Il Papa annuncia di avere un nodulo al polmone e si opera questa settimana, il fiato sospeso, silenzio della Santa Sede sul viaggio in America, Sede vacante durante il ricovero?, Müller non ha invitato a disertare, un sacerdote arrestato in classe.

Il Papa annuncia di avere un nodulo al polmone e si opera questa settimana, il fiato sospeso, silenzio della Santa Sede sul viaggio in America, Sede vacante durante il ricovero?, Müller non ha invitato a disertare, un sacerdote arrestato in classe.

«Il Signore mi ha incoronato, mi ha esaltato sulla colonna» (antifona del salmo responsoriale della festa del Pilar).

Il Papa ha un nodulo nel polmone e si opera questa settimana. L’ha annunciato lui stesso ieri, al termine dell’Angelus, in quattro frasi e senza intermediari. Riportiamo il paragrafo intero nella versione ufficiale spagnola, ciò che ha detto e ciò che non ha detto, e ciò che la Sala Stampa non ha detto, che è quasi tutto il resto: né il tipo di intervento, né il chirurgo, né la natura del nodulo, né il giorno.

Del viaggio in Uruguay, Argentina e Perù, fissato dal 6 al 17 novembre, nessun organo della Santa Sede ha detto una parola. L’unica cosa che c’è è una frase dello stesso Papa, nello stesso testo e pochi minuti prima di annunciare l’operazione: «la visita pastorale che farò in Perù». Tutto il resto che si è letto oggi sul viaggio è deduzione, e un pezzo molto citato non dice ciò che gli viene attribuito.

Ieri abbiamo trovato gruppi di persone che pregavano in piazza San Pietro alla luce tardiva delle finestre del Palazzo Apostolico. Voci di Ave Maria che intrecciano rosari e la preghiera a san Michele. Non ce ne siamo andati finché non si sono spente tutte le luci, dopo le 23:15.

Ci sono anche abusi: il giudice istruttore di Trani ha disposto sabato gli arresti domiciliari contro don Vito Martinelli, sacerdote di Corato, per violenza sessuale aggravata dall’abuso di autorità, e lo hanno arrestato durante la sua lezione in un istituto della città. La vittima è un giovane adulto della sua parrocchia. E il cardinale Müller ha rilasciato un’intervista sull’esecuzione televisiva del 3 dicembre che ha generato titoli che non corrispondono a ciò che ha detto: non ha invitato a disertare.

Inoltre, Assisi il 27 ottobre con trecentottantaquattro partecipanti e non trecento leader di false religioni; il Papa che ricorda ai melchiti il motu proprio che permette ai sinodi orientali di rimuovere il proprio patriarca; Savino e il Coming Out Day; e il segreto pontificio sulle nomine dei vescovi, che esiste e ha una data.

«Mi hanno riscontrato un nodulo localizzato nel polmone»

Il Papa l’ha annunciato lui stesso ieri, dalla finestra, al termine dell’Angelus. Non in un comunicato, non per bocca di un portavoce, e non nel Bollettino: a viva voce e per ultimo, dopo la beatificazione di Mantova, l’appello per il grano del Mar Nero, la giornata italiana delle vittime di infortuni sul lavoro e uno per uno tutti i saluti ai gruppi. Il paragrafo intero, nella versione spagnola ufficiale, è questo:

«Cari amici: recentemente, durante un controllo, i medici mi hanno riscontrato un nodulo localizzato nel polmone. È stato individuato ancora in una fase molto precoce ed è ben localizzato. I medici ritengono opportuno intervenire. Per questo, seguendo i loro consigli, ho deciso di operarmi per rimuoverlo. L’intervento è già programmato per i prossimi giorni. Vi ringrazio per la vostra vicinanza spirituale e mi affido alle vostre preghiere. Grazie e buona domenica.»

Ciò che non ha detto, ed è notizia tanto quanto ciò che ha detto: non ha usato la parola tumore, non ha qualificato il nodulo come benigno o maligno, non ha dato data oltre «i prossimi giorni» e non ha menzionato il viaggio in America in quel paragrafo. Quattro frasi, una diagnosi, una decisione e una richiesta di preghiere.

Una nota di traduzione, perché questo blog vive di questo. L’originale italiano dice «un nodulo circoscritto al polmone» e «durante alcuni controlli», al plurale; la versione spagnola ufficiale di vatican.va traduce «un nodulo localizzato» e «durante un controllo», al singolare. Si perde «circoscritto», che è termine clinico, e un controllo non sono diversi controlli. Chi cita lo spagnolo ufficiale cita bene; chi vuole la sfumatura deve andare all’italiano. Noi riportiamo sopra l’ufficiale e lo diciamo.

E un avviso sulle versioni che circolano. Almeno un quotidiano romano ha pubblicato il paragrafo compresso in due frasi, senza «circoscritto», senza «è stato individuato in una fase molto precoce» e cambiando «nei prossimi giorni». Non è una citazione, è un riassunto tra virgolette. Chi vuole le parole del Papa le trova su vatican.va in sette lingue. Lo hanno riportato, con maggiore o minore fortuna nella citazione, Repubblica, Vanity Fair, Fanpage, Quotidiano Nazionale, Today e il sito di Nicola Porro.

Ciò che la Sala Stampa non ha detto

Il portavoce, Matteo Bruni, ha parlato dopo, e rispondendo a domande dei giornalisti, non in nota scritta. Ha detto due frasi e solo due: che l’intervento è previsto per i primi giorni di questa settimana e che il tempo previsto di ricovero postoperatorio è di circa una settimana. Nient’altro. E il Bollettino di ieri contiene un unico elemento, le parole del Papa nell’Angelus: non c’è dichiarazione del direttore della Sala Stampa, né nota medica, né comunicato sull’agenda. Tutto ciò che si sa tramite portavoce vive fuori dal bollettino.

Da qui conviene ordinare chi dice cosa. Il Policlinico Gemelli non lo ha detto Bruni. Lo attribuiscono a «fonti vaticane» l’agenzia dei vescovi italiani e la Rai, e Vatican News lo afferma in narrazione propria senza attribuirlo a nessuno. Due media, invece, lo mettono in bocca al portavoce, e uno di essi si contraddice: lo attribuisce a Bruni nel sommario e a «ciò che si sa» nel corpo dell’articolo. Il martedì come giorno di ricovero è anch’esso di stampa, con «probabilmente» davanti in tutte le versioni, nessuno ha dato il giorno in forma ufficiale.

La lista di ciò che non si sa è lunga ed è meglio pubblicarla che riempirla. Non si sa il tipo di intervento: nessuna fonte, ufficiale o giornalistica, ha detto toracoscopia, lobectomia né resezione. Non si sa chi opera: non c’è chirurgo né équipe nominata. Non si sa la natura del nodulo. E i pezzi di servizio usciti oggi che spiegano cos’è un nodulo polmonare, con pneumologi nei telegiornali e percentuali di benignità, sono generalità cliniche: nessuno di quei medici ha visto la storia del paziente.

Chi c’è nel fascicolo è Luigi Carbone, direttore della Direzione Sanità e Igiene del Governatorato dal 1° agosto dell’anno scorso, prima vicedirettore dello stesso ufficio per anni, formato nell’ambiente del Gemelli e specialista in medicina d’urgenza. È stato il medico di riferimento di Francesco e lo ha accompagnato nella sua malattia; coordina il personale sanitario che assiste il Pontefice e viaggia con lui. Non ha il titolo antico di archiatra, che nessuno gli ha conferito formalmente, e nulla indica che opererà: coordina. Se qualcuno scrive che Carbone opererà il Papa, se lo sta inventando. ANSA aggiunge il dettaglio del luogo: dai tempi di Wojtyła c’è un’ala riservata ai Papi al decimo piano del Gemelli, una specie di miniappartamento con cappella, quello che lui chiamava scherzosamente «il terzo Vaticano». E un dato che chiude bene la serie storica: l’ultimo intervento fatto all’interno dell’appartamento pontificio di cui si ha notizia è quello di Paolo VI, quasi sessant’anni fa.

Un avvertimento in più, di quelli che sembrano minori e non lo sono. Quel «circa una settimana» non significa la stessa cosa in tutte le versioni: ANSA e Il Messaggero lo danno come tempo di ricovero ospedaliero, Silere non possum anche, e La Nuova Bussola lo attribuisce alla Sala Stampa ma riferito al recupero postoperatorio, che è un’altra cosa. Del giorno succede lo stesso: Il Messaggero scrive «forse già martedì» nel corpo e lo afferma in modo fermo nei suoi spezzoni; La Nuova Bussola dice «probabilmente tra domani e dopodomani».

E il viaggio

La domanda che tutti si fanno è se salta il viaggio in Uruguay, Argentina e Perù. L’itinerario è ufficiale dal 5 agosto, quando l’Ufficio Stampa ha annunciato il viaggio dal 6 al 17 novembre nei tre Paesi, con il programma «che sarà reso noto a tempo debito». E dall’annuncio della malattia, nessun organo della Santa Sede ha più detto una parola al riguardo: né la Sala Stampa, né Bruni, né il Bollettino, né Vatican News. Il viaggio resta nel calendario perché nessuno l’ha toccato, non perché nessuno l’abbia riconfermato.

L’unica cosa che c’è del Papa stesso è nello stesso testo di ieri, pochi minuti prima dell’annuncio dell’operazione, nel salutare la Confraternita del Signore dei Miracoli: «Ringrazio le vostre preghiere per la visita pastorale che farò in Perù». Futuro indicativo, senza condizionale e senza riserva. È il dato più solido che esiste, e conviene misurare esattamente quanto pesa: lo ha detto prima di parlare dell’operazione e non ha collegato le due cose. Non è una conferma del calendario postoperatorio.

Intorno a quel vuoto, ognuno deduce. I vescovi uruguaiani sono gli unici che si sono espressi in termini istituzionali: «L’agenda si mantiene. Non ci sono cambiamenti previsti», con un «per ora» messo da loro stessi, e il cardinale Sturla chiede di continuare «con maggiore animo» la preparazione. I vescovi argentini e peruviani hanno pubblicato comunicati di preghiera che non menzionano il viaggio. Un ministro peruviano, quello del Lavoro, assicura che il programma continua senza cambiamenti. E alcune «fonti del Vaticano» citate da una radio di Lima dicono che si valuterà secondo l’evoluzione postoperatoria, tenendo conto del volo intercontinentale, dell’aria condizionata degli aerei e dei cambiamenti di temperatura.

E questa mattina appare la voce più vicina al Papa che si sia sentita finora, con un titolo che va smontato. Repubblica intervista Alejandro Moral Antón e titola, tra virgolette, «il viaggio in Perù non si ritarda». Primo, chi è: agostiniano spagnolo, nato a La Vid y Barrios, Burgos, nel 1955; è stato numero due di Prevost per dodici anni e poi suo successore alla guida dell’Ordine di Sant’Agostino, dal 2013 al 2025, quando gli è subentrato l’americano Joseph Farrell. Non è, quindi, il priore generale attuale, e lo stesso quotidiano lo presenta solo come «l’amico agostiniano». Non parla per la Santa Sede né per l’Ordine.

Secondo, cosa dice. Nel frammento accessibile, questo: «Credo che voglia farsi questa operazione già per non cancellare le visite che ha nel mese di novembre». E aggiunge che il Papa «è una persona molto, molto tranquilla». È una supposizione sul motivo di anticipare l’operazione, non un’informazione sul calendario, e lo stesso intervistato la formula con un «credo che». Il «non ha dubbi» con cui il quotidiano lo presenta è del redattore e contrasta con la citazione. La frase del titolo non è nella parte che abbiamo potuto leggere, quindi la diamo come titolo di Repubblica e non come citazione verificata. Il dato nuovo e concreto è un altro: Moral Antón aspetta il Papa a novembre in Argentina.

Una precisazione su un pezzo che ha girato molto. Infobae Perù non afferma che il Papa andrà a posticipare il viaggio: lo chiede. Il titolo è interrogativo e il primo paragrafo dell’articolo dice il contrario di ciò che molti hanno letto: che non esiste informazione ufficiale che confermi sospensione né posticipazione. Il link senza segni di interrogazione ha fatto il resto. Se qualcuno ha letto da qualche parte che un media peruviano dà per rinviato il viaggio, non ha letto l’articolo.

Nessuno dice chi gestisce

Abbiamo letto una dozzina di articoli sulla malattia del Papa e in nessuno, né in quelli ufficiali né in quelli di parte, appare la domanda istituzionale: chi gestisce gli affari mentre il Papa è ricoverato. Non c’è delega annunciata, né menzione dei capi dicastero, né una riga sul Segretario di Stato. È un silenzio unanime, e in un pontificato che dura un anno e mezzo è più clamoroso di qualsiasi parte medico.

Ciò che cade è la settimana. Silere non possum sostiene che l’agenda prevedeva numerose udienze private, una messa e l’intervento di chiusura dell’incontro per i dieci anni di Amoris laetitia, atto a cui, dice, aveva particolare affetto. Non lo accredita e noi non l’abbiamo potuto confermare, ma torna: l’incontro si chiude mercoledì 14 e il Papa ha aperto i lavori il 7 ottobre. Se entra al Gemelli martedì, perde la chiusura della propria convocazione. Il Papa ha condiviso la notizia solo con le persone più vicine e con i medici, e ha voluto renderla pubblica il prima possibile per evitare «voci incontrollate e ricostruzioni fantasiose».

Un secolo di silenzio, e due Papi che hanno parlato

Tre quotidiani italiani hanno pubblicato oggi lo stesso pezzo di storia, la Rai con più documentazione, Affaritaliani con date migliori e Il Fatto in versione corta, quest’ultimo con una svista: chiama Alberto Albino Luciani. La tesi comune è che il XX secolo è stato il passaggio dalla riservatezza degli appartamenti pontifici alla comunicazione pubblica, e regge bene se si guarda con le date.

Pio XI morì nel febbraio 1939 e tra i suoi medici ci fu Francesco Petacci, padre di Claretta, il che alimentò per decenni l’ipotesi dell’avvelenamento per ordine di Mussolini, mai dimostrata. Quello non è un caso di comunicazione, è un caso di assenza di comunicazione: senza informazioni cliniche accessibili, separare il fatto dalla congettura risultava impossibile. Pio XII morì a Castel Gandolfo nell’ottobre 1958 e il suo archiatra, Riccardo Galeazzi-Lisi, fotografò il Papa morente e vendette le immagini ai giornali; fu licenziato sul momento. La riservatezza senza regole non ha protetto il malato: ha protetto chi lo sfruttava.

Giovanni XXIII è il caso di occultamento propriamente detto. Soffriva di un tumore allo stomaco diagnosticato in fase avanzata, che si aggravò nel 1962, e la sua natura non fu comunicata inizialmente all’opinione pubblica. Secondo il racconto del suo segretario, monsignor Loris Capovilla, il Papa chiese ai medici di parlargli con franchezza e di non nascondere la verità: la chiese per sé e non fu data agli altri. Non si operò, per il quadro clinico e i rischi, e morì nel giugno 1963, nel pieno del Concilio. Il primo traguardo istituzionale è Paolo VI: il 4 novembre 1967 lo operarono di prostata in una sala operatoria allestita negli stessi appartamenti pontifici, senza uscire dal Vaticano, e fu allora che la Sala Stampa cominciò a diffondere bollettini sull’andamento postoperatorio.

E qui va fatta una correzione, perché l’abbiamo sentita raccontare male diverse volte oggi. Ciò che Giovanni Paolo II annunciò nell’Angelus del 12 luglio 1992 non fu un’operazione: furono degli esami. Le sue parole: «Vorrei ora farvi una confidenza. Questa sera andrò al Policlinico Gemelli per sottopormi ad alcuni esami diagnostici. Vi chiedo le vostre preghiere». L’intervento arrivò dopo. Per questo il gesto di ieri non è lo stesso gesto: Leone XIV non ha annunciato che si farà degli esami, ha annunciato una diagnosi già fatta e una decisione chirurgica già presa. È un passo in più nella stessa direzione, non la ripetizione del 1992. Francesco aveva annunciato in prima persona cose minori, la cataratta nel carcere di Regina Coeli nel marzo 2018 e il ginocchio al termine di un’udienza nel maggio 2022.

Lo storico Alberto Melloni riassume ciò di ieri in due messaggi, e il secondo è quello che interessa a chi legge questa pagina: «Il primo è come un cristiano affronta la malattia; il secondo, che nella corte pontificia non c’è spazio per i pettegolezzi che fatalmente sarebbero sorti se ci fosse stato un tentativo di mantenere un segreto». Detto in altro modo: l’annuncio dalla finestra è anche una misura di governo. Chi ha seguito gli ultimi due pontificati sa quanto pesa un vuoto di informazione nei Sacri Palazzi. Lucio Brunelli lo racconta oggi su Repubblica con il detto che riassume l’intero secolo: «Un papa sta bene finché non muore». Era, scrive, il motto che si poteva sentire con un sorriso sulle labbra di anziani monsignori di curia fino a qualche decennio fa. E Adnkronos ripercorre la stessa serie, aggiungendo che Giovanni Paolo I morì senza autopsia e attribuendo a Benedetto XVI un’operazione al cuore nel 2012 realizzata in segreto, dato molto citato che quel media non documenta e che noi non diamo per buono.

Palestra tre volte alla settimana, tennis e la piscina di Castel Gandolfo

Franca Giansoldati pubblica su Il Messaggero un pezzo sulle abitudini sportive del Papa che ha fonti con nome, e per questo lo riportiamo. Da cardinale frequentava una palestra vicino a piazza San Pietro, fino a tre volte alla settimana, e il suo ex allenatore personale, Valerio Masella, lo descrive come un cliente metodico che arrivava chiedendo: «Oggi ho venti minuti, cosa possiamo fare?». Gioca a tennis da anni e continua a farlo quando gli impegni lo permettono. Niente, soprattutto nelle estati di Castel Gandolfo, e di questo parla suo fratello Luis, che ha raccontato bagni in piscina e partite di tennis. Porta un cappellino dei White Sox, anche se le immagini con le scarpe da ginnastica sotto l’abito bianco che circolano sono di quando era priore generale.

La tesi dell’articolo è il contrasto: fino a sabato nulla faceva presagire un’operazione. E ciò che ci sembra citabile dello stesso quotidiano è il suo freno, perché non tutti l’hanno messo: «Non ha parlato di tumore benigno, né ha fornito elementi sufficienti per stabilirne la natura. La decisione di procedere all’asportazione, presa su consiglio dei medici, non permette di per sé di formulare una diagnosi». Detto questo, lo stesso quotidiano pubblica in un altro pezzo un pneumologo estraneo al caso che esprime opinioni su quali noduli si operano e quali no. Le due cose, lo stesso giorno e nella stessa casa.

Le reazioni, e un assente

Mattarella ha mandato un messaggio al Santo Padre, e il testo è più lungo e più curato del solito: dice che l’annuncio «è stato accolto con partecipazione ed emozione da tutto il popolo italiano», e che il Papa potrà contare, «oltre che sulle preghiere dei fedeli cattolici, sul pensiero solidale di innumerevoli persone, in Italia come in tutte le parti del mondo, credenti o non credenti». Gli augura «una serena convalescenza e un pronto e completo ristabilimento». Il cardinale Zuppi, per la Conferenza Episcopale Italiana, ha ringraziato il Papa «per la semplicità e la fiducia con cui ci ha resi partecipi di questa prova» e ha chiuso con la frase che è corsa dappertutto: «Siamo una famiglia: Santo Padre, non è solo».

Poi, in ordine di apparizione: Meloni, La Russa, Tajani, Gualtieri e il cardinale Reina per la diocesi di Roma. Dall’America, comunicati di preghiera delle conferenze episcopali argentina, peruviana e uruguaiana, e messa del cardinale Castillo a Lima. E dagli Stati Uniti, l’arcivescovo Coakley, presidente della Conferenza Episcopale e questi giorni a Roma per l’incontro sulla famiglia, che ha chiesto che «la mano dei chirurghi di Papa Leone sia guidata da Gesù Cristo, il medico divino». Quella citazione ce l’abbiamo ritradotta dall’italiano e non abbiamo localizzato l’originale inglese, quindi va con l’avvertenza.

Dall’altra sponda è arrivato anche il cardinale Burke, prefetto emerito della Segnatura Apostolica, che ha chiesto ai pellegrini del santuario di Nostra Signora di Guadalupe di La Crosse di pregare per la salute del Papa e «affinché lo Spirito Santo guidi le mani dei chirurghi nella loro cura». Del cardinale Parolin non risulta alcuna dichiarazione, e lo diciamo così, che non è lo stesso che dire che abbia taciuto: è che non l’abbiamo trovata. Di capi di Stato stranieri, nemmeno, anche se essendo domenica sera è ragionevole che arrivino oggi.

Müller non ha detto «disertate»

Il cardinale Gerhard Müller ha rilasciato un’intervista sull’esecuzione televisiva che il Pentagono prepara per il 3 dicembre, e da essa sono usciti titoli che non corrispondono a ciò che ha detto. Open la riporta e riassume nella sua didascalia che invita i soldati a disertare, e il suo stesso link porta quella parola. Müller non l’ha usata. Ne ha usate altre tre: disobbedire, non obbedire e rifiutarsi.

Ciò che ha detto, nelle citazioni che quel media riproduce: che la trasmissione è «un atto di pura barbarie», «non solo contro la dottrina della Chiesa cattolica, ma contro ogni legge dell’umanesimo moderno»; che «non si può obbedire a questi ordini immorali»; che «un soldato cattolico non dovrebbe partecipare a questo spettacolo crudele» e che «credo che potrebbe rifiutarsi anche di far parte del plotone d’esecuzione», perché «i soldati cattolici avrebbero il diritto di disobbedire a un ordine immorale». La differenza tra questo e invitare alla diserzione non è di sfumatura: rifiutarsi di eseguire un ordine concreto che si ritiene illecito è una figura classica della teologia morale e del diritto militare, e abbandonare l’esercito è un’altra cosa. Il titolo dello stesso media, tra l’altro, è migliore della sua didascalia.

Su Trump dice che non gli è stato dato «un assegno in bianco», che «ha superato i limiti, e dobbiamo dirlo, criticarlo», e mantiene il contrasto con Biden in materia di aborto. Gli sembra «un segnale preoccupante» il cambio di nome del ministero della Difesa in ministero della Guerra. E del rifiuto del vicepresidente Vance di vedere l’esecuzione dice che «mi sembra una dimostrazione di coscienza». Non cita il Catechismo, né un numero di paragrafo, né un documento: parla in modo generico di dottrina e di teologia morale.

Manca da dire da dove viene tutto questo. L’intervista originale non è di quel media: è del Corriere della Sera della stessa domenica, e chi la riporta lo dice. Noi non abbiamo potuto aprire l’originale, a pagamento e non indicizzato, quindi non sappiamo chi firma l’intervista e le citazioni ci arrivano di seconda mano. E una precisazione di carica, che al cardinale importa: è prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede, che ha diretto dal 2012 al 2017; il dicastero è diventato così nel 2022, dopo il suo mandato, e retrodatargli il nome è un errore che si legge quotidianamente.

Assisi: trecentottantaquattro, non trecento

Il 27 ottobre il Papa andrà ad Assisi, e vale la pena sapere per cosa. L’incontro si chiama «Pace disarmata e disarmanti», va dal 25 al 27 ottobre e lo convoca la Comunità di Sant’Egidio per il quarantesimo anniversario della Giornata Mondiale di Preghiera per la Pace che Giovanni Paolo II convocò il 27 ottobre 1986. Lo ha presentato il 6 ottobre il suo presidente, Marco Impagliazzo, nel Dicastero per la Comunicazione, con il sostegno del vescovo di Assisi, Felice Accrocca. Non è un atto della Santa Sede: il Papa partecipa come invitato nella giornata finale, alle 16:15, presiedendo la preghiera cristiana nella Basilica inferiore di San Francesco con una meditazione sua e del patriarca Bartolomeo, e poi un messaggio di pace in piazza inferiore.

Le cifre ufficiali sono 384 rappresentanti di religioni, culture e istituzioni, di 53 Paesi, con 155 relatori, 24 forum tematici, 13 sedi di preghiera simultanea e più di cinquemila partecipanti previsti. Un blog tradizionalista italiano lo ha titolato come se Leone XIV si unisse a più di trecento leader di false religioni, e il titolo sbaglia da entrambi i lati: la cifra non è trecento ma trecentottantaquattro, e non sono tutti leader religiosi, perché tra i partecipanti ci sono istituzioni e fondazioni laiche. Lo stesso testo che quel blog traduce, che è di LifeSite, riporta che le tredici sedi separate esistono proprio per evitare «qualsiasi apparenza di sincretismo religioso», e cita Impagliazzo: «Niente sincretismo: ognuno secondo la propria tradizione».

Ai melchiti, con il motu proprio in mano

Sabato il Papa ha ricevuto i vescovi della Chiesa greco-melchita, riuniti nel loro Sinodo annuale con il patriarca Youssef Absi, e il discorso ha più sostanza di quanto sembri. Ha detto loro «sono con voi. Tutta la Chiesa cattolica è con voi», ha annunciato borse di studio per fedeli di Siria, Libano e Iraq, e ha messo in guardia contro chi cerca «il potere invece del servizio, il beneficio invece della trasparenza e dell’onestà».

La chiave sta nel fatto che ha citato espressamente la sua lettera apostolica Mutua concordia, il motu proprio del 29 agosto di quest’anno che ha modificato i canoni 106 e 126 del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali e ha dato facoltà ai sinodi orientali di rimuovere il proprio patriarca, con l’assenso finale del Papa. Silere non possum sottolinea che dirlo davanti ai melchiti pesa, e ha ragione: quella Chiesa ha vissuto tra il 2016 e il 2017 uno scontro aperto tra i suoi vescovi e l’allora patriarca Gregorio III Laham. Ricordare la norma nuova davanti al sinodo che ha passato quello è un modo di dire qualcosa senza dirlo.

L’incontro della famiglia si chiude mercoledì

L’incontro per i dieci anni di Amoris laetitia termina mercoledì 14 con il documento che redige la commissione degli undici presieduta da Farrell. Dalle relazioni di questi giorni è nata una polemica, e va sciolta prima di raccontarla. LifeSiteNews titola che un «teologo del Vaticano» chiede «nuovi modi di essere famiglia» nell’incontro. Non è teologo del Vaticano né è teologa, come si è scritto da qualche parte: è Vincenzo Rosito, laico, vicedecano e direttore degli studi del Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia, e ha parlato l’8 ottobre.

Ciò che ha detto, secondo le citazioni che dà quel media: che bisogna «imparare e immaginare nuovi modi di essere famiglia e nuovi modi di essere Chiesa»; che «le angosce e le speranze delle moltitudini sono familiari alla Chiesa» e «sono una risorsa per la Chiesa, famiglia di Dio»; che la pastorale «è uno spazio in cui la Chiesa capisce ciò che Dio le dice attraverso le famiglie, affinché la Chiesa stessa comprenda meglio il Vangelo e il suo annuncio»; e che le famiglie «hanno già vissuto una storia d’amore con Dio». Cita il numero 31 dell’esortazione. In nessuna di quelle frasi c’è un accenno ai divorziati risposati né alla comunione.

Questo lo mette il media, che presenta le sue parole come «un possibile riferimento indiretto» all’aumento dei divorziati risposati e gli rimprovera di non distinguere tra famiglie e situazioni irregolari. È interpretazione editoriale e così va letta. Aggiungiamo che le citazioni sono in inglese e noi le diamo ritradotte, perché non abbiamo localizzato l’originale italiano della relazione; e il media contrappone il vescovo Schneider, che parla di confusione e di legge divina. Quattro giorni di aula chiusa e continuiamo a leggere l’incontro attraverso le note di chi non è entrato.

Savino, il Coming Out Day e la fortuna del prete che ti capita

Il vescovo di Cassano all’Jonio e vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana, Francesco Savino, ha parlato ieri con Vanity Fair Italia, con l’attacco del Coming Out Day, che cade l’11 ottobre. La frase del titolo è buona ed è sua: «Oggi l’esperienza di una persona omosessuale, nella Chiesa, dipende dalla fortuna di trovare il prete giusto». E quella che la chiude, meglio: «Finché il primo passo tocca a chi rischia di più, la parola accoglienza ci consola solo noi». Aggiunge che «il silenzio è una scelta». Savino ha celebrato la messa del Giubileo delle associazioni LGBTQIA+ nella chiesa del Gesù a Roma. È vicepresidente della CEI per il Sud da maggio 2022, per cinque anni: gli resta poco più di mezzo anno di mandato.

Corato: un sacerdote arrestato durante la sua lezione

Il giudice istruttore del Tribunale di Trani ha disposto sabato gli arresti domiciliari contro don Vito Martinelli, sacerdote di cinquantasei anni, su istanza della procura di Trani, per violenza sessuale aggravata dall’abuso di autorità. Lo ha arrestato la Polizia di Stato a Corato, in provincia di Bari, durante la sua lezione in un istituto della città. La vittima è un giovane adulto, assiduo della parrocchia; i fatti si collocano tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, quando era già maggiorenne, e la denuncia è partita da lui. La Squadra Mobile di Bari ha preso dichiarazioni a persone a cui si era confidato nel tempo, e ci sono intercettazioni telefoniche. L’accusa sostiene che si è servito della sua posizione all’interno della comunità religiosa.

Diamo il nome perché lo danno il quotidiano regionale e la stampa locale con il luogo e il centro dove è stato arrestato, e perché la carica e la misura risultano. Diamo anche ciò che manca: è una misura cautelare e non una condanna, vige la presunzione di innocenza, e la stessa stampa locale lo avverte, il che in questi casi non sempre accade. Né l’arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie, a cui appartiene Corato, né la difesa del sacerdote hanno detto nulla. Ha diretto la parrocchia del Sacro Cuore fino all’anno scorso e poi è passato a collaborare nella Chiesa Matrice; che fosse inoltre professore e cappellano di una residenza della città proviene da aggregatori che non abbiamo potuto verificare. C’è un altro Martinelli negli archivi degli abusi, Gabriele Martinelli, quello del preseminario vaticano, che è un’altra persona e un altro fascicolo. Non sono lo stesso.

Pizzaballa: «sembrano essersi ridotti»

Katholisch.de titola che c’è meno violenza contro i cristiani a Gerusalemme e lo racconta in stile indiretto, senza una sola citazione. L’originale è un’intervista del cardinale Pizzaballa a Vatican News, del 10 ottobre, e ciò che dice è più prudente del titolo tedesco: «Gli episodi continuano, anche se con alti e bassi, ma negli ultimi mesi sembrano essersi ridotti». Sembrano. Non è una diagnosi, è una constatazione con riserve.

Il resto di ciò che dice è più duro e non è nel titolo: che «in Israele non si parla più di processi di pace né si crede che possa esserci una soluzione di due popoli, due Stati»; che a Gaza «la situazione umanitaria non è migliorata affatto»; e che in Cisgiordania «ciò che preoccupa di più è la totale mancanza di legge, di rispetto della legge». Sul tornare a Gaza: «sicuramente bisogna andare, quindi prevede di tornare». Le cifre che accompagnano il pezzo non sono sue ma del Rossing Center: i cristiani sono l’1,9 % della popolazione di Israele, il 36 % degli intervistati pensa di andarsene, e tra i giovani dai 18 ai 29 anni la cifra sale al 48 %.

Il segreto pontificio esiste, e ha una data

Silere non possum sostiene che il segreto pontificio copre le nomine dei vescovi, e lo fa con norma scritta in mano, che è ciò che distingue un argomento da una lamentela. La norma è l’istruzione Secreta continere della Segreteria di Stato, approvata da Paolo VI il 4 febbraio 1974, firmata dal cardinale Villot, in vigore dal 14 marzo di quell’anno, pubblicata negli Acta Apostolicae Sedis e mai abrogata. Il suo articolo primo elenca dieci materie, e i numeri 6, 7 e 8 coprono la creazione dei cardinali, la nomina dei vescovi, degli amministratori apostolici e dei legati «nonché le indagini relative», e la nomina dei prelati superiori della Curia.

L’argomento fine sta lì: che l’oggetto del vincolo è l’informazione sulla nomina, e che le indagini preliminari vengono aggiunte con un «nonché», contro chi sostiene che il segreto copre solo l’istruzione del fascicolo. Aggiunge il canone 377 §3, che ordina di raccogliere le informazioni «una per una e in segreto», il giuramento della stessa istruzione, e il regolamento del personale che Leone XIV ha riscritto alla fine dell’anno scorso, dove la violazione del segreto pontificio figura tra le cause di licenziamento. E precisa qualcosa che quasi nessuno precisa: il rescritto di Francesco del 17 dicembre 2019 ha abolito solo il numero 4 di quell’articolo, quello sugli abusi, e ha lasciato intatti i numeri 6, 7 e 8. Ciò che avanza dall’articolo è la polemica personale con i vaticanisti per il loro nome. L’apparato normativo, invece, regge.

Altre letture

Repubblica Roma entra in casa di monsignor Vincenzo Paglia, in una serie di visite domestiche, e lo ritrae tra venticinquemila libri e tre conviventi, il vescovo emerito Spreafico, il sacerdote Mensuali e il cardinale Zuppi quando è a Roma. Il corpo è per abbonati, quindi di affitti e metri non c’è nulla; ciò che colpisce è il genere, perché il piano di Paglia è stato polemica nel 2023 e torna ora in chiave di cucina. E due cariche che le cronache trascinano male: Paglia non presiede più l’Accademia Pontificia per la Vita, dove gli è subentrato Renzo Pegoraro nel maggio dell’anno scorso, né è Gran Cancelliere dell’Istituto Giovanni Paolo II, dove c’è il cardinale Reina. È vescovo emerito di Terni-Narni-Amelia e ha ottantun anni. In Papua Nuova Guinea, il vescovo di Mendi, il cappuccino Donald Lippert, ha presieduto una messa solenne in rito tridentino nella sua cattedrale all’interno di un anno diocesano della riverenza, con due precisazioni che lui stesso fa e che i titoli saltano: non l’ha celebrata, «perché sto ancora imparando», e non l’ha autorizzata in modo stabile, «per ora non sembra possibile, ma spero e prego che un giorno lo sia». Non è tedesco né ha diocesi tedesca, anche se della Germania dice che sta deragliando. E Uccronline sostiene che il cristianesimo può essere smentito e le altre religioni no, perché solo esso pone il suo nucleo, la Resurrezione, come fatto sottoposto a prova storica. Apologetica classica, ben armata.

Buon lunedì, e buona festa della Vergine del Pilar.

«Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato» (Lc 11, 27).

E finiamo con la preghiera di sempre, che questa settimana tocca recitarla con intensità. Qui si è ricordato a settembre che pregare per il Papa non è adularlo.

«Oremus pro Pontifice nostro Leone. Dominus conservet eum, et vivificet eum, et beatum faciat eum in terra, et non tradat eum in animam inimicorum eius.»

 

 

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