Omelia di Leone XIV a San Pietro e San Paolo: «Ogni cristiano è chiamato a essere costruttore di unità»

Omelia di Leone XIV a San Pietro e San Paolo: «Ogni cristiano è chiamato a essere costruttore di unità»

Nella solennità dei santi Pietro e Paolo, patroni della Chiesa di Roma, Leone XIV ha presieduto lunedì la celebrazione eucaristica nella Basilica di San Pietro, durante la quale ha imposto il pallio ai nuovi arcivescovi metropoliti nominati nell’ultimo anno. In un’omelia profondamente centrata sulla missione apostolica e sull’unità della Chiesa, il Pontefice ha presentato i due grandi apostoli come modelli per i cristiani di oggi e ha sottolineato che la comunione ecclesiale non si costruisce «irrigidendosi nelle proprie posizioni», ma cercando i punti di incontro nella verità.

Lasciamo di seguito l’omelia completa: 

Cari fratelli e sorelle:

Oggi, in un’unica solennità, commemoriamo i santi Pietro e Paolo, patroni della città e della diocesi di Roma: scelti da Gesù, l’uno come pastore del suo gregge e l’altro come apostolo dei gentili. In essi veneriamo due colonne della Chiesa.

Pietro, custode del Popolo di Dio, appare in numerose occasioni nel Nuovo Testamento impegnato nella preservazione della comunione tra i fratelli. È lui che, nel lago di Galilea, dopo una notte di lavoro apparentemente inutile, dice al Maestro: «non abbiamo preso nulla; ma, sulla tua parola, getterò le reti» (Lc 5,5), e si dirige verso il mare portando con sé anche gli altri. È ancora lui che, mentre molti si allontanano dal Signore dopo il duro discorso sul Pane di vita, dice al Messia: «da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68), e rimane, insieme agli altri undici. È ancora lui che, a Cesarea, riconosce in Gesù il Figlio di Dio e si fa portavoce di tutti nella professione dell’unica fede, come abbiamo ascoltato nel Vangelo (cf. Mt 16,13-19). Inoltre, dopo la Risurrezione, sulle rive del lago, è il primo a raggiungere Cristo, gettandosi in acqua e precedendo gli altri, nuotando, per rinnovare umilmente il suo amore e ricevere la conferma della sua missione (cf. Gv 21,1-17).

Pietro rimane fedele a quella missione, anche quando, per esempio a Gerusalemme, la questione dell’ammissione al battesimo dei pagani non circoncisi minaccia di dividere la comunità. Riunisce i fratelli, li ascolta e, alla fine, guidato dallo Spirito Santo, prende la decisione, preservando la comunione e inaugurando una nuova tappa per tutto il Popolo di Dio: «crediamo —afferma— che tanto loro quanto noi siamo salvati per la grazia del Signore Gesù» (At 15,11).

Questa grandezza d’animo non significa che Pietro sia perfetto. Durante la Passione, nega il Maestro, per poi versare lacrime sincere di pentimento (cf. Lc 22,54-62); e lo stesso Paolo, in un’altra occasione, gli rimprovera l’incoerenza di alcuni suoi atteggiamenti (cf. Gal 2,11-14). Tuttavia, sa riconoscere i propri errori e pentirsi, senza scoraggiarsi e senza smettere di compiere la missione di annunciare il Vangelo e radunare il gregge di Cristo, fino al martirio, che subisce proprio qui, a Roma, non lontano dal luogo in cui ci troviamo.

Questa fedele e paziente preoccupazione per l’unità è ben espressa nel simbolo delle chiavi, con cui spesso lo identifichiamo (cf. Mt 16,19). Una chiave non serve a sfondare le porte, ma ad aprirle e chiuderle, cercando al loro interno le leve adatte e accompagnandone i movimenti, per disfare i blocchi, far scorrere i perni e far ruotare liberamente i battenti sui cardini, unendo gli spazi e trasformando tante stanze isolate in un’unica casa accogliente. Allo stesso modo, la comunione, nella Chiesa, non si costruisce irrigidendosi nelle proprie posizioni, ma cercando, nei cuori di tutti, i punti di incontro nella Verità, alla cui unica luce tutti diventano strumenti di crescita per gli altri.

Da questa prospettiva potremmo interpretare la missione che il Signore ha affidato a Pietro e ai suoi successori, a beneficio di tutto il santo Popolo di Dio: ascoltare, con il suo aiuto, le voci di ciascuno; discernere le ispirazioni; guidare i cammini; correggere gli errori; istruire, animare, esortare e accompagnare i fratelli affinché, docili all’azione dello stesso Spirito (cf. 1 Cor 12,1-11), cooperino alla salvezza gli uni degli altri e di tutta l’umanità. Ma l’esempio di Pietro è anche un invito a ogni cristiano a diventare artefice dell’unità, mettendo Dio al centro della propria esistenza e avvicinandosi ai fratelli, attento alle loro vicende e alle loro necessità (cf. Francesco, Catechesi, 9 ottobre 2024), per vivere con loro nella carità e così “portare a compimento l’annuncio del Vangelo” (cf. 2 Tm 4,17).

Questa è anche l’insegnamento di Paolo, l’altro grande apostolo che celebriamo oggi, instancabile annunciatore della Buona Novella. Anche lui ha i suoi simboli distintivi: il libro e la spada, strettamente uniti tra loro. L’autore della Lettera agli Ebrei lo spiega bene quando scrive che «la parola di Dio è viva ed efficace, più tagliente di una spada a doppio taglio», capace di penetrare «fino al punto in cui si dividono anima e spirito» e di discernere «i desideri e le intenzioni del cuore» (Eb 4,12).

È ciò che Dio ha operato nel cuore del giovane Saulo, conquistandolo (cf. Fil 3,12) e portandolo prima a convertirsi al Vangelo, adottando un nuovo nome; poi, ad annunciarlo in tutto il mondo; e, infine, a testimoniarlo come Pietro, in questa stessa città, fino al punto di consegnare la sua vita. L’Apostolo dei gentili si è lasciato trasformare dal potere della Parola di Dio, che lo ha allontanato dalla violenza per condurlo sulla via dell’amore.

Sant’Agostino, commentando la sua conversione e la sua missione, diceva: “Mentre era in cammino verso Damasco e soffiava minacce e morte, lo chiamò la voce celeste (cf. At 9,1-7), lo abbatté la Parola” (cf. Sermone 299/A aum., 6). E aggiungeva: «Fece predicatore della pace il persecutore della Chiesa, perdonò tutti i suoi peccati, lo mise in un posto tale che, per mezzo della sua persona, fossero perdonati quelli degli altri» (ibid.).

Cari fratelli, oggi è importante fissare lo sguardo su questi due santi —Pietro e Paolo— per comprendere come possiamo essere, anche noi come loro, apostoli e artefici dell’unità, servitori generosi della verità nella carità. È proprio con questo spirito che ci disponiamo a celebrare l’antico e suggestivo rito della consegna dei palli agli arcivescovi metropoliti. Questa fascia di lana bianca ornata di croci esprime l’impegno di ogni pastore —ma anche di ogni cristiano— a portare sulle proprie spalle i fratelli e le sorelle che gli sono stati affidati, come autentici agnelli del gregge del Signore, e a sacrificare per loro energie, tempo, sforzo e persino la vita, affinché il Vangelo raggiunga tutti e il mondo intero trovi in esso armonia e concordia (cf. Cost. past. Gaudium et spes, 38).

Con questi sentimenti, mi compiaccio di rivolgere il mio cordiale saluto ai membri della Delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, inviata dal nostro amatissimo fratello Sua Santità Bartolomeo e guidata da Sua Eminenza Emmanuele, metropolita di Calcedonia.

Preghiamo i santi Pietro e Paolo affinché ci sostengano nel cammino della comunione, seguendo le orme del Salvatore. È la via che Egli ci ha indicato, quella per cui ha pregato il Padre nell’Ultima Cena (cf. Gv 17,21-23), la meta che ci ha insegnato a desiderare con speranza fiduciosa (cf. Benedetto XVI, Omelia nella Messa con imposizione del pallio ai nuovi metropoliti, 29 giugno 2012).

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