Undici anni dell'ordinazione episcopale di Robert Prevost a Chiclayo

Undici anni dell'ordinazione episcopale di Robert Prevost a Chiclayo

Il 12 dicembre 2014, festa di Nostra Signora di Guadalupe, l’allora sacerdote Robert Francis Prevost riceveva l’ordinazione episcopale nella Cattedrale di Santa Maria di Chiclayo, nel nord del Perù. Quel giorno, presieduto dal nunzio apostolico James Patrick Green, segnò l’inizio di una fase decisiva nella traiettoria ecclesiale di colui che oggi è il Papa Leone XIV.

La designazione di Prevost era avvenuta settimane prima. Papa Francesco lo nominò amministratore apostolico della diocesi di Chiclayo il 3 novembre 2014, prendendo possesso canonico il 7 dello stesso mese. L’ordinazione episcopale del 12 dicembre confermò formalmente la sua missione come pastore di una diocesi segnata da forti sfide sociali, culturali ed ecclesiali.

Otto anni di governo episcopale nel nord del Perù

L’episcopato di Prevost a Chiclayo si estese per quasi otto anni. Il suo governo fu percepito come discreto, con un’impronta agostiniana e un rapporto stretto con parte del clero locale. Durante quel tempo partecipò attivamente alla vita della Conferenza Episcopale Peruviana e consolidò un profilo che, in seguito, lo portò ad assumere responsabilità di primo livello nella Curia romana.

A gennaio 2023, Papa Francesco lo chiamò a Roma per nominarlo prefetto del Dicastero per i Vescovi e presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina. Con quella nomina concluse la sua fase di governo ordinario a Chiclayo, una diocesi che segnò decisivamente la sua traiettoria pastorale.

Il caso Lute, una ferita ancora aperta nella diocesi

Tuttavia, il suo passaggio in Perù non può essere disgiunto da una questione che continua a generare dolore, controversia e domande irrisolte: il caso Lute —in riferimento al sacerdote Eleuterio Vásquez González, denunciato per abusi sessuali commessi quando le vittime erano minorenni— rimane come una ferita aperta che ricorda a Prevost una gestione che è stata duramente criticata e che lo perseguita ancora nel suo pontificato.

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Infovaticana ha trattato questo caso in diverse occasioni fornendo informazioni sui fatti e sottolineando due dimensioni inseparabili. Da un lato, la gravità oggettiva della denuncia e l’obbligo morale e pastorale della Chiesa di offrire verità, giustizia e riparazione. Dall’altro, la critica a una gestione istituzionale con mancanza di trasparenza durante l’episcopato di Prevost.

È noto che Prevost mantenne un contatto personale con le vittime —tra cui Ana María Quispe, principale portavoce e denunciante— e in quel momento espresse parole di perdono, un gesto che, pur rilevante, non può sostituire un accompagnamento istituzionale chiaro né procedure ecclesiali comunicate con trasparenza. La lentezza, la mancanza di informazioni e l’assenza di un quadro chiaro di azione hanno contribuito a che il caso continui a essere vissuto come una ferita aperta nella diocesi e nelle vittime.

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Al contempo, Infovaticana ha messo in guardia contro la strumentalizzazione mediatica e politica del caso, specialmente quando la sofferenza della vittima diventa un’arma da lanciare in dispute ecclesiali o ideologiche. Denunciare quell’uso improprio non equivale a minimizzare l’accusa, ma a proteggere la verità e la dignità di coloro che hanno sofferto gli abusi.

L’uscita dallo stato clericale di Lute non ha chiuso il dibattito. Al contrario, rimane —e con più forza di prima— la necessità di concludere un caso che ha tenuto le vittime in sospeso negli ultimi 5 anni a causa delle decisioni adottate e della mancanza di responsabilità istituzionale. Accettare una dispensa clericale non può diventare una scorciatoia per evitare l’accertamento completo dei fatti né la riparazione dovuta.

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Undici anni dopo

Undici anni dopo la sua ordinazione episcopale a Chiclayo, Robert Francis Prevost è oggi Leone XIV. Ed è proprio per questo che la sua fase come vescovo diocesano acquisisce una rilevanza nuova. Il 12 dicembre —festa di Nostra Signora di Guadalupe, imperatrice dell’America— non è solo un ricordo biografico, ma anche un invito ad affrontare con responsabilità le questioni pendenti.

Chiudere adeguatamente il caso Lute —con trasparenza, garanzie e un autentico accompagnamento alla vittima— non sarebbe solo un atto di giustizia, ma anche un segno coerente con la responsabilità universale che oggi esercita come Successore di Pietro.

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