La mira del nemico

La mira del nemico

Carlo Acutis muore a Monza nel 2006, a quindici anni e con un sito web a metà aggiornamento. Non catalogava processi di ascolto né itinerari sinodali: catalogava miracoli eucaristici e apparizioni della Vergine, i due archivi che un adolescente con un computer considerava urgenti prima di morire. La Chiesa ha impiegato quasi due decenni per portarlo sugli altari. Per capire ciò che ci ha lasciato detto ci vorrà qualcosa in più: che la fede si regge su due colonne, l’Eucaristia e Maria, e che tutto il resto è impalcatura.

Un sacerdote me lo ha riassunto qualche giorno fa con un’economia che già vorrebbero i documenti romani. Sono le due chiavi, mi ha detto. Tutto ciò che i cattivi attaccano. Tutto ciò che ci sostiene.

Non conosco trattato di ecclesiologia che migliori quelle due frasi.

La storia, inoltre, dà ragione al prete. Ogni assalto serio contro la Chiesa ha cominciato sparando lì. I catari negarono l’altare prima di ogni altra cosa. Cranmer smontò la Messa mentre gli uomini di Enrico VIII bruciavano l’immagine di Walsingham, e nel ’36 i miliziani fucilavano immagini della Vergine e facevano saltare i tabernacoli con un accanimento che non dedicarono mai alle encicliche sociali (nessuno ha mai profanato un piano pastorale). I peggiori nemici della Chiesa hanno sempre avuto una mira eccellente.

La progressione attuale non abbatte, dissolve. Non profana il tabernacolo, lo sposta in una cappella laterale dove non dia fastidio. Non nega la presenza reale, smette di menzionarla, che è più pulito. La Messa diventa assemblea, incontro, tavola condivisa, e due generazioni dopo il risultato lo misura Pew: sette cattolici americani su dieci credono che l’Eucaristia sia un simbolo. Missione compiuta senza rompere un solo calice.

Con Maria la procedura è identica. Dall’Immacolata a donna credente del suo popolo, da Mediatrice di tutte le grazie a risorsa pastorale per il mese di maggio. Il rosario, liquidato come devozione di signore anziane.

Il motivo di tanta insistenza è semplice: le due sono scandalosamente concrete. L’Eucaristia non è un’idea di Dio, è Dio lì, nella fila delle undici. Maria non è un archetipo del femminile, è una madre con un nome, vicina di Nazaret, la garanzia carnale che ciò è accaduto davvero. La progressione parla di processi, cammini, dinamiche, ascolti… Un vocabolario intero progettato affinché nulla sia mai del tutto presente. Ciò che non sopporta è la Presenza. Contro un valore si può dialogare indefinitamente. Contro un Corpo, no.

E intanto ciò che cresce nella Chiesa cresce esattamente lì. Cappelle di adorazione perpetua con i turni delle quattro del mattino coperti, rosari di uomini che riempiono piazze da Siviglia a Varsavia, il pellegrinaggio di Chartres o Covadonga che appende il cartello di completo come un concerto, uno stadio di football americano in silenzio davanti a un ostensorio a Indianapolis.

Nessuno peregrina a un processo sinodale.

Acutis lo disse senza dottorato: l’Eucaristia è la mia autostrada verso il cielo. Del rosario diceva che era la scala più corta per salirlo. Leone XIV lo ha canonizzato lo scorso settembre davanti a una piazza straripante di ragazzi, che è esattamente l’immagine che la progressione non riesce a spiegarsi. Il nemico, invece, la capisce fin troppo bene. Spara all’Eucaristia e spara a Maria perché sa che lì si regge tutto, e in quella mira ci lascia, senza volerlo, disegnata la mappa del tesoro.

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