Abuso di coscienza, una moda dell'ultimo secolo

Abuso di coscienza, una moda dell'ultimo secolo

Qualche giorno fa questo quotidiano pubblicava «Santa coacción», l’analisi di una meditazione interna in cui José María Escrivá, nel 1961, enunciò senza mezzi termini un sistema di governo delle coscienze: isolamento dal consiglio esterno, catastrofizzazione dell’uscita, trasparenza totale verso l’alto, sacralizzazione del fondatore. La domanda che il lettore si pone subito è legittima e merita una risposta articolata: pezzo da museo o modello? Modello. Nell’ultimo mezzo secolo, quattro istituzioni nate dallo stesso stampo —il fondatore laico o clericale portatore di un carisma personale, la consacrazione nel mondo, l’apostolato di conquista— hanno applicato la stessa tecnologia con quattro supporti diversi: l’Opus Dei l’ha scritta come spirito, la Legione di Cristo l’ha giurata come voto, il Sodalizio di Vita Cristiana l’ha incarnata come regime e il Cammino Neocatecumenale l’ha registrata come catechesi. E Roma ha riservato a ciascuna implementazione una sorte diversa: la Legione è stata riformata, il Sodalizio soppresso, l’Opus continua «in fase di studio» e il Cammino è stato approvato. Questa distribuzione di destini non è casuale né gerarchia di colpe. Obbedisce a una legge che questo articolo intende formulare, perché spiega meglio di qualsiasi organigramma come la Chiesa elabori l’abuso di coscienza: Roma sa correggere i supporti; ciò che non ha mai processato è la variabile che i quattro condividono.

Prima, la precisazione di metodo, perché senza di essa tutto il resto diventa pamphlet. Si tratta di una tipologia di tecnologie di governo, non di una tabella di equivalenze penali. Marcial Maciel è un delinquente dichiarato dalla stessa Santa Sede; Luis Fernando Figari, un espulso la cui opera è stata sciolta; Escrivá, un canonizzato contro il quale non esiste alcun riscontro personale paragonabile; Kiko Argüello è vivo, la sua opera ha statuti approvati e la sua cofondatrice ha la causa di beatificazione aperta. Confrontare i meccanismi non equivale le biografie, e chi leggesse qui il contrario leggerebbe male apposta. Seconda regola: la cronologia è sacra; nulla di ciò che è stato fatto dai riformatori viene attribuito ai fondatori, né viceversa. Terza: ogni affermazione reca appesa la sua etichetta probatoria —documento ufficiale, libro giornalistico, testimonianza unica—, perché in questa materia la differenza tra accusa e analisi è esattamente quell’etichetta.

La genealogia, innanzitutto, e calibrata, perché la versione pigra —«l’Opus li ha fondati tutti»— è falsa e regala la replica. L’Opus non ha fondato nessuno. Ha fatto qualcosa di più determinante: ha dimostrato che il modello funzionava e che Roma lo premiava. È stato il primo istituto secolare della storia dopo la costituzione *Provida Mater Ecclesia* del 1947, cioè l’inventore giuridico della consacrazione laicale nel mondo; e nel 1982 ha ottenuto la prelatura personale, il gioiello della corona canonica, il premio che ha insegnato a un’intera generazione di fondatori qual era l’obiettivo. Su quella dimostrazione hanno operato gli altri, ciascuno a modo suo. Nella Legione, l’imitazione è affermata dal giornalismo messicano: i gesuiti furono il modello iniziale di Maciel, e a partire dal 1959, superata la prima indagine vaticana, virò verso il modello dell’Opus e la sua categoria di laici consacrati, da cui nacque Regnum Christi. E c’è qualcosa di meglio dell’affermazione di un giornalista: la lamentela dell’imitato. Un ex numerario racconta che nel 1997, nel suo centro, fu letta una nota interna dell’Opus che deplorava il fatto che i Legionari copiassero metodi formativi e tecniche proselitistiche dell’Opera, al punto da fabbricare un «Opus Dei light» che contendeva vocazioni e donatori. Testimonianza unica su un documento non esibito: come tale viene registrata, e come tale vale, perché descrive l’Opera che si riconosce nello specchio altrui.

Il caso sodálite è più sottile. Il Sodalizio nacque a Lima nel 1971 in atteggiamento dichiaratamente critico verso l’Opus —lo consideravano puritano, elitario e opaco, come ricorda l’ex sodálite Martin Scheuch—, eppure convergì con esso man mano che si dotava di comunità di consacrati. Lo stesso Scheuch fornisce la scena che condensa la convergenza: Figari che afferma davanti ai suoi che, suo malgrado, avrebbe dovuto fare lo stesso di monsignor Escrivá, sottolineare la sua funzione speciale di fondatore e generare «una specie di culto intorno alla sua persona», con l’esempio dell’Opus come garanzia che non c’era nulla di riprovevole. Un testimone, nominato, pubblicato: l’etichetta è posta. E il quarto caso chiude il ragionamento dal lato meno atteso: il Cammino Neocatecumenale non ha contatto genealogico documentato con l’Opus. Nacque nel 1964 nelle baracche di Palomeras Altas, da un lignaggio kerigmatico e postconciliare che nulla deve a Escrivá. Se la stessa tecnologia appare dove non c’è stata copia, la conclusione si impone da sola: non siamo di fronte a un segreto di famiglia che si trasmette, ma a ciò che il modello fondatore-carisma produce spontaneamente in un ecosistema —quello dei nuovi movimenti sotto Giovanni Paolo II— che premiava la crescita, blindava il fondatore e non controllava l’interno. La convergenza senza contatto è la prova di carico di tutta la tesi.

L’ecosistema, inoltre, aveva un motore, e non era spirituale: era un mercato. I vescovi fornivano il capitale fisso —parrocchie, seminari, cappellanie, suolo diocesano, la copertura istituzionale che nessun movimento giovane può fabbricarsi—, e i movimenti restituivano le due merci più scarse del cattolicesimo di fine secolo: vocazioni e denaro. Il Cammino ha istituzionalizzato il baratto con nome proprio, i seminari Redemptoris Mater, diocesani sulla carta e neocatecumenali nella formazione; l’Istituto del Verbo Incarnato è arrivato a seminare 143 case in 88 diocesi di 39 paesi; e già nella meditazione del 1961 affiorava il flusso di ammissioni come bene giuridico da proteggere. Un vescovo che controllasse l’interno del suo fornitore di vocazioni si rovinerebbe da solo: per questo l’audit è arrivato sempre dall’esterno, da Roma, tardi e per scandalo. E per questo l’elenco non si esaurisce nei quattro casi analizzati, che sono i maggiori. Prendiamone, quasi a caso, altri tre. L’Opera della Chiesa, di diritto pontificio dal 1997, ha ricevuto nel 2024 un visitatore apostolico, con l’eccessivo culto alla fondatrice tra le cause citate dalla stampa. Il Verbo Incarnato, il cui fondatore fu allontanato nel 2010 per abusi «in materia sessuale, di autorità e di coscienza» —la formula si diffuse al confermarsi delle denunce, validate da due pontefici— e dichiarato colpevole da un tribunale vaticano nel 2021, è rimasto nel gennaio 2025 sotto delegati pontifici con pieni poteri; la Conferenza Episcopale argentina aveva chiesto la sua soppressione alla fine degli anni Novanta, e Roma rispose autorizzando le ordinazioni che i vescovi negavano. E gli Araldi del Vangelo, indagati dal 2017 —con il culto alla figura del fondatore tra le materie esaminate— e commissariati dal 2019, compiono ormai otto anni di intervento senza capi d’accusa provati né verdetto, il limbo che questo quotidiano viene documentando. Tre destini in più per la stessa figura strutturale: visitata, delegata a pieni poteri, intervenuta sine die. Il modello di crescita è costante; l’elaborazione romana, erratica. La tesi finale di questo articolo vive di quell’asimmetria.

Vengano ora i quattro supporti, uno per uno. Quello dell’Opus è stato analizzato in queste pagine e basta ricapitolarlo: è il supporto più sofisticato perché non è norma. Il diritto concede —libertà di confessore, nessun dovere di informare—; lo «spirito» annienta ciò che è concesso: «pecca? No! Ha buon spirito? No!», «possiamo e non possiamo», «guai a te!». Il fondatore si installa nella parabola del Buon Pastore con missione conferitagli da lui stesso, il clero esterno viene riclassificato come ladro «anche se sono santi», il sigillo sacramentale viene eluso come ostacolo —«le mani legate»— e la norma di clausura viene enunciata con un detto: i panni sporchi si lavano in casa. Nulla di tutto ciò figura negli statuti; vive in tomi di meditazioni stampati per consumo interno. Si tenga presente il dato, perché decide la sorte: non c’è articolo da abrogare.

La Legione ha fatto il contrario: ha giuridificato. I legionari emettevano, oltre ai voti pubblici, voti privati: quello di non criticare mai i superiori e di denunciare chi lo facesse —battezzato voto di carità—, e quello di non aspirare a cariche. Ciò che a Roma nel 1961 era «santa coazione» predicata, nella Legione era materia giurata con nome di virtù; la vigilanza reciproca che Escrivá affidava allo sguardo, qui obbligava sotto voto e con dovere di delazione. E dove Escrivá evitava di confessare i suoi perché gli raccontassero tutto fuori dal sigillo, Maciel operò la soluzione inversa sullo stesso problema: i superiori erano confessori e direttori spirituali dei loro sudditi, il foro interno fuso con il governo per statuto, il sacramento convertito in camera sigillata del sistema. Due ingegnerie opposte dello stesso ostacolo —cosa fare con il sigillo sacramentale quando intralcia il comando—, e non è casuale che la denuncia canonica che alla fine prosperò contro Maciel, presentata nel 1998 alla Dottrina della Fede dai suoi ex seminaristi, fosse proprio sacramentale: assoluzione del complice, il delitto riservato di chi assolve le proprie vittime.

Poiché il meccanismo era scritto, poté essere abrogato, e la sequenza è da manuale. Nel maggio 2006, Benedetto XVI ritira Maciel a una vita di preghiera e penitenza. Nel dicembre 2007, i voti privati vengono revocati: un rescritto bastò per ciò che era norma. Tra il 2009 e il 2010, cinque visitatori apostolici intervistano più di mille legionari ed esaminano centinaia di testimonianze. E il 1° maggio 2010 la Santa Sede pubblica il documento che nessun studioso dell’abuso di coscienza dovrebbe smettere di leggere, perché è l’unica volta in cui Roma ha redatto, nero su bianco, l’anatomia completa del sistema: comportamenti che costituiscono «autentici delitti» e rivelano una «vita senza scrupoli né autentico sentimento religioso», occultata grazie al «sistema di relazioni» che Maciel intrecciò per «rafforzare il suo stesso ruolo di fondatore carismatico», con il discredito e l’allontanamento di quanti dubitavano e un «meccanismo di difesa» che lo rese inattaccabile. Si legga lentamente l’enumerazione: sacralizzazione del fondatore, punizione del dissidente, blindaggio informativo. È la nostra tipologia, scritta dalla Segreteria di Stato. Seguirono il delegato pontificio De Paolis nel luglio 2010, un capitolo generale nel 2014 che riscrisse le costituzioni e dichiarò che Maciel non può essere modello di nulla. La Legione fu riformabile perché la sua patologia era leggibile: era nell’articolato.

Il Sodalizio presenta il caso simmetrico. Di Figari non circola un corpus interno paragonabile ai tomi di Escrivá o ai volumi del Cammino: il meccanismo ha dovuto essere ricostruito dai suoi effetti, strato dopo strato. Prima le denunce pubbliche di ex sodáliti, aperte nell’anno 2000 da José Enrique Escardó, il primo denunciante, che Francesco avrebbe ricevuto a Roma nel gennaio 2025 per confermarlo di persona, venticinque anni dopo, la soppressione. Poi le misure: nel gennaio 2017, il divieto vaticano di ogni contatto di Figari con i sodáliti; nel 2023, la missione Scicluna-Bertomeu; nell’agosto 2024, l’espulsione del fondatore con approvazione espressa di Francesco; e nel gennaio 2025, comunicata ad Aparecida e anticipata da questo quotidiano, la soppressione dell’intera società, con un considerando che è la cerniera teologica di tutta questa vicenda: l’assenza di un carisma fondazionale legittimo. Si noti ciò che ciò significa. Roma non ha riformato l’obbedienza sodálite: ha dichiarato inesistente la sua fonte. Dove l’intero sistema riposava sulla premessa che il fondatore fosse portatore di un dono dello Spirito, il decreto ha risposto che il dono non esisteva. Non si può confutare più alla radice una sacralizzazione. E la sorte —soppressione, non riforma, con una liquidazione ancora in corso le cui controversie procedurali questo quotidiano viene documentando— conferma la legge: dove il meccanismo non è scritto come norma, non c’è nulla da abrogare; dove il carisma viene dichiarato illegittimo, non c’è nulla da salvare. Si poteva solo spegnere la luce.

Resta il Cammino, ed è il caso che più infastidisce, perché la sua sorte è stata la migliore delle quattro. Il suo supporto è catechetico e il suo vettore, unico: la manifestazione di coscienza non corre verso l’alto, come negli altri tre, ma in orizzontale e in pubblico. Gli scrutini dell’itinerario sottopongono il catecumeno, in fasi successive, a un esame di vita davanti ai suoi catechisti e davanti alla comunità riunita; nel secondo, la richiesta raggiunge i beni, dei quali si chiede di spogliarsi come prova di fede. Né voto, né direttore, né «spirito»: assemblea. L’aula intera come confessionale, la comunità come testimone permanente, l’itinerario come scala di meriti che amministra il team di catechisti. Tutto ciò è registrato, letteralmente: i tredici volumi del Direttorio catechetico sono trascrizioni delle cassette di Kiko e Carmen degli anni Settanta, circolano riservati tra i catechisti e sono stati revisionati dalla Congregazione per la Dottrina della Fede tra il 1997 e il 2003. Il decreto che infine li autorizzò, firmato il 26 dicembre 2010, impiega due parole di una candidezza straordinaria: i volumi furono «opportunamente corretti». Corretti come: anteponendo enunciati tematici e aggiungendo a piè di pagina riferimenti al Catechismo. Il corpo registrato rimase intatto; gli si mise un’impalcatura. È la quarta sorte: né abrogazione, né soppressione, né studio; approvazione con cerotti. L’unica delle quattro implementazioni che vanta sigillo dottrinale espresso è quella che esamina le coscienze in pubblico.

E con le quattro sorti sul tavolo, la legge si enuncia da sola: ogni implementazione ha corso il destino del suo supporto, non della sua gravità. Ciò che è scritto come norma è stato abrogato per rescritto in un pomeriggio: i voti della Legione. Ciò che è incarnato come regime senza testo non ammetteva emenda ed è stato soppresso per intero: il Sodalizio. Ciò che è registrato come catechesi è stato annotato a piè di pagina e approvato: il Cammino. E ciò che è formulato come spirito —che non è abrogabile, perché non è norma; né sopprimibile, perché l’istituzione è stata premiata; né annotabile, perché non si sottopone a revisione— viene studiato: quattro anni dura la riforma degli statuti dell’Opus «in fase di studio» e senza data, mentre a Buenos Aires una sala di Cassazione decide se il tempo ha messo fuori dalla portata della giustizia ciò che 44 donne raccontano. Roma ha processato, in ogni caso, il supporto. La variabile comune —il fondatore come fonte autonoma di legittimità, l’uomo la cui parola fonda obbedienza al di fuori e al di sopra della mediazione ecclesiale ordinaria— non l’ha mai processata. A un fondatore ha concesso la canonizzazione in tempo record; a un altro lo ha dichiarato senza scrupoli; a un terzo ha negato retroattivamente il carisma; al quarto ha approvato le cassette. Quattro verdetti incompatibili tra loro sulla stessa figura strutturale, dettati secondo la convenienza del supporto e del momento, mai secondo una dottrina su cosa è e cosa non è un carisma fondazionale, chi lo verifica e cosa lo revoca.

C’è un’ultima asimmetria, e con essa chiudo, perché è quella che lascia il problema aperto verso il futuro. La riforma del Libro VI del Codice, nel 2021, ha tipificato delitti nuovi e inasprito quelli antichi; ma il sintagma con cui la stessa Santa Sede viene giustificando visite, commissariati e soppressioni —abuso di coscienza, la formula che compare già in fascicoli come quello del Verbo Incarnato— non figura nel codice come delitto autonomo. La Chiesa sopprime istituzioni intere per una condotta che il suo diritto penale non sa nominare. Finché esiste questo vuoto, ogni caso si risolverà come si sono risolti questi sette: contro il supporto, secondo la congiuntura, senza dottrina. E lo stampo resterà disponibile. La rete la descrisse il suo primo costruttore una mattina del 1961, guardando una strada di Castiglia: i pali ben piantati, la rete in cerchio, l’unica apertura, e nell’apertura una voce con un non so che di affetto. Ciò che venne dopo furono varianti.

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