«Taybeh non deve scomparire nel silenzio», chiede il parroco dell'ultimo villaggio cristiano della Cisgiordania

«Taybeh non deve scomparire nel silenzio», chiede il parroco dell'ultimo villaggio cristiano della Cisgiordania

La situazione dei circa 1.200 cristiani che rimangono a Taybeh continua a peggiorare a causa delle ripetute incursioni dei coloni israeliani. L’Esercito israeliano ha dichiarato la località e parte del suo circondario zona militare chiusa ai cittadini israeliani fino a luglio 2027, una misura adottata in seguito agli attacchi violenti registrati nella zona e la cui efficacia è stata messa in dubbio dal parroco latino del paese.

«Ci sentiamo dimenticati, ci sentiamo soli», ha avvertito padre Bashar Fawadleh, parroco di Cristo Redentore, in dichiarazioni a Vatican News. Il sacerdote sostiene che l’insicurezza sta spingendo gli abitanti di Taybeh a prendere in considerazione l’abbandono delle loro proprietà e ha chiesto direttamente l’intervento di papa Leone XIV: «Vogliamo vivere in pace, con giustizia e dignità».

Una zona militare chiusa che non ferma le incursioni

L’ordine militare israeliano, datato 23 luglio, riguarda circa 14 chilometri quadrati che comprendono Taybeh e settori delle località vicine di Dayr Jarir e Ramun. Secondo quanto riferisce l’agenzia KNA, il divieto impedisce l’accesso o la permanenza nella zona agli israeliani che non vi risiedono e rimarrà in vigore fino al 1° luglio 2027.

L’Esercito israeliano ha giustificato la misura con gli attacchi violenti dei coloni. La restrizione non riguarda i palestinesi e prevede anche eccezioni per i giornalisti a determinate condizioni.

Fawadleh mette tuttavia in dubbio che la chiusura stia garantendo la sicurezza della popolazione. Il sacerdote assicura che, nonostante l’ordine, i coloni israeliani continuano a entrare nella zona accompagnati dai loro greggi e ritiene che esistano altri mezzi per fornire una protezione efficace agli abitanti.

La tensione si è intensificata negli ultimi mesi. Fonti palestinesi hanno registrato almeno undici incidenti provocati dai coloni nell’area di Taybeh durante luglio.

Famiglie cristiane sotto una pressione crescente

Uno degli ultimi episodi riguarda una famiglia della parrocchia di Cristo Redentore. Fawadleh ha raccontato ai media vaticani che due coloni sono entrati ripetutamente in un’abitazione appena preparata per essere abitata, hanno tagliato la recinzione e hanno introdotto un gregge di pecore nella proprietà.

Il parroco denuncia inoltre incendi di terreni, danni alle terre agricole, incursioni in proprietà private e difficoltà di circolazione. A suo giudizio, questi episodi stanno generando un clima di paura che minaccia la permanenza delle famiglie cristiane.

«Abbiamo bisogno di aiuto per poter continuare a vivere qui e dare testimonianza di Gesù Cristo e dei suoi discepoli», afferma.

Il sacerdote sostiene che le possibilità di risposta per via legale sono limitate e reclama un maggiore coinvolgimento internazionale. Sottolinea inoltre l’importanza che ha per gli abitanti la presenza di rappresentanti diplomatici e del patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa.

«Taybeh non deve scomparire nel silenzio»

Taybeh, situata circa 30 chilometri a nord di Gerusalemme, è considerata l’ultima località della Cisgiordania la cui popolazione è interamente cristiana. Tradizionalmente identificata con l’Efraim del Vangelo di san Giovanni, conserva un legame speciale con il ritiro di Cristo insieme ai suoi discepoli prima della Passione.

Nella località convivono cristiani latini, greco-cattolici melkiti e ortodossi, le cui comunità, secondo Fawadleh, rimangono unite di fronte alla crescente insicurezza.

Il parroco ha chiesto alla Chiesa universale di pregare per i suoi abitanti e di rendere visibile la loro situazione. Il suo appello si rivolge anche espressamente a Leone XIV: «Vorrei chiedere a papa Leone XIV di fare qualcosa per quest’ultimo villaggio cristiano della Cisgiordania, affinché cessino gli attacchi dei coloni e smettano di occupare le nostre terre».

Di fronte al timore che altre famiglie finiscano per andarsene, Fawadleh riassume la sua richiesta in un avvertimento: «Non dimenticate Taybeh! Taybeh non deve scomparire nel silenzio».

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