Leone XIV ai vescovi spagnoli: «La forza della Chiesa non nasce dalla grandezza dei mezzi, ma dalla santità dei suoi figli»

Leone XIV ai vescovi spagnoli: «La forza della Chiesa non nasce dalla grandezza dei mezzi, ma dalla santità dei suoi figli»

Papa Leone XIV ha tenuto lunedì un incontro con l’Assemblea Plenaria della Conferenza Episcopale Spagnola nella sede di Añastro. Davanti ai vescovi spagnoli, il Santo Padre ha proposto una riflessione sulle principali sfide che la Chiesa affronta attualmente, incentrata sulla necessità di rafforzare la comunione ecclesiale, promuovere l’evangelizzazione in una società secolarizzata e affrontare con coraggio i cambiamenti necessari per rispondere alle nuove circostanze pastorali.

Utilizzando l’immagine di un viaggio spirituale, Leone XIV ha invitato a conservare il ricco patrimonio cristiano della Spagna, chiedendo al tempo stesso di abbandonare quelle strutture che non aiutano più la missione evangelizzatrice. Il Pontefice ha sottolineato anche l’importanza di imparare nuovi linguaggi per annunciare il Vangelo, rafforzare la pastorale vocazionale, offrire una solida formazione ai futuri sacerdoti e promuovere una maggiore corresponsabilità dei fedeli laici nella vita della Chiesa.

Il Papa ha dedicato inoltre alcune parole alle vittime di abusi, insistendo sulla necessità di rispondere con ascolto, verità, giustizia, riparazione e prevenzione, e ha ricordato che la Chiesa è chiamata a offrire speranza a una società segnata dalla ricerca di senso.

Leone XIV ha concluso il suo intervento esortando i vescovi a essere segni visibili di comunione in un tempo di polarizzazione e ricordando che «la forza della Chiesa non nasce dalla grandezza dei mezzi, ma dalla santità dei suoi figli, dalla comunione dei suoi pastori e dalla fedeltà umile e perseverante di chi si lascia guidare dallo Spirito».

Discorso integrale di Papa Leone XIV alla Conferenza Episcopale Spagnola:

Cari fratelli nell’Episcopato:

È con grande gioia che mi presento a voi in questo terzo giorno del mio viaggio apostolico in Spagna. Dopo aver salutato i rappresentanti politici che mi hanno accolto in Parlamento, vorrei ora approfittare di questi momenti insieme per ravvivare la comunione come Gesù consigliava ai suoi apostoli (cfr. Mc 6,31). Ringrazio mons. Luis Javier Argüello García per le gentili parole che, come Presidente della Conferenza e a nome di tutti, mi ha rivolto; spero che le mie possano confluire in quel dialogo nello Spirito che implica accogliere tutto il bene che il Signore ci dice attraverso il fratello. Il cammino sinodale intrapreso dalla Chiesa è un processo di ascolto profondo. Essere capaci di riconoscere la voce di Dio che parla attraverso la comunità ecclesiale è uno dei suoi valori fondamentali.

È un dialogo fecondo che come Chiesa state definendo in modi diversi. Uno concreto, che possiamo evocare, è quello dei congressi che state realizzando. Mi soffermo su quelli celebrati nel 2020 e nel 2025, che hanno avuto una particolare risonanza: Popolo di Dio in uscita e Per chi sono? Assemblea di chiamati per la missione. I loro temi toccano le questioni essenziali: come si possono affrontare le sfide attuali? e chi è chiamato ad accogliere questa sfida?

Nel mio contributo a questa riflessione, mi è venuto in mente di proporvi l’immagine di un viaggio in cui la meta è Dio, verso il quale alziamo il nostro sguardo. È un viaggio sui generis, poiché in realtà non ci muoviamo materialmente, ma in cui vogliamo far volare il nostro cuore.

Una tentazione nei viaggi è quella di ossessionarci per ciò che lasciamo, i luoghi, le cose, le forme, senza aprirci, con docilità allo Spirito, alla novità di ciò che incontriamo. A questa tentazione si aggiunge quella del bagaglio che, per ragioni simili, riempiamo di cose inutili che finiscono per essere un peso. D’altra parte, non conviene nemmeno dimenticare qualcosa che impariamo dalle vicende di tanti migranti: una persona sola, senza radici e senza risorse, è qualcuno che soffre terribilmente e che con grande difficoltà può stabilire legami solidi nel luogo in cui arriva.

In questo modo, in questa prima fase del nostro periplo, la nostra risposta alla domanda su come possiamo affrontare questa sfida che ci siamo proposti deve coniugare prudentemente libertà e coraggio, per abbandonare strutture che non ci aiutano, non rispondono o addirittura ci allontanano dal nostro fine, con la forza di conservare come un tesoro ciò che lo facilita. Come non ricordare qui l’immenso patrimonio cristiano della vostra terra, l’enorme capacità di richiamo che questa ricchezza ci offre: con la sua bellezza, che arriva anche al non credente, o con i legami di appartenenza che è stata capace di tessere nell’identità spirituale di ogni angolo di questo amato popolo, e che rimane presente anche nei momenti in cui la sua fede vacilla. Una sfida enorme, certamente, alla quale siamo chiamati a rispondere con coraggio, affinché questo patrimonio produca i frutti di cui è capace.

Un altro tesoro che non possiamo dimenticare nella nostra bisaccia è il Viatico del pellegrino. Il Pane della Parola e dell’Eucaristia ci sono ancora più necessari del cibo materiale, perché ci aprono la via della salvezza. Non è un problema di come rendere più o meno attraente la celebrazione, ma sentire che, se siamo parte di Lui, la sua assenza ci produce un’inquietudine che possiamo paragonare alla fame materiale. La vita sacramentale accompagna la nostra esistenza come quella di un bambino che riceve il nutrimento dalla madre, come quella di un atleta che misura le forze necessarie per raggiungere il traguardo.

D’altra parte, qualcosa che di solito ci costa molto durante un viaggio è comunicare con l’altro. Sia per la lingua e la cultura diverse, sia per la diffidenza verso l’ignoto, sia per i rancori e le incomprensioni che possono verificarsi anche tra persone vicine, ci sentiamo limitati nell’esprimerci o nel comprendere il nostro interlocutore. È un’esperienza che possiamo portare all’annuncio del Vangelo, all’accoglienza dell’altro, alla capacità di rispondere agli interrogativi del mondo che ci circonda o alla necessità di attivare la corresponsabilità dei membri della comunità nelle nostre azioni pastorali. Se prima abbiamo detto che dobbiamo abbandonare tutto ciò che ci frena e allontana, ora il compito deve essere che il nostro patrimonio sia sempre strumento e occasione di dialogo con coloro che incontriamo sul nostro cammino.

Come accade ai pellegrini del Cammino di Santiago, nel nostro viaggio possiamo incontrare quelle immense pianure castigliane, vuote ai nostri occhi. I pochi incontri di questi pellegrini con alcune persone anziane o con lavoratori stranieri possono essere una metafora di molte situazioni sociali che purtroppo si percepiscono in alcune delle vostre realtà ecclesiali. Non è la prima volta che la Spagna affronta una situazione analoga: in passato, ad esempio, quando la Chiesa dovette ricostruire la sua presenza nelle fasce di terra bruciata, nacquero modelli di evangelizzazione che poi furono esportati in America e che possono aiutarci qui nella nostra missione.

Come allora, siamo chiamati a costruire una nuova realtà, attraverso il dialogo rispettoso e l’uso di nuovi linguaggi, come fece il famoso santo alfaquí di Granada, frate Hernando de Talavera, e più tardi ripeté in America san Toribio de Mogrovejo, del quale stiamo celebrando il terzo centenario della canonizzazione, presentandolo proprio come modello di vescovo in uscita in un tempo di missione e riorganizzazione ecclesiale. Sebbene i linguaggi in quest’era digitale siano diversi e le culture che ora compongono il mosaico delle nostre realtà, con migranti da ogni parte del mondo, siano cambiate, lo spirito deve rimanere.

Quali sono i punti essenziali di quello spirito? Il primo riguarda la capacità di comunicare, di parlare con ogni realtà presente nel nostro territorio, di abbassarsi non solo per comprendere, ma per condividere. Solo sulla base del mettere in comune tutto il bene che c’è nel proprio patrimonio, apportando ciascuno il proprio granello di sabbia, potremo edificare una realtà nuova in cui la fede possa mettere radici profonde. Per questo, logicamente, bisogna cominciare imparando il linguaggio dell’altro, avviare processi e tessere legami dove poter seminare il seme del Regno. Il secondo è la chiamata a creare realtà capaci esse stesse di comunicare la propria esperienza di fede. Capaci di portare —come fece Toribio— l’esperienza di Granada in America, cioè di custodire nel nostro bagaglio le risorse che ci permettano di affrontare con franchezza le sfide sempre nuove dell’evangelizzazione in ogni circostanza.

Dopo le pianure deserte, troveremo anche grandi città; in esse, il silenzio e la lontananza non sono spaziali ma intimi. Le risposte saranno diverse, ma i processi per raggiungerle analoghi: ascolto, comprensione, rispetto, generosità e franchezza.

I pellegrini di solito partono di notte e molte volte quell’oscurità iniziale del cammino può spaventarli. Potremmo evocare l’inno dei vespri, La notte è tempo di salvezza, per dire che, se andiamo in buona compagnia, le difficoltà del cammino e il pericolo di smarrirsi si riducono. È il Signore che ci conduce, Egli è il padrone della storia e di ciascuna delle nostre storie, Egli determina i tempi. Noi camminiamo dietro di Lui, anzi, camminiamo con Lui come membra di un solo corpo. Questo legame profondo esige dalla Chiesa, in questo tempo di polarizzazioni e contrapposizioni sempre più dure, una testimonianza di unità nella pluralità: una comunione capace di accogliere la ricchezza dei doni, dei carismi, delle sensibilità che lo Spirito Santo suscita nel Popolo di Dio. L’immagine di Cristo si lascia riconoscere nel mosaico vivo della Chiesa, dove molte tessere, senza confondersi, convergono per manifestare la bellezza dell’unico Signore.

In questo compito, il ministero del vescovo assume una responsabilità peculiare. Siamo chiamati a essere principio visibile di comunione, innanzitutto della comunione con Cristo, custodendo con amore la fede ricevuta, in docilità alla Parola di Dio e alla Tradizione viva della Chiesa; poi, nella comunione con il Successore di Pietro e con la Chiesa universale, con il presbiterio e con la propria comunità diocesana, con la vita consacrata, con i movimenti, con le associazioni e con ogni carisma autentico che lo Spirito dona per l’edificazione comune. La vostra missione vi reclama di custodire l’unità, favorire il dialogo, sanare le fratture e accompagnare il cammino del popolo affidato alle vostre cure.

La comunione vissuta in questo modo possiede anche una forza missionaria. Una Chiesa riconciliata interiormente può parlare con maggiore libertà ai fratelli di altre confessioni cristiane e di altre religioni, a chi non crede, alle autorità civili e a tutti gli uomini di buona volontà che lavorano per il bene comune.

Questa chiamata a essere segno di comunione in Cristo, camminando nell’unità e tendendo la mano al fratello che incontriamo, ci pone davanti a un’altra sfida che tocca oggi il cuore di molti: la difficoltà di assumere impegni definitivi e di prendere decisioni vitali profonde. In tanti giovani, e non solo in loro, la domanda: “Per chi sono?” risuona come una ricerca sincera di senso, di appartenenza e di dono. Il cuore umano non si colma accumulando esperienze, possibilità o sicurezze provvisorie; si colma quando scopre una chiamata, quando comprende che la vita raggiunge la pienezza solo se è donata.

Per questo, la pastorale vocazionale non può ridursi a una semplice ricerca di numeri. Essa nasce da comunità vive, da sacerdoti felici, da famiglie capaci di testimoniare la bellezza della fedeltà, da una Chiesa che sa mostrare con semplicità che seguire Cristo non impoverisce l’esistenza, ma la espande. Dove il Vangelo è vissuto con gioia, servizio e comunione, anche la chiamata del Signore può essere nuovamente ascoltata come promessa di vita.

Prima abbiamo parlato di bagagli carichi e i pellegrini del Cammino di Santiago sanno bene che nello zaino si deve caricare solo l’essenziale. Come in più occasioni ha proposto Papa Francesco, nell’attuale contesto vocazionale è necessario dire che la conservazione delle strutture non può prevalere sul bene della vocazione. I seminaristi hanno diritto alla migliore formazione possibile e la Chiesa, da parte sua, ha diritto a sacerdoti ben formati. Il criterio affinché i seminari siano autentiche case di formazione è che assicurino un’adeguata esperienza di vita comunitaria; che abbiano formatori totalmente dedicati allo studio e all’insegnamento, con esperienza nell’accompagnamento spirituale; e che dispongano di Centri Superiori di Teologia dotati dei mezzi necessari per svolgere la loro funzione. Per questo è indispensabile, oltre a unire le forze, imparare a lavorare insieme nella gestione di queste sfide.

In questo ambito, le difficoltà possono essere vissute come opportunità. A volte ci risulta difficile presentare la vocazione dei laici e la loro integrazione in questo viaggio di vita che come Chiesa stiamo realizzando. D’altra parte, vediamo come in molte opere, tradizionalmente gestite da religiosi, si ricorra a collaboratori laici per poter continuare a svolgere il compito. È una difficoltà che possiamo trasformare in opportunità di incontro, di dialogo e di comunicazione. Dipende da noi che questi laici arrivino a percepire la loro partecipazione a questo servizio ecclesiale come una chiamata che Dio rivolge loro ad assumere la propria responsabilità come cristiani, interiorizzando lo spirito, sentendosi parte della missione che il Signore ha affidato ai religiosi che l’hanno avviata.

Come vedete, il nostro viaggio è fatto di incontri; in essi non mancheranno coloro che vivono momenti di oscurità, e ci reclamano di farci per loro samaritani. Uno dei più dolorosi è con coloro che sono stati feriti proprio da chi doveva prendersi cura di loro, anche da membri del clero. Davanti a questa piaga, la comunità ecclesiale è chiamata a rispondere con l’ascolto, la verità, la giustizia, la riparazione e un impegno sempre più deciso nella prevenzione e nella cultura della cura. Ogni persona ferita deve poter trovare ascolto sincero, accoglienza, protezione e percorsi reali di guarigione.

Questa stessa logica vale anche per le sfide di un mondo secolarizzato. Molti uomini e donne del nostro tempo non rifiutano semplicemente Dio; spesso portano nel cuore una sete profonda di senso, di verità, di appartenenza e di speranza, anche quando non sanno darle un nome. La Chiesa è chiamata a riconoscere questi aneliti, ad ascoltarli con rispetto e a offrire, come Pietro e Giovanni al paralitico accanto alla porta del tempio, il tesoro che le è stato affidato: Gesù Cristo, nel cui nome l’uomo può alzarsi e camminare (cfr. At 3,1-10). Anche quando collabora con altre istituzioni, religiose o civili, anche quando offre aiuto materiale, educazione, assistenza o promozione umana, la Chiesa non cessa mai di offrire ciò che le è proprio: l’amore di Dio rivelato in Cristo. Questo messaggio penetra nella società, che non esita a manifestare il suo apprezzamento per molte di queste opere. Così ogni gesto di carità cristiana nato dal Vangelo porta in sé una promessa più grande: restituire alla persona la convinzione di essere amata.

Nel nostro viaggio percorriamo quella che san Giovanni Paolo II volle chiamare «Terra di Maria».[1] Nella Santissima Vergine avete la vostra prima compagna di cammino e il vostro principale tesoro, poiché ella ci mostra con la sua vita come accogliere la Parola e custodirla nel cuore, come accompagnare in questo itinerario i discepoli e rimanere presente nel cammino della Chiesa come madre di comunione e di speranza. A lei affido il vostro ministero, perché vi aiuti a essere, in mezzo al popolo che vi è affidato, quel lievito nascosto di cui parla il Vangelo. Piccolo agli occhi del mondo, ma capace, quando rimane unito a Cristo, di far fermentare la massa (cfr. Mt 13,33). La forza della Chiesa non nasce dalla grandezza dei mezzi, ma dalla santità dei suoi figli, dalla comunione dei suoi pastori, dalla fedeltà umile e perseverante di chi si lascia guidare dallo Spirito.

In questo cammino vi accompagna anche san Giovanni d’Avila, patrono del clero spagnolo, in quest’anno in cui ricordiamo il quinto centenario dell’ordinazione presbiterale. San Paolo VI lo definì «un maestro di vita spirituale benevolo e saggio, un rinnovatore esemplare della vita ecclesiale e dei costumi cristiani» e, al tempo stesso, «un semplice sacerdote».[2] In questo santo dottore, la Chiesa riconosce la vita sacerdotale che ogni vescovo è chiamato a custodire e a far crescere nel proprio presbiterio.

Guardando a lui, penso a coloro che sono i compagni più vicini dei vescovi in questo viaggio, in quei “semplici sacerdoti”, nel senso più alto e più esigente del termine. Il nostro camminare con loro dovrebbe trasmettere il valore di quell’essenza: essere presbiteri innamorati di Cristo, radicati nella preghiera, fedeli alla Chiesa, vicini al popolo e capaci di unire dottrina solida, zelo apostolico e carità pastorale. Presbiteri che trovino nel vescovo non solo un’autorità riconosciuta, ma un padre che li accompagna; e negli altri sacerdoti fratelli con cui condividere le fatiche e le gioie di questo pellegrinaggio pieno di incontri, in cui tutti cerchiamo Cristo.

Concludiamo questo periplo spirituale con una preghiera del santo dottore che ci ricorda che ogni rinnovamento ecclesiale nasce da un cuore configurato con Cristo: «Se mi mandate, Signore, a fare ciò che voi faceste, datemi il vostro cuore» (Sermone 57,20). Sia questa anche la nostra supplica: Signore, dacci il tuo cuore, un cuore capace di alzare lo sguardo verso di te, di mettersi in cammino, di ascoltare, di discernere, di servire, di correggere con carità, di attendere con pazienza e di annunciare con gioia. Perché la Chiesa che riceve il cuore di Cristo porta con sé la colonna di fuoco che la guida, la sostiene, la difende e la conforta, il bagaglio necessario per affrontare qualsiasi sfida.

Che Dio vi benedica. Grazie mille.

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