Le fallacie di Argüello sull'immigrazione e Ordo Amoris

Le fallacie di Argüello sull'immigrazione e Ordo Amoris

La risposta che Luis Argüello ha offerto nel Forum Nueva Economía alla domanda di Laura Ramírez su Vox merita di essere letta con attenzione. È un testo apparentemente meandro e pastorale che racchiude un’architettura argomentativa precisa la cui funzione non è dialogare con chi interpella, ma delegittimarlo da una presunta autorità dottrinale. Conviene smontarla pezzo per pezzo, non per un afán polemico, ma perché il presidente della Conferenza Episcopale Spagnola si serve qui della dottrina cattolica per farle dire ciò che la dottrina non dice, o ciò che dice con sfumature che lui sopprime.

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Il primo pezzo è anche il più rivelatore, ed è dove quasi tutto il commentariato ecclesiale ha sorvolato. Argüello apre la sua risposta così: «posturas irreconciliables yo creo que en principio no hay con nadie». La frase suona conciliatoria. È, in realtà, devastante. Perché quel «con nadie», pronunciato dal presidente dei vescovi spagnoli davanti a un segretario generale di Vox nella sala, traccia un’equivalenza tacita tra tutte le posizioni politiche presenti nello spettro spagnolo. Vox, sullo stesso piano di dialogabilità del Governo che ha approvato l’eutanasia, la legge trans, la regolarizzazione massiccia per decreto e il blindaggio legale dell’aborto fino alla settimana 22. Vox, sullo stesso piano di EH Bildu, erede politico di coloro che assassinarono sacerdoti e fedeli nel Paese Basco. Vox, sullo stesso piano di Sumar e Podemos, che hanno fatto dell’antagonismo attivo contro la libertà educativa e religiosa una bandiera. L’equidistanza è retoricamente comoda e teologicamente insostenibile: ci sono posture, in politica come in morale, che sono oggettivamente inconciliabili con principi non negoziabili che la stessa dottrina cattolica ha formulato con chiarezza. Che un vescovo non voglia o non sappia enunciare quel confine, preferendo rifugiarsi in un dialogo universale senza contenuto, non è virtù pastorale: è rinuncia. E da quella rinuncia si costruisce tutto il resto. Chi ha proclamato che con nessuno c’è disaccordo di fondo, si permette subito dopo di dipingere come eterodossa la posizione concreta di un partito concreto. L’equidistanza iniziale non era simmetria: era il permesso retorico per squalificare dopo l’unico interlocutore presente nella sala.

Stabilita la premessa, inizia la seconda operazione: lo scivolamento semantico da «poveri» a «impoveriti». Argüello insiste: «la Iglesia, con respecto a los asuntos que tienen que ver con los empobrecidos, y digo empobrecidos, no solo pobres». La distinzione non è innocente. Proviene dal vocabolario della teologia della liberazione latinoamericana degli anni settanta, e la sua funzione tecnica consiste nel convertire la povertà, che è uno stato, in un’azione passiva: qualcuno è stato «impoverito», quindi esiste un soggetto colpevole che lo ha impoverito. Prima che inizi il dibattito, il quadro morale è già fissato. Le nazioni riceventi di immigrazione non sono interlocutrici: sono colpevoli strutturali. Chi parla, lo fa dalla presunzione di innocenza; chi propone una politica migratoria restrittiva, dalla presunzione di colpa. Tutta la risposta successiva è coerente con quella premessa silenziata.

Il terzo pezzo è la falsa simmetria tra il «sal» e il «ven». «Hay lugares del mundo donde se está diciendo a la gente “sal” y hay lugares del mundo como el nuestro, donde se está diciendo a la gente “ven”». È retoricamente brillante e descrittivamente vero, ma la causa che Argüello gli attribuisce al «ven» —«porque nosotros vivimos en un invierno demográfico»— è falsa. Sì esiste un «ven», ma la sua origine non è la piramide demografica invertita. È un’architettura legale e assistenziale perfettamente identificabile. L’assistenza sanitaria universale estesa nel 2018 dal Governo di Pedro Sánchez agli immigrati in situazione irregolare. La scolarizzazione gratuita garantita indipendentemente dallo status amministrativo. La figura dell’arruolamento, sociale, lavorativo, familiare e per la formazione, che permette di regolarizzare dopo due o tre anni di permanenza irregolare. L’Iniziativa Legislativa Popolare per la regolarizzazione massiccia, impulsata in buona misura da strutture ecclesiali e approvata con ampio sostegno parlamentare. Il sistema di accoglienza dei minori non accompagnati, finanziato dalle comunità autonome. L’accesso al reddito minimo vitale in determinate condizioni. I raggruppamenti familiari con criteri laschi. L’amnistia migratoria effettiva concessa per decreto nel 2025 a più di mezzo milione di persone. Tutto ciò costituisce un «ven» implicito, perfettamente leggibile per le reti di origine e per le mafie del traffico. Lo stesso effetto chiamata è un dato riconosciuto dai servizi di intelligence e da Frontex, sebbene la sua menzione sia vietata in un certo vocabolario pubblico.

Questo subverte la tesi di Argüello più profondamente di quanto lui stesso avverta. Se il «ven» si dovesse all’inverno demografico, sarebbe un destino strutturale inevitabile che solo l’immigrazione potrebbe alleviare. Ma se il «ven» si deve a un insieme di decisioni politiche e amministrative concrete, allora non è un destino: è un’opzione. E un’opzione che può essere rivista, condizionata o soppressa senza che ciò implichi alcuna offesa alla dignità umana, perché gli Stati, come lo stesso León XIV ha ricordato, hanno diritto di regolare le loro frontiere e di configurare le loro politiche di accoglienza. La cosa curiosa del ragionamento episcopale è che naturalizza una scelta politica per presentarla come necessità antropologica. Dove c’è politica, vede demografia. E dove vede demografia, proibisce la discussione politica.

A questo si aggiunge la fallacia demografica vera e propria. La fecondità degli immigrati converge con quella del paese ricevente in una generazione, come mostrano gli studi di Eurostat e dello stesso INE. Sostituire una piramide invertita importando giovani che invecchieranno anch’essi è rimandare il problema, non risolverlo. L’impatto fiscale netto dipende crucialmente dal livello di qualificazione, e la Banca di Spagna ha documentato che nei profili bassi è solitamente negativo a medio termine. L’affermazione che l’unica risposta possibile all’inverno demografico è l’immigrazione nasconde una scelta politica previa: quella di non implementare politiche nataliste, familiari e di conciliazione di portata, materia che la Chiesa dovrebbe conoscere con una certa profondità.

Il quarto pezzo è la causalità strutturale spurio tra commercio internazionale e migrazione. Argüello dispiega due immagini: la giacca progettata negli Stati Uniti e cucita in maquilas del Sud globale, e i palloni con cui giocano i grandi club spagnoli, «hechos en Pakistán por niños esclavos». I dettagli sono verosimili. L’inferenza no. Argüello suppone che il commercio spieghi la migrazione: noi consumiamo ciò che loro producono mal pagato, quindi loro vengono qui. I dati vanno in senso contrario. Le maquilas messicane, lungi dall’incrementare la pressione migratoria verso gli Stati Uniti, sono state storicamente uno dei fattori che la contengono, perché offrono impiego in origine. Bangladesh, Vietnam o Pakistán, principali produttori di manifattura tessile economica, non apportano flussi migratori significativi alla Spagna. I paesi che sì li apportano —Marocco, Senegal, Mali, Venezuela, Colombia, Honduras, Nicaragua— lo fanno per motivi molto diversi: violenza, reti familiari, differenziali di salario e prestazioni, crisi politiche. Ridurre le cause della migrazione alla colpa commerciale dell’Occidente è teologicamente comodo ed empiricamente povero. Permette di eludere ciò che è veramente scomodo: che molte delle cause sono endogene ai paesi di origine, e che il commercio internazionale, lungi dall’essere causa dell’esodo, è uno dei meccanismi che la letteratura economica più rigorosa ha associato alla riduzione della povertà estrema nelle ultime tre decadi.

Arriviamo così al nucleo dottrinale del discorso, il quinto pezzo e il più delicato: la questione dell’Ordo Amoris. Argüello riconosce che León XIV si interessa all’argomento, cita i due proverbi castigliani che veicolano il senso comune dell’ordine dell’amore —«la caridad bien entendida empieza por uno mismo», «el pan de mis hijos que nadie me lo toque»— e li scarta come «lectura parcial» e come «trampa». Ciò che scarta non è un’idea trumpista: è la dottrina tomista classica sulla carità. San Tommaso dedica la questione 26 della Secunda Secundae a questo punto esatto. Stabilisce lì che l’amore di carità, pur essendo universale nel suo oggetto, è gerarchizzato nel suo esercizio effettivo: siamo obbligati a soccorrere prima il padre che lo straniero, prima il prossimo che il lontano, prima il membro della propria comunità politica che l’alieno, salvo in casi di necessità estrema. *Magis tenetur homo subvenire patri quam extraneo cuilibet*. Questo non è glossa marginale: è l’armatura della teologia morale cattolica sulle obbligazioni gerarchizzate, raccolta da tutta la tradizione successiva, da Suárez ai manuali scolastici di uso seminaristico fino a mezzo secolo fa. Quando Vance citò questo principio nel gennaio 2025 per giustificare una politica di priorità nazionale, i vescovi progressisti americani e il allora cardinale Prevost gli risposero con un tweet leggermente affrettato che dopo cancellò. Ma il problema non è quel tweet. Il problema è che la dottrina dell’*ordo caritatis* tomista, quando si legge integralmente, dà ragione a Vance nell’essenziale: esiste una gerarchia di obbligazioni, e l’appartenenza a una comunità politica genera doveri positivi di cui non partecipano gli estranei. La carità universale non annulla la gerarchia: la presuppone.

Ciò che Argüello fa è invertire l’ordine. Per lui, la dottrina tradizionale deve «superarse» in virtù di una novità: «que además de que la dignidad es universal, el bien común ya no solo es local». Da lì deduce che il bene comune ha «también una dimensión» globale che obbligherebbe a relativizzare le priorità nazionali. L’inferenza non regge. Il bene comune, nella dottrina cattolica classica —Suárez, León XIII in *Rerum Novarum*, Pio XI in *Quadragesimo Anno*, lo stesso Concilio Vaticano II— ha una referenza primaria alla comunità politica concreta. La sussidiarietà pontificia, formulata esplicitamente da Pio XI, presuppone che le istanze inferiori —famiglia, municipio, nazione— abbiano competenze proprie che le superiori non possono assorbire senza denaturalizzarle. Parlare di un «bene comune globale» che sostituisce o degrada il bene comune nazionale è dissolvere il concetto fino a lasciarlo operativamente vuoto, perché nessun soggetto politico concreto è in condizioni di perseguirlo. La manovra ricorda quella del marito che, di fronte alla rivendicazione della moglie, le risponde che lui ama tutta l’umanità: tecnicamente vero, praticamente irrilevante.

Sesto pezzo: l’uso strumentale di León XIV. Argüello cita il Papa per puntellare la sua posizione. Ma la citazione è selettiva. León XIV, nel volo di ritorno dalla Guinea Equatoriale il 23 aprile, disse due cose che Argüello riproduce parzialmente. La prima, che il Nord deve interrogarsi su cosa fa perché i giovani trovino futuro nei loro paesi. La seconda, letteralmente: «un Estado tiene derecho a establecer normas en sus fronteras. No digo que todos deban entrar sin un orden, creando a veces en los lugares a los que van situaciones más injustas que las que han dejado atrás». La seconda parte —quella che riconosce che l’immigrazione disordinata può generare ingiustizie maggiori di quelle da cui si fugge— Argüello la omette completamente. Il León XIV di Argüello è un Papa di una sola frase, ritagliata e orientata verso la sua tesi. Il Papa reale è assai più sfumato, e la sua posizione, pur essendo critica con le politiche migratorie aggressive di Trump, contiene riconoscimenti espliciti del diritto dello Stato di ordinare i flussi che in bocca a Vox sarebbero squalificati come xenofobi.

Settimo pezzo: le analogie che chiudono il discorso. Argüello paragona la tensione migratoria alla tensione turistica: ci sono zone saturate, ci sono quartieri che protestano per le crociere, ma continuiamo a dire che il turismo è vitale per il PIL. Il paragone è retoricamente comodo e argomentativamente inservibile. Il turista paga ciò che consuma, non accede al sistema di salute pubblica in condizioni di residente, non scolarizza i suoi figli, non genera domanda permanente di alloggi sociali e se ne va. La migrazione, specialmente quella irregolare, pone questioni diverse in natura, non solo in grado.

Ancora più sorprendente è l’analogia con la nave del hantavirus, la MV Hondius, che arrivò a Tenerife la scorsa domenica e i cui quattordici passeggeri spagnoli stanno ora in quarantena di 42 giorni nell’Ospedale Gómez Ulla. Argüello pretende di illustrare con questo episodio che «también ahí ha habido tensiones» tra curare i malati e curare la salute di chi accoglie. L’esempio gioca esattamente contro di lui. Ciò che l’episodio dell’hantavirus dimostra è che lo Stato spagnolo, di fronte a un rischio sanitario valutato, ha attivato protocolli stretti, ha imposto quarantene ai suoi stessi cittadini, ha coordinato evacuazioni internazionali, e tutto ciò senza che nessuno abbia invocato la dignità inalienabile dei passeggeri per impedirlo. Quando c’è un bene superiore identificato —in questo caso, la salute pubblica—, lo Stato ha sia il diritto che l’obbligo di restringere i movimenti. Che Argüello abbia scelto proprio questo esempio, due giorni dopo lo sbarco, suggerisce o una notevole distrazione argomentativa o una fiducia eccessiva nell’incapacità del pubblico di processare l’implicazione.

Ottavo pezzo: la coreografia del dialogo. Argüello chiude assicurando che «la disponibilidad de la Iglesia para dialogar con todos es manifiesta» ed elenca i suoi incontri informali con tutti i gruppi parlamentari. La dichiarazione arriva dopo una risposta in cui la posizione di Vox è stata caratterizzata come «trampa», come «lectura parcial», come teologia contaminata dal movimento MAGA. Si dialoga con chi è stato previamente squalificato in ciò che è dottrinale; si offre il tavolo a chi gli è stato negato il principio. Risulta difficile prendere sul serio un invito al caffè quando il menu lo ha cucinato l’altra parte ed esige di accettare in anticipo le premesse teologiche dell’anfitrione.

Resta un asunto che Argüello evita, e che conviene menzionare per concludere: la questione degli incentivi istituzionali. L’accusa di Abascal che la Chiesa «hace negocio con la inmigración» è retoricamente brutale e tecnicamente imprecisa, ma punta a un fatto verificabile: una parte sostanziale della rete assistenziale che si occupa dell’accoglienza migratoria in Spagna —Cáritas, varie congregazioni religiose, fondazioni diocesane— si finanzia con fondi pubblici ed europei la cui entità è legata al volume di persone assistite. Questo non converte la Chiesa in mafia né i suoi operatori in mercenari, né si tratta qui di mettere in dubbio l’abnegazione di chi lavora in quei servizi. Ma sì introduce un’asimmetria istituzionale che rende più complicato per i vescovi pronunciarsi sulle politiche migratorie con l’indipendenza che predicano. Argüello non affronta l’argomento, lo liquida come «ofensivo». L’offesa è comprensibile. La domanda resta pendente.

L’insieme del discorso conforma, in sintesi, una costruzione retoricamente curata e dottrinalmente debole. Si apre con un’equidistanza che dissolve ogni gerarchia di incompatibilità morali, per introdurre immediatamente dopo un’incompatibilità dottrinale contro l’unico interlocutore presente. Si sostiene su cinque pilastri —il relativismo iniziale, lo scivolamento semantico da poveri a impoveriti, la falsa attribuzione demografica dell’effetto chiamata, la causalità strutturale spurio commercio-migrazione e la diluizione dell’*ordo caritatis* tomista— che non resistono a un esame rigoroso. Si cita selettivamente il Papa per presentare come autorità ciò che è opzione episcopale spagnola. Si offre dialogo dopo aver squalificato l’interlocutore. E si evita l’unica cosa che realmente importerebbe chiarire: come è possibile riconoscere il diritto dello Stato di regolare l’immigrazione, come fa letteralmente León XIV, e allo stesso tempo squalificare moralmente ogni politica concreta che pretenda di regolarla. L’incoerenza è strutturale, non accidentale. Finché non si affronta, il rimprovero di Vox ai vescovi —si possa condividere o no— continuerà ad avere, almeno in questo punto, più fondamento argomentativo della risposta episcopale.

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