Il Consiglio dei Ministri italiano ha deciso giovedì di impugnare davanti alla Corte Costituzionale la legge della regione del Veneto che disciplina le procedure e i termini dell’assistenza sanitaria al suicidio medicalmente assistito. Si tratta della prima regione governata dal centrodestra ad approvare una norma di questo tipo, il che ha aperto una crepa nella stessa maggioranza. Le associazioni pro-vita attendevano l’impugnazione fin da quando il Consiglio regionale ha approvato il testo all’inizio di settembre.
La Lega si divide e Forza Italia chiede una legge nazionale
Il vicepresidente del Governo, Matteo Salvini, non ha partecipato alla discussione né alla votazione. Il ministro per gli Affari Regionali, Roberto Calderoli, anch’egli della Lega, si è opposto al ricorso sostenendo che la legge regionale ha carattere organizzativo e si limita a fissare linee guida conformi alle norme vigenti. Da parte sua, Antonio Tajani, di Forza Italia, ha chiesto che venisse messo a verbale la necessità di un intervento legislativo del Parlamento che eviti norme regionali disomogenee.
L’Esecutivo sostiene che la materia è di competenza dello Stato e non delle regioni. Con questo ricorso, il Governo ha già impugnato le leggi di altre regioni sulla stessa questione, tutte di centrosinistra. L’impugnazione, di per sé, non abroga la norma né ne sospende automaticamente l’applicazione.
Zaia e Stefani difendono la norma
Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale del Veneto, ha dichiarato di rispettare la decisione del Governo, ma ha rivendicato «con convinzione la scelta operata dal Consiglio regionale del Veneto». Alberto Stefani, presidente della regione, si è detto «convinto che supererà l’esame della Consulta», ritenendo che la legge veneta sia sostanzialmente diversa da quelle approvate in altre regioni.
La legge, la numero 17 dell’8 settembre 2026, è stata approvata dal Consiglio regionale il 2 settembre. Non modifica i requisiti di accesso fissati dalla Corte Costituzionale, ma disciplina le funzioni delle autorità sanitarie, delle commissioni mediche e dei comitati etici. Nella sua sentenza 204 del 2025 sulla legge della Toscana, la Corte ha affermato che le regioni possono legiferare sugli aspetti organizzativi e procedurali di questa prestazione.
I vescovi siciliani chiedono di privilegiare la cura rispetto alla morte assistita
Lo stesso giorno, la Conferenza Episcopale Siciliana ha diffuso una nota sui progetti di legge regionali numeri 553, 713 e 1203, che l’Assemblea Regionale Siciliana sta esaminando. I vescovi affermano di guardare il testo «con attenzione e preoccupazione» e ricordano che «non esiste un diritto a ottenere la morte». Chiedono che nessuna norma regionale vada oltre quanto indicato dalla Costituzione e che la priorità sia l’assistenza alle persone, con cure palliative e terapia del dolore.
La nota reclama inoltre misure concrete per i caregiver familiari, come assistenza domiciliare, aiuti economici e agevolazioni fiscali. Cita Leone XIV: «Ciò che è legale non è necessariamente morale». I prelati auspicano, infine, che il laicato cattolico si esprima come tale e dia testimonianza che «la vita fragile non deve mai essere scartata», secondo il testo pubblicato dalla diocesi di Acireale.