Nel suo primo discorso sul suolo spagnolo, pronunciato questo sabato al Palazzo Reale di Madrid davanti ai Re Felipe VI e Letizia, alle principali autorità dello Stato, ai rappresentanti della società civile e ai membri del corpo diplomatico, papa Leone XIV ha ringraziato la Spagna per la sua «fedeltà al diritto internazionale e al multilateralismo» e ha incoraggiato a rafforzare il dialogo, l’amicizia sociale e la ricerca della pace.
L’intervento del Pontefice è avvenuto dopo le parole di benvenuto del Re Felipe VI, che ha sottolineato le profonde radici cristiane della Spagna, ha elogiato l’opera sociale e missionaria della Chiesa e ha rivendicato la necessità di difendere la dignità umana, i diritti umani e i valori democratici in un momento di profondi cambiamenti culturali e tecnologici.
Di seguito, il discorso integrale di Leone XIV:
Maestà,
Altezze Reali,
distinte Autorità e membri del Corpo Diplomatico,
signore e signori:
Ringrazio il Signore per questo incontro ed esprimo la mia gratitudine per l’invito a compiere questo viaggio apostolico in Spagna: un itinerario in più tappe, ciascuna delle quali rivelerà qualche aspetto della ricchezza poliedrica di un grande Paese che, da quasi due millenni, ha accolto la Parola del Vangelo. La tradizione ha sempre collegato la prima evangelizzazione della Penisola iberica alla predicazione dell’apostolo Giacomo il Maggiore. Questo legame riveste un’importanza teologica considerevole, perché esprime la consapevolezza della Chiesa locale di essere in continuità con la missione apostolica nata a Pentecoste. Il legame antichissimo tra la fede cristiana e questa terra, se da un lato non esaurisce la multiforme identità del vostro popolo, dall’altro ne ha plasmato profondamente la cultura e rappresenta una fonte di speranza e di orientamento tra le sfide che oggi, come famiglia umana, dobbiamo affrontare insieme. Penso alle espressioni della fede popolare che, in ogni città e paese, rappresentano un’autentica drammaturgia della salvezza al ritmo dell’anno e nei diversi contesti della vita. Insieme al patrimonio artistico e musicale, con le molteplici confraternite e associazioni di carattere caritativo, danno testimonianza del fecondo incontro tra Gesù Cristo e il vostro popolo. È un popolo pieno di passione, che ama la vita e la manifesta!
Vengo tra voi per confermare, incoraggiare e ispirare una rinnovata fedeltà dei credenti al Vangelo, nonché una riconciliazione e una cooperazione più profonde tra le diverse forze di questa Nazione. Infatti, la sua stessa storia suggerisce che non è la cultura dello scontro, ma quella dell’incontro, a generare stabilità e prosperità. Il messaggio di pace che in questi tempi, purtroppo, risuona per alcuni come ingenuo e per altri come provocatorio, trova accoglienza in chi non si chiude in ideologie prefabbricate, ma si apre alla verità. Come ci ha insegnato Papa Francesco, esiste, infatti, «una tensione bipolare tra l’idea e la realtà. La realtà semplicemente è, l’idea viene elaborata. Tra le due deve instaurarsi un dialogo costante, evitando che l’idea finisca per separarsi dalla realtà. È pericoloso vivere nel regno della sola parola, dell’immagine, del sofisma» (Evangelii gaudium, 231). Infatti —concludeva—, «la realtà è superiore all’idea» (ibid.). La verità è sempre più grande di noi e per questo ci sorprende e ci attira verso cammini di purificazione e riconciliazione, nei quali il dialogo con gli altri —e con l’Altro con la maiuscola— diventa fondamentale.
A questo proposito, vorrei riferirmi a due figure di questo Paese che, da cinque secoli, nutrono la vita della Chiesa e la ricerca spirituale di molti, anche al di là dei suoi confini visibili. Si tratta di Giovanni della Croce e Teresa d’Avila, che si fecero amici nella passione per il Mistero divino. La loro è una mistica dagli occhi aperti, cioè non estranea alla storia, ma che, al contrario, porta alla radice delle questioni, al cuore della realtà. In particolare, nell’interpretare le trasformazioni e nel sopportare le tensioni che rendono così oscura la nostra epoca, ci aiuta il tema della notte, tanto caro a san Giovanni della Croce, il cui Anno Giubilare stiamo celebrando. Nella sua sete di luce, paradossalmente, imparò ad apprezzare l’oscurità —«notte beata» (Notte oscura, 3)— come il tempo in cui l’anima si libera da ciò che presumeva di conoscere e possedere. Anche oggi ciò che più ci spaventa, ciò che in molti provoca l’oscurità della ragione e la violenza delle emozioni, è l’ignoto, di fronte al quale può prevalere la sensazione di non avere più mappe, il disorientamento. Per questo servono, anche nella vita pubblica, uomini e donne che intuiscano, nell’oscurità, la luce; nella fine, un possibile inizio, quasi l’irruzione di una verità come luce che ancora acceca, ma che —se confidiamo e troviamo pace— ci condurrà delicatamente verso sé stessa: «O notte che guidasti! O notte amabile più dell’alba! O notte che unisti Amato con amata, amata nell’Amato trasformata!» (ibid., 5).
La nostra epoca, che in apparenza sembra scossa da terribili squilibri e conflitti, grida nel profondo per la pace, per una nuova conoscenza della persona umana e della sua dignità inviolabile, per la civiltà dell’amore (cf. Magnifica humanitas, 186).
Santa Teresa descrive questo stesso itinerario con l’immagine del castello interiore. Avanzando di stanza in stanza verso il luogo più intimo —cioè ciascuno verso il proprio cuore, santuario della verità—, lo spazio si amplia, la mente si apre, le contraddizioni si risolvono, le tensioni si dissolvono, gli altri trovano il loro posto, l’universo diventa casa. Non si tratta di una fuga intimista, ma di un’apertura radicale al totus Alius et semper Novus, che si realizza quando torniamo a noi stessi. Questa dimensione dell’essere umano è la ragione per cui bisogna proteggere la libertà religiosa e di coscienza.
Oggi, la tentazione di guadagnare popolarità alimentando il fuoco delle polarizzazioni sembra crescere, invece di diminuire; la dignità umana non cessa di essere violata. Per questo abbiamo bisogno di cultura, interiorità, un’educazione libera e di qualità, abbiamo bisogno di trascendenza. E, tuttavia, da queste notti oscure, uomini e donne fedeli alla verità sono stati spinti ad avanzare di dimora in dimora fino al punto in cui, nella coscienza, la giustizia e la pace si abbracciano. È dalla loro libertà che impariamo a essere liberi.
La Chiesa cattolica è al servizio di questa sete del cuore umano. Non in modo impositivo, ma con la testimonianza evangelica sostenuta da una moltitudine di martiri e santi, e oggi è disposta a mettersi al servizio del futuro di un popolo che cerca la riconciliazione e la pace.
Invito tutti, per amore della verità, ad abbandonare le narrazioni divisive e polarizzanti della vostra realtà sociale e della sua storia, per passare dalle semplificazioni sterili all’apprezzamento fecondo della complessità. Vedo qui una vocazione specifica dell’Europa, di cui la Spagna è protagonista originale e fondamentale. È il dono che il Vecchio Continente può fare al mondo se vuole rimanere giovane, perché giovane è chi sente di avere un futuro e una missione che ancora interpellano. Apprezzare la complessità e studiarla, imparare a non negarla e a viverla come una benedizione, fuggire da quegli approcci identitari che sembrano chiarire tutto, ma che popolano il mondo di fantasmi e nemici: ecco il compito di chi ha una grande storia alle spalle. Le nuove tecnologie sono diventate un ambiente artificiale in cui le nostre scelte fondamentali vengono messe alla prova: al loro interno, i pregiudizi si esacerbano, il pensiero critico si indebolisce, gli interessi prepotenti seminano pulsioni di morte. D’altra parte, il bene può resistere e comunicarsi.
È necessario, soprattutto da parte di chi ha responsabilità economiche, politiche e istituzionali, compiere un salto qualitativo, un cambio di rotta negli investimenti destinati alla scuola, all’università e alla ricerca, alle comunità locali e alla società civile come vivaio di partecipazione e mediazione culturale. La sicurezza, che troppo spesso ci illudiamo provenga dalle armi e dai muri, matura piuttosto imparando ad avanzare accanto all’altro, a crescere insieme, fianco a fianco. La vostra stessa storia lo attesta. La presenza dell’islam nella Penisola iberica, ad esempio, costituì una realtà politica, culturale e religiosa di lunga durata. Durante quel periodo non vi fu solo confronto, ma si tentò di creare uno spazio di contatto, conversazione e dialogo sul senso della verità tra cristiani, musulmani ed ebrei. Nella scuola di traduttori di Alfonso X il Saggio, esperti appartenenti alle tre religioni collaborarono alla traduzione del ricco patrimonio arabo, greco ed ebraico, contribuendo alla diffusione di testi come, tra gli altri, quelli dei filosofi Averroè (1126-1198) e Maimonide (1138-1204). In particolare, città come Cordova e Toledo divennero luoghi di mediazione tra lingue, religioni e saperi. Ma questa è la verità che raccontano le città europee, la loro stratificazione storica, il tessuto di solidarietà che nel corso dei secoli ha conformato le loro differenze, trasformando i conflitti inevitabili in punti di partenza.
Come ci insegnò un altro nobile figlio di questa terra, nelle prove e nei fallimenti è possibile rimettere in discussione tutto: Ignazio di Loyola ebbe questo coraggio, dando credito alle desolazioni e alle consolazioni del suo cuore, in un esercizio di discernimento e immaginazione per il quale preferì la pace alle armi e i santi ai potenti. Comprese che il bene a cui si sentiva attratto non era utopico, e allora la sua crisi si trasformò in grazia. Lo stesso può accadere con le “novità” che oggi ci inquietano e sulle quali le nostre sensibilità sono divise. «Evitiamo le parole che umiliano o affrontano. Optiamo per la chiarezza che illumina e la franchezza che apre strade. Non benediciamo entusiasmi ingenui né alimentiamo paure sterili. Piuttosto, indichiamo criteri di discernimento —la dignità della persona, la destinazione universale dei beni, l’opzione per i poveri, la cura della Casa comune, la pace— e traduciamoli in pratiche: pianificazione responsabile, valutazioni dell’impatto umano e sociale, inclusione dei più fragili, alfabetizzazione digitale, ricerca e industria orientate alla giustizia e alla pace» (Magnifica humanitas, 14).
Maestà, Altezze Reali, signore e signori, esprimo la mia gratitudine al vostro Paese per la sua fedeltà al diritto internazionale e al multilateralismo, che si traduce in un impegno attivo per la pace e la solidarietà tra i popoli. Allo stesso tempo, incoraggio a coltivare anche al suo interno il dialogo e l’amicizia sociale, a tenere conto delle prospettive dei poveri e dei giovani nell’immaginare il futuro, a armonizzare le richieste di autonomia e di unità, e a sostenere il processo di unione europea, non in opposizione ad altre potenze, ma come dono per tutta la famiglia umana.
Che Dio benedica la Spagna!