Trovati i corpi smembrati di sei cristiani in India: i vescovi chiedono di fermare la spirale di violenza

Trovati i corpi smembrati di sei cristiani in India: i vescovi chiedono di fermare la spirale di violenza

Il ritrovamento dei corpi mutilati e smembrati di sei cristiani rapiti ha aggravato la tensione nello stato indiano di Manipur (India), dove due comunità prevalentemente cristiane si trovano intrappolate in una spirale di violenza che minaccia di provocare una nuova escalation del conflitto etnico che scuote la regione da anni.

I cadaveri sono stati rinvenuti il 10 giugno scorso nel distretto di Kangpokpi, dopo un’intensa operazione di ricerca alla quale hanno partecipato centinaia di agenti di polizia, équipe forensi e cani da traccia.

Un rapimento finito in tragedia

I sei uomini facevano parte di un gruppo di civili del villaggio di Leilon Vaiphei che era stato rapito settimane prima. Il sequestro è avvenuto dopo un’imboscata in cui sono morti tre leader battisti della comunità kuki.

Il recupero dei corpi ha provocato proteste di massa nelle zone abitate dai naga, mentre la violenza ha continuato a estendersi in diverse aree dello stato.

Come rappresaglia per i sequestri, gruppi naga — tribù native — sono arrivati a catturare diversi membri della comunità kuki. Gli ultimi quattordici ostaggi sono stati liberati il 9 giugno dopo che il governo federale indiano ha promesso di promuovere misure per porre fine alle ostilità.

Le relazioni tra le due comunità, che condividono una forte presenza cristiana, si sono gravemente deteriorate negli ultimi mesi, alimentando una dinamica di vendette incrociate che preoccupa le autorità civili e religiose.

Timore di una nuova escalation di violenza

Fonti locali temono che l’uccisione dei sei naga provochi nuove rappresaglie. Infatti, appena un giorno dopo il ritrovamento dei corpi, due leader kuki sono stati assassinati in un attacco avvenuto prima dell’alba nel distretto di Kamjong.

Inoltre, uomini armati hanno fatto irruzione nella località di Kultuh, dove hanno sparato indiscriminatamente e appiccato il fuoco a diverse abitazioni.

La violenza si svolge in una regione particolarmente complessa dal punto di vista etnico. Sia i naga che i kuki abitano ampie zone del nord-est dell’India e del nord-ovest del Myanmar, dove le tensioni territoriali e politiche si sono protratte per decenni.

La Chiesa denuncia la perdita del senso di umanità

Di fronte al riacutizzarsi degli scontri, i responsabili cattolici della regione hanno intensificato i loro appelli alla riconciliazione.

L’arcivescovo emerito di Imphal, Dominic Lumon, ha profondamente deplorato la situazione e denunciato la logica delle rappresaglie che alimenta il conflitto.

«Posso solo deplorare ciò che sta accadendo: questo dare e avere, questi attacchi ai villaggi e questi incendi di abitazioni», ha dichiarato al media statunitense Crux.

Secondo Lumon, la regione sta vivendo una preoccupante perdita del senso di umanità. Il prelato ha ricordato che i cristiani sono chiamati a riflettere la dignità di ogni persona anche in mezzo a situazioni di grande sofferenza.

«Occhio per occhio non può mai porre fine alla sofferenza; la moltiplica soltanto, ampliando il cerchio del dolore finché la stessa giustizia comincia a perdere il suo significato», ha avvertito.

L’arcivescovo emerito ha sottolineato inoltre che la vera giustizia non cerca di distruggere l’avversario, ma di ripristinare ciò che la violenza ha rotto e di riconoscere la dignità che Dio ha conferito a ogni essere umano.

La proposta di un “Accordo di Manipur 2026”

Da parte sua, l’attuale arcivescovo di Imphal, Linus Neli, ha pubblicato una dichiarazione intitolata Sulla protezione della vita umana e la ricerca della pace, nella quale ha espresso il suo profondo dolore per le vittime accumulate dopo più di tre anni di conflitto nello Stato.

Il prelato ha condannato ogni forma di violenza contro la popolazione civile e ha affermato che nessuna causa può giustificare l’uccisione di innocenti.

Neli ha difeso la necessità di sostituire la logica della vendetta con il perdono, la ricerca della verità e una giustizia riparativa capace di ricostruire la fiducia tra le comunità in conflitto.

Inoltre, ha insistito sull’importanza del dialogo permanente tra tribù e gruppi etnici, accompagnato da meccanismi di mediazione che permettano di risolvere le dispute senza ricorrere alla violenza.

L’arcivescovo ha anche collegato la pace allo sviluppo economico, all’uguaglianza delle opportunità e a una partecipazione più inclusiva nella vita pubblica, ritenendo che molte tensioni si aggravino quando persistono situazioni di esclusione e disuguaglianza.

Tra le sue proposte figura inoltre il disarmo progressivo dei gruppi armati, il rafforzamento delle iniziative di costruzione della pace e una maggiore cooperazione regionale.

Come orizzonte per superare la crisi, Neli ha prospettato la possibilità di raggiungere un grande patto di riconciliazione tra tutte le comunità di Manipur, un’iniziativa che ha battezzato come possibile «Accordo di Manipur 2026».

L’arcivescovo ha concluso il suo appello chiedendo a tutti gli abitanti della regione di rifiutare la violenza, proteggere la vita umana e impegnarsi nel dialogo e nella riconciliazione, riaffermando il sostegno della Chiesa a qualsiasi iniziativa che favorisca la pace e la guarigione delle ferite aperte dal conflitto.

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