la percezione che esista un tentativo di proteggere persone piuttosto che chiarire i fatti. E quando la percezione di un insabbiamento sostituisce la trasparenza, il danno istituzionale è solitamente più profondo dello scandalo originario. La domanda inevitabile giunge allora fino a Roma.

La Basilica di Guadalupe non è una qualsiasi parrocchia, è il principale santuario mariano del mondo e uno dei simboli più importanti del cattolicesimo. Sarebbe incredibile pensare che la Santa Sede ignori una situazione che ha generato preoccupazione tra sacerdoti e fedeli. E molti cattolici cominciano a porre domande legittime senza ricevere risposte convincenti.

Se la Santa Sede conosce i risultati dell’indagine, ritiene adeguato il modo in cui è stata gestita questa crisi? E se non li conosce, come è possibile che un conflitto di questa portata non abbia provocato un intervento più visibile?

Carlos Aguiar Retes ha presentato più di un anno fa le sue dimissioni per limite di età, conformemente alle norme della Chiesa.  Di fronte al modo in cui è stato gestito questo caso, sorgono interrogativi ragionevoli sul fatto che le decisioni adottate negli ultimi mesi riflettano la chiarezza, la prudenza e la capacità di governo richieste da quella che un tempo fu una grande arcidiocesi.

Carlos Aguiar Retes rimane alla guida dell’arcidiocesi unicamente perché Papa Leone XIV non ha ancora accettato le dimissioni presentate al raggiungimento dell’età stabilita dal Diritto Canonico. Tuttavia, la gestione della crisi della Basilica di Guadalupe ha lasciato una sequenza di decisioni senza spiegazioni convincenti.

Tutto ciò ha provocato una crisi di fiducia che oggi colpisce non solo la Basilica di Guadalupe, ma la stessa credibilità del governo arcidiocesano. Per questo sorge una domanda legittima: È giunto il momento che Papa Leone XIV accetti le dimissioni presentate dall’arcivescovo Aguiar Retes?

 Ma non come una sanzione personale, bensì come una decisione necessaria per ripristinare la fiducia, recuperare la credibilità istituzionale e permettere che un nuovo governo ecclesiale affronti con trasparenza una crisi che minaccia di continuare a danneggiare la Chiesa in Messico.

Le dimissioni di Efraín Hernández non rappresentano la fine della crisi. Sono soltanto il riconoscimento che il problema esisteva. La domanda non è più cosa sia accaduto nella Basilica di Guadalupe. Ora è perché, con un’indagine conclusa, una revisione contabile effettuata e una crisi sempre più visibile, si continui a negare ai fedeli le informazioni necessarie per comprendere la verità dei fatti.

 Perché la Basilica di Guadalupe merita trasparenza. Il capitolo merita risposte e milioni di fedeli che amano la Vergine di Guadalupe le meritano anch’essi. Ma non deve esserci separazione e oblio… Anche Aguiar e i suoi collaboratori devono riparare.

La Chiesa in Messico merita la verità e un governo pastorale capace di offrirla.

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