Curas pirata

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Curas pirata

Nelle ultime settimane, diverse diocesi del Paese hanno nuovamente segnalato la presenza di individui che si spacciano per sacerdoti cattolici per offrire sacramenti e celebrazioni liturgiche in cambio di denaro. Il fenomeno dei “preti pirata” non è nuovo, ma la sua persistenza e le forme che assume richiedono una riflessione che vada oltre la semplice denuncia puntuale.

La prima forma è la più visibile e fraudolenta. Si tratta di truffatori e imbroglioni che, dopo aver trascorso alcuni anni di studio in seminari o aver svolto funzioni ausiliarie nelle parrocchie, possiedono una conoscenza sufficiente del linguaggio religioso e dei riti per apparire legittimi. Questi soggetti trasformano in business le esigenze spirituali delle comunità. Offrono messe, battesimi e, in modo particolarmente grave, sacramenti di iniziazione per i figli di famiglie che cercano per i propri bambini l’ingresso nella vita sacramentale della Chiesa. E i loro guadagni non sono affatto trascurabili, arrivando persino a guadagnare migliaia di pesos per l’amministrazione di sacramenti privi di qualsiasi validità.

Quanto offrono è privo di ogni validità: non c’è ordine sacerdotale, non c’è missione canonica, non c’è grazia sacramentale. C’è solo inganno e lucro. Alcune diocesi del Paese hanno dovuto creare un sito web per verificare le licenze dei loro chierici ed esortare i fedeli a richiedere le credenziali prima di permettere qualsiasi celebrazione. Che questa misura sia necessaria rivela la profondità del problema e la deplorevole sfiducia.

Esiste, tuttavia, una seconda forma più inquietante perché rimanda a responsabilità interne della stessa Chiesa. In numerose comunità, soprattutto nelle periferie urbane e nelle zone rurali, si è creato un vuoto pastorale che gli impostori e vari gruppi religiosi alternativi con la denominazione di “cattolici” hanno occupato rapidamente.

Quando i fedeli percepiscono di essere stati dimenticati da una pastorale efficace di annuncio della Parola e di accompagnamento reale, quando gli spazi sacri perdono il loro carattere distintivo e si trasformano abitualmente in campi sportivi, sale da ballo o centri di ritrovo senza che si preservi il dovuto rispetto per il luogo in cui abita il Signore, si produce una progressiva desacralizzazione che allontana molti fedeli i quali non vedono più nei loro templi luoghi di celebrazione liturgica, preghiera e pace. Il tempio cessa di essere percepito come casa di Dio per diventare uno spazio in più della vita sociale. In questo contesto, chi offre un “servizio religioso” accessibile, anche se fraudolento, trova terreno fertile e una clientela disponibile.

La domanda che emerge con forza è se il lavoro dei vescovi e, soprattutto, dei parroci locali sia stato davvero efficace per contrastare questo fenomeno. Denunciare i falsi sacerdoti attraverso comunicati e strumenti digitali è indispensabile, ma risulta insufficiente se non è accompagnato da una pastorale di vicinanza che sia, prima di tutto, proclamazione chiara e coraggiosa del Vangelo e celebrazione dei sacri misteri con la dignità che la loro natura esige. Una liturgia che elevi l’anima, una catechesi che formi adulti nella fede e una presenza reale del pastore tra il suo popolo, non solo in ambito amministrativo o sociale, costituiscono l’antidoto più potente contro la proliferazione degli impostori.

È impossibile ignorare che, in non pochi ambienti ecclesiali, hanno preso forza approcci pastorali segnati da ideologie che, con il pretesto di aggiornamento o dialogo con il mondo, finiscono per svalutare l’autenticità del Vangelo. Quando si diluisce la specificità del messaggio cristiano, quando la liturgia si avvicina più all’intrattenimento che al culto e quando la dottrina viene relativizzata in nome di una misericordia mal intesa, privilegiando ideologie, la Chiesa diventa meno distinguibile da qualsiasi altra offerta spirituale. In queste condizioni, i preti pirata non solo trovano spazio, ma trovano anche una giustificazione apparente davanti ad anime confuse e ragioni confuse.

Se i preti pirata agiscono, offrono sacramenti invalidi e trovano famiglie disposte a pagarli, quanta colpa ha la Chiesa, nei suoi pastori, nelle sue priorità pastorali e nella qualità del suo annuncio, per aver provocato, con le sue omissioni o distorsioni, le condizioni che rendono possibile la loro esistenza? L’autocritica onesta non indebolisce la Chiesa, è la condizione indispensabile perché recuperi la sua vocazione e il suo vigore missionario, la sua credibilità profetica e non si lasci sedurre dalle mondanità, davanti a un popolo che, nonostante tutto, continua ad avere fame di Dio. Se i preti pirata proliferano è perché c’è un vuoto, quanto lo ha provocato la stessa Chiesa?

 

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