Leone XIV ha presieduto questo sabato 15 agosto, solennità dell’Assunzione della Santissima Vergine Maria, la Santa Messa nella parrocchia pontificia di Santo Tommaso di Villanova, a Castel Gandolfo. Nella sua omelia, il Papa ha ricordato che la glorificazione di Maria in corpo e anima mostra che la vera bellezza dell’uomo non consiste nel nascondere le tracce del passare del tempo, bensì nel portare impressi «i segni dell’amore che non ha fine».
Il Pontefice ha contrapposto questa concezione cristiana della bellezza ai canoni «di carattere prevalentemente edonistico e consumistico» imposti dal mondo, che possono portare l’uomo a sprecare le proprie forze «in ciò che realmente non importa e non dura per sempre». Leone XIV ha invitato a scoprire la bellezza divina in tutte le età e circostanze della vita, dal volto di un bambino fino alle rughe di un anziano, e ha indicato la Vergine come «Madre, guida, compagna di viaggio e protettrice nel cammino verso il Cielo».
Di seguito, riproduciamo integralmente l’omelia di Leone XIV:
Cari fratelli e sorelle:
Con grande gioia celebro anche quest’anno con voi la Solennità dell’Assunzione.
Il Magistero della Chiesa ci insegna che «Maria, compiuto il corso della sua vita terrena, fu assunta in corpo e anima alla gloria celeste» (Pio XII, Cost. apost. Munificentissimus Deus, 1 novembre 1950) e ci indica, in questo Mistero, il compimento della pienezza di grazia che Dio le ha dato nella sua Concezione Immacolata (cf. ibid.).
Per questo, molte opere d’arte la rappresentano, al termine della sua vita terrena, come una giovane bella che si eleva fisicamente dalla terra verso il cielo. Si ispirano alla scena descritta nel passo dell’Apocalisse che abbiamo ascoltato nella prima lettura: «Una Donna vestita di sole, e la luna sotto i suoi piedi» (Ap 12,1), per significare che nel cuore di Maria si incontrano il cielo e la terra, il tempo e l’eternità.
Questa immagine apparentemente contrasta con l’esperienza di ciò che produce in noi il passare degli anni. Con l’età, infatti, il nostro corpo non diventa più agile, ma più pesante; la pelle non diventa più fresca, ma mostra i segni della vecchiaia; i capelli non acquistano colore né lucentezza, ma diventano grigi e poi bianchi. Allora, che cosa abbiamo in comune con la giovane meravigliosa che troviamo dipinta nei nostri altari?
Per comprenderlo dobbiamo tenere uniti i due segni che abbiamo menzionato: il corpo incorruttibile della Madre di Dio e il suo cuore immacolato. È la purezza dell’anima, infatti, che in Maria ―come in noi― per grazia di Dio illumina e trasfigura tutta la persona, portandola alla gloria del Cielo.
La glorificazione di Maria in anima e corpo ci insegna che la nostra vera bellezza non consiste nel nascondere i segni del tempo che passa, ma nel mostrare anche nella nostra carne i segni dell’amore che non ha fine (cf. 1 Cor 13,8).
Ci invita, in tal modo, a rivedere molti dei canoni estetici, prevalentemente di tipo edonistico e consumistico, che il mondo ci impone, e che rischiano di imprigionarci in condizionamenti pesanti, facendoci sprecare energie preziose in ciò che non è realmente importante né dura per sempre. Nell’esperienza comune, si possono trovare persone con il volto segnato dagli anni e dalle sofferenze, ma capaci di irradiare serenità, benevolenza e pace intorno a sé; come si possono osservare altre, forse esteriormente attraenti, ma dure e fredde nel loro intimo. Ed è facile capire dove si trova la vera bellezza e dove, invece, c’è ancora bisogno di conversione, perdono e guarigione.
Se davvero desideriamo scoprire e coltivare la bellezza divina che ci circonda e per la quale siamo stati creati, così come diffonderla intorno a noi, dobbiamo imparare a leggerla sia nel volto tenero di un bambino sia nelle rughe di un anziano, nella vivacità di un giovane come nella compostezza di un adulto, negli ornamenti della festa come nel vestiario e negli strumenti di lavoro. Dobbiamo ascoltare le storie d’amore uniche che ciascuna di queste realtà ci racconta, riconoscendole come piccoli bagliori nel cielo.
L’amore è l’ornamento più bello dell’uomo: l’amore che trasfigura, trasforma, nobilita e porta in alto; che ci rende leggeri, liberi, vicini a Dio, anche attraverso gli alti e bassi della vita.
San Paolo VI, meditando sul mistero dell’Assunzione della Vergine, diceva che per comprenderne il significato «dobbiamo convertire in superlativi e assoluti i termini che usiamo nel linguaggio terreno […], per immaginarci, in piccola scala, l’eterno» (Omelia, 15 agosto 1969). E a proposito di questo incontro, nella Madre di Dio, tra l’infinito e il finito, Papa Francesco scriveva: «Maria è colei che sa trasformare una grotta di animali nella casa di Gesù, con alcuni poveri pannolini e una montagna di tenerezza» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 286).
Il miracolo che Maria, la fanciulla di Nazaret, visse nel suo cuore innocente, e che la condusse alla gloria del Cielo, è l’incontro di estremi, come lei stessa testimonia nelle parole ispirate del Magnificat, che abbiamo ascoltato nel Vangelo (cf. Lc 1,46-55). In questo cantico, attraverso le umili espressioni della sua fede, la Madre del cielo ci parla in modo semplice di grandi misteri: Dio che in lei si fa uomo per salvare gli uomini, l’Eterno che in lei si manifesta nel tempo per aprirci anche a noi la via dell’eternità, mostrandoci al tempo stesso, nella sua condizione di “umile serva”, la “piccola dimensione” in cui anche noi possiamo trovare il Signore, come diceva san Paolo VI.
La sublimità del Mistero che celebriamo, dunque, non dobbiamo cercarla lontano. Possiamo trovarla là dove c’è vera carità: negli occhi di un padre e di una madre che tornano a casa dopo una giornata di lavoro, stanchi ma felici di stare con i loro figli; nei volti dei nonni e delle nonne che, nonostante le difficoltà dell’età, si riattivano con energie inaspettate nel prendersi cura dei nipoti; o anche nell’impegno di giovani che si sforzano di crescere puliti e onesti, pronti anche ad andare controcorrente rispetto a “ciò che tutti fanno”; infine, nell’opera di tanti uomini e donne che quotidianamente, con fede e dedizione, contribuiscono a portare un po’ di Cielo sulla terra e la terra verso il Cielo.
Cari fratelli, il volto bellissimo dell’Assunzione è unico, supera ogni possibile rappresentazione e, tuttavia, al tempo stesso ci è noto: è quello delle persone che ci stanno accanto, anche in questo momento, dei fratelli e delle sorelle con cui condividiamo, nella fede, l’offerta quotidiana della nostra vita. Per questo, nella donna dell’Apocalisse la comunità dei credenti si vede, e il Concilio Vaticano II descrive Maria come «immagine e principio della Chiesa, […] segno di speranza certa e di consolazione» (Cost. dogm. Lumen gentium, 68). Nella sua umanità santa, per grazia di Dio, c’è anche la nostra, siamo chiamati a vivere la sua stessa pienezza di vita e a condividere la sua stessa gloria.
Sant’Agostino, parlando della risurrezione di Cristo, invitava i cristiani del suo tempo a farne la bussola e il punto di riferimento della loro esistenza. Diceva: «Risuscitò Cristo, e non morirà più […]. Cambia parere, segui la tua luce; alzati con colei che risuscitò» (Commenti ai salmi 126, 7).
Facciamo nostra il suo invito. Seguiamo la luce del Risorto, cambiando rotta se necessario. Facciamolo, particolarmente oggi, guardando a Maria, che Dio ha coronato di gloria in anima e corpo, e che ci ha dato come Madre, guida, compagna di viaggio e protettrice nel cammino del Cielo.