Una residenza a Castellón accoglie sacerdoti in crisi e facilita il loro ritorno al ministero

Una residenza a Castellón accoglie sacerdoti in crisi e facilita il loro ritorno al ministero

Nella provincia spagnola di Castellón, lontano dagli ambienti urbani e dal ritmo abituale della vita parrocchiale, una residenza specializzata funge da punto di sostegno per sacerdoti che attraversano situazioni personali che influenzano l’esercizio del loro ministero. Secondo quanto riferisce Zenit, si tratta della Residenza Mosén Sol, situata ad Alquerías del Niño Perdido, destinata ad accogliere chierici che hanno raggiunto un limite nella loro capacità di sostenere le esigenze pastorali.

Gestita dalla Hermandad de Sacerdotes Operarios Diocesanos, l’iniziativa risponde a una realtà sempre più presente in diverse diocesi: sacerdoti che affrontano usura accumulata, crisi personali o difficoltà che non possono risolvere da soli. Il progetto, avviato nel 2020, è stato promosso nell’ambito della diocesi di Segorbe-Castellón e ha contato fin dall’inizio del sostegno del vescovo diocesano, monsignor Casimiro López Llorente, che allora sottolineò la necessità di offrire ai sacerdoti uno spazio dove “ritrovare il Signore e se stessi”.

Un itinerario di fronte a situazioni concrete

Il centro è diretto dal sacerdote messicano Emilio Lavaniegos, che negli ultimi cinque anni ha sviluppato un modello centrato su problematiche specifiche come depressione, dipendenze, crisi di fede e esaurimento.

Quest’ultimo appare frequentemente in contesti in cui un solo sacerdote deve attendere a diverse parrocchie, con un accumulo costante di compiti sacramentali, amministrativi e pastorali. Col tempo, questo carico può derivare in un deterioramento progressivo che influisce sia sull’equilibrio personale sia sull’esercizio del ministero.

Dalla residenza sottolineano che il sacerdozio è una forma di vita esigente, con scarso margine per il riposo prolungato o la disconnessione, il che aggrava queste situazioni quando non vengono affrontate in modo adeguato.

Accompagnamento strutturato e lavoro personale

Il programma si articola come un processo definito, orientato alla maturazione personale e spirituale del sacerdote. Include fasi di valutazione, permanenza prolungata —solitamente di circa sei mesi— e un follow-up successivo che può estendersi per diversi anni.

L’itinerario combina accompagnamento spirituale, lavoro personale, vita comunitaria e supporto professionale. Secondo i suoi responsabili, si tratta di offrire al sacerdote un ambiente in cui possa affrontare la sua situazione in modo ordinato, con strumenti concreti.

Il team è composto da diversi sacerdoti e un gruppo di professionisti di varie discipline, il che permette di integrare l’accompagnamento spirituale con il supporto psicologico. La capacità del centro rimane ridotta —solitamente non più di nove residenti— per garantire un follow-up ravvicinato.

Ritorno al ministero o processo di uscita

Negli ultimi cinque anni, 115 sacerdoti sono passati per la residenza. Circa l’80 % è tornato successivamente al ministero attivo nelle loro diocesi. In altri casi, il processo conduce a un’uscita dal sacerdozio accompagnata, proposta senza conflitti.

Aspetti personali e vita sacerdotale

Tra i temi affrontati figurano questioni relative alla vita affettiva, al celibato e alla maturità personale. Dalla direzione del centro si pone che queste dimensioni richiedono attenzione costante e non possono essere date per risolte in modo automatico.

L’approccio parte da una constatazione: le difficoltà che attraversano alcuni sacerdoti non sono estranee alla condizione umana, sebbene si sviluppino all’interno di una vocazione che esige un equilibrio particolare.

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