Leone XIV nella cattedrale di Mongomo: «La fede non può rimanere nella celebrazione, deve essere vissuta nell'impegno»

Leone XIV nella cattedrale di Mongomo: «La fede non può rimanere nella celebrazione, deve essere vissuta nell'impegno»

Il Papa Leone XIV ha celebrato questo mercoledì 22 aprile la Santa Messa nella Basilica dell’Immacolata Concezione di Mongomo, in Guinea Equatoriale, dove ha ricordato i 170 anni di evangelizzazione nel paese e ha chiamato i fedeli ad assumere personalmente la missione ricevuta. Nella sua omelia, il Pontefice ha sottolineato che la fede, vissuta con intensità nelle sue liturgie, deve tradursi in impegno concreto con il prossimo e nella promozione del bene comune, avvertendo inoltre della necessità di superare le disuguaglianze e costruire un futuro segnato dalla speranza.

Lasciamo qui di seguito l’omelia completa, pronunciata in spagnolo da Leone XIV:

Cari fratelli e sorelle:

In questa splend ida basilica cattedrale, dedicata all’Immacolata Concezione, Madre del Verbo incarnato e Patrona della Guinea Equatoriale, ci siamo riuniti per ascoltare la Parola del Signore e celebrare il memoriale che Egli ci ha lasciato come fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa. L’Eucaristia contiene veramente tutto il bene spirituale della Chiesa: è Cristo, la nostra Pasqua, che si dona a noi; è il Pane vivo che ci sazia; è la presenza che ci rivela l’amore infinito di Dio per tutta la famiglia umana, che continua anche oggi a uscire incontro a ogni uomo e donna.

Mi rallegra poter celebrare insieme a voi, rendendo grazie al Signore per i 170 anni di evangelizzazione in queste terre della Guinea Equatoriale. Si tratta di un’occasione propizia per ricordare tutto il bene che il Signore ha compiuto e, al tempo stesso, desidero esprimere la mia gratitudine ai numerosi missionari, missionarie, sacerdoti diocesani, catechisti e fedeli laici che hanno consegnato la loro vita al servizio del Vangelo.

Essi hanno accolto le attese, le domande e le ferite del loro popolo, illuminandole con la Parola del Signore e diventando segno dell’amore di Dio in mezzo a voi; con la loro testimonianza di vita, hanno collaborato alla venuta del Regno di Dio, senza paura di soffrire per la loro fedeltà a Cristo.

È una storia che non potete dimenticare, che, da un lato, vi unisce alla Chiesa apostolica e universale che vi precede e, dall’altro, vi ha accompagnato affinché voi stessi diventiate protagonisti dell’annuncio del Vangelo e della testimonianza della fede, compiendo quelle parole profetiche pronunciate in terra africana dal Papa san Paolo VI: «Voi africani, siete già missionari per voi stessi. La Chiesa di Cristo è veramente radicata in questa terra benedetta» (Omelia alla conclusione del Simposio dei Vescovi d’Africa, Kampala, Uganda, 31 luglio 1969).

Da questa prospettiva, siete chiamati a continuare oggi il cammino tracciato dai missionari, dai pastori e dai laici che vi hanno preceduto. A tutti e a ciascuno si chiede un impegno personale che abbracci la vita per intero, affinché la fede, celebrata in modo così festoso nelle vostre comunità e nelle vostre liturgie, nutra le vostre attività caritative e la responsabilità verso il prossimo, per la promozione del bene di tutti.

Questo impegno richiede perseveranza, costa sforzo, a volte sacrificio, ma è il segno che siamo veramente la Chiesa di Cristo. La prima lettura che abbiamo ascoltato ci narra in pochi versetti come una Chiesa che annuncia con gioia e senza timore il Vangelo è anche una Chiesa che, proprio per questo, può essere perseguitata (cfr. At 8,1-8). Ma, d’altra parte, lo stesso libro degli Atti degli Apostoli ci dice che, mentre i cristiani sono costretti a fuggire e si disperdono, moltissimi si avvicinano alla Parola del Signore e possono vedere con i loro stessi occhi che i malati nel corpo e nello spirito sono guariti. Questi sono i segni prodigiosi della presenza di Dio, che generano grande gioia in tutta la città (cfr. vv. 6-8).

Così, fratelli e sorelle, sebbene le situazioni personali, familiari e sociali che viviamo non siano sempre favorevoli, possiamo confidare nell’opera del Signore, che fa germogliare il buon seme del suo Regno per vie che ignoriamo, anche quando sembra che tutto intorno a noi sia sterile, e persino nei momenti di oscurità. Con questa fiducia, radicata più nella forza del suo amore che nei nostri meriti, siamo chiamati a rimanere fedeli al Vangelo, ad annunciarlo, a viverlo in pienezza e a renderne testimonianza con gioia. Dio non ci priverà dei segni della sua presenza e, ancora una volta, come ci ha detto Gesù nel Vangelo che abbiamo appena ascoltato, sarà per noi «il pane della vita» che sazierà la nostra fame (cfr. Gv 6,35).

Qual è la fame che proviamo? Di che ha fame oggi questo paese? Il motto della mia visita è «Cristo, Luce della Guinea Equatoriale, verso un futuro di speranza», e forse proprio questo è oggi la fame maggiore: c’è fame di futuro, ma di un futuro abitato dalla speranza, che possa generare una nuova giustizia, che possa dare frutti di pace e fraternità. E non si tratta di un futuro sconosciuto, che dobbiamo aspettare in modo passivo, ma di un avvenire che proprio noi, con la grazia di Dio, siamo chiamati a costruire. Il futuro della Guinea passa dalle decisioni che voi prendete; è affidato al vostro senso di responsabilità e all’impegno condiviso di custodire la vita e la dignità di ogni persona.

È necessario, pertanto, che tutti i battezzati si sentano coinvolti nell’opera di evangelizzazione, diventino apostoli della carità e testimoni di una nuova umanità.

Si tratta di partecipare, con la luce e la forza del Vangelo, allo sviluppo integrale di questa terra, alla sua rinnovazione, alla sua trasformazione. Sono molte le ricchezze naturali che il Creatore vi ha donato; vi esorto a cooperare affinché possano essere una benedizione per tutti. Che il Signore vi aiuti a diventare sempre più una società in cui ciascuno, secondo le rispettive responsabilità, lavori al servizio del bene comune e non di interessi particolari, superando le disuguaglianze tra privilegiati e sfavoriti. Che crescano gli spazi di libertà e che si salvaguardi sempre la dignità della persona umana; penso ai più poveri, alle famiglie in difficoltà; penso ai detenuti, spesso costretti a vivere in condizioni preoccupanti di igiene e di sanità.

Fratelli e sorelle, servono cristiani che prendano in mano il destino della Guinea Equatoriale. Per questo voglio incoraggiarvi: ¡non abbiate paura di annunciare e testimoniare il Vangelo! Siate voi i costruttori di un futuro di speranza, di pace e di riconciliazione, continuando l’opera che i missionari iniziarono 170 anni fa.

Che la Vergine Maria Immacolata vi accompagni in questo cammino. Che ella interceda per voi e vi renda discepoli generosi e gioiosi di Cristo.

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