Il passaggio dalla morte alla vita: «Siamo stati comprati al prezzo infinito del suo sangue»

—una riflessione accompagnando il silenzio della Madre addolorata—

Il passaggio dalla morte alla vita: «Siamo stati comprati al prezzo infinito del suo sangue»

Il Sabato Santo è il giorno in cui, silenziate le voci e compiuto il sacrificio, l’anima cristiana può guardare in faccia una verità che normalmente trascura: non ci apparteniamo più. Cristo ci ha comprato al prezzo del suo sangue, e Maria, la Madre addolorata, rimane in silenzio accanto a quel mistero, insegnandoci a non fuggire dalla Croce quando ancora non è spuntata la gloria della Pasqua.

Il prezzo della nostra redenzione non fu simbolico

Dopo il Venerdì Santo, la Chiesa non corre a riempire il vuoto con parole. Tace. E fa bene. Perché di fronte alla morte del Figlio di Dio ogni retorica è superflua. Il sangue è stato versato, il corpo è stato deposto nel sepolcro e il mondo, anche se continua con i suoi affanni, è stato segnato per sempre da un fatto irripetibile: la nostra redenzione è costata la vita di Cristo.

San Luigi Maria Grignion de Montfort lo dice con la chiarezza di chi non riduce il cristianesimo a un sentimento amabile: «non ci apparteniamo più a noi stessi, ma siamo totalmente suoi, come suoi membri e schiavi, comprati al prezzo infinito di tutto il suo sangue». Qui non c’è metafora pia né linguaggio decorativo. C’è un’affermazione radicale: Cristo non ci ha solo salvato dal peccato; ci ha fatto suoi.

Per questo Montfort aggiunge che «non dobbiamo più vivere, lavorare né morire se non per fruttificare per questo Dio-Uomo». La redenzione non è un’idea da ammirare da lontano, ma una verità che esige conseguenze. Se siamo stati comprati, allora la nostra vita non può continuare a essere amministrata come proprietà privata. Non siamo padroni assoluti del nostro tempo, dei nostri talenti, delle nostre opere né della nostra volontà. Tutto è stato raggiunto dal sangue di Cristo.

Il Sabato Santo è il giorno di Maria

Se il Venerdì Santo è il giorno del sacrificio, il Sabato Santo è, in certo modo, il giorno del silenzio della Madre. I discepoli hanno conosciuto lo scandalo, la paura e la dispersione. Maria, al contrario, rimane. Non predica, non protesta, non si ribella, non esige spiegazioni. È lì. Crede. Aspetta. Soffre.

Per questo questo giorno ha un volto mariano marcato. Accompagnare Maria nel Sabato Santo è entrare nella scuola più profonda della fede. Nessuno come lei ha visto da vicino il prezzo della nostra redenzione. Nessuno come lei ha contemplato il sangue del Figlio versato fino all’ultima goccia. Nessuno come lei ha sostenuto nel suo cuore trafitto la oscurità di questa ora.

Accanto a Maria, il cristiano comprende che la Croce è l’atto per cui il Figlio di Dio ci riscatta per sé. E proprio perché Maria è stata accanto alla Croce, il suo silenzio del Sabato Santo non è vuoto, ma memoria viva del sacrificio, fedeltà e speranza.

«Gesù Cristo vuole raccogliere qualche frutto»

Montfort ci ricorda che «Gesù Cristo vuole raccogliere qualche frutto dalle nostre povere persone» e precisa immediatamente quale sia quel frutto: «le nostre buone opere, perché queste gli appartengono esclusivamente». Questa affermazione taglia alla radice una visione comoda della fede. Cristo non ha versato il suo sangue per lasciarci installati in una religione senza conseguenze. Ci ha redenti perché diamo frutto.

Il Sabato Santo invita precisamente a esaminare quel frutto. Se abbiamo passato la Quaresima, se abbiamo contemplato la Passione, se veneriamo la Croce, ma continuiamo a vivere come se fossimo di nostra esclusiva proprietà, allora non abbiamo ancora capito il prezzo pagato per noi. Non basta commuoversi davanti a Cristo morto; bisogna riconoscere che la sua morte reclama la nostra vita.

In un tempo come il nostro, ossessionato dall’autonomia, dalla libertà e dal diritto di decidere tutto da sé, questo messaggio risulta almeno scandaloso. Ma il Vangelo non è stato dato per lusingare l’orgoglio moderno. È stato dato per salvare l’uomo. E l’uomo si salva solo quando accetta che non basta a se stesso, che non si è redento da solo e che non può vivere di spalle a Colui che ha versato il suo sangue sulla Croce.

Schiavi d’amore, non salariati di Dio

La parola ‘schiavo’ risulta forte, restrittiva e sicuramente contraria ai rispettati Diritti Umani, ma, secondo Montfort, è precisa, e per questo fa la distinzione tra servo e schiavo. Il servo serve per un tempo, conserva diritti, pone condizioni, aspetta salario. Lo schiavo, al contrario, si consegna interamente e non si riserva nulla. Può suonare duro agli orecchi moderni, ma il santo utilizza questa immagine per mostrare fino a che punto deve essere totale la nostra appartenenza a Cristo.

Per questo, scrive il santo mariano, che dobbiamo servirlo «non solo come salariati, ma come schiavi d’amore». Non si tratta di una schiavitù umiliante, ma di una consegna libera, nata dal riconoscimento dell’amore ricevuto. Chi ha capito cosa è costato il suo riscatto non calcola più, non mercanteggia, non chiede quanto deve dare: si consegna.

E qui appare Maria in modo decisivo. Perché lei è la creatura che meglio ha vissuto questa totale disponibilità. Dall’Annunciazione al Calvario, tutta la sua esistenza è stata un fiat sostenuto. Maria non si appartiene. Tutto in lei è riferito a Dio. Tutto in lei è obbedienza, accoglienza, consegna. Per questo il Sabato Santo, vissuto accanto alla Madre addolorata, insegna al cristiano la forma concreta di quella schiavitù d’amore: tacere, rimanere, offrirsi e aspettare.

A Cristo per Maria

Montfort non parla solo di appartenere a Gesù Cristo; insegna anche che la via più sicura per appartenergli del tutto passa per la Santissima Vergine. Le sue parole sono precise: «La Santissima Vergine è il mezzo di cui si è servito il Signore per venire a noi. È anche il mezzo di cui dobbiamo servirci per andare a Lui». E aggiunge qualcosa di ancora più importante: «La tendenza più forte di Maria è quella di unirci a Gesù Cristo».

Maria non trattiene nulla per sé. Non compete con Cristo, non oscura il suo signoreggio, non distrae dal mistero pasquale. Al contrario: conduce l’anima verso un’unione più pura, più rapida e più completa con il suo Figlio. Per questo accompagnarla nel Sabato Santo non è fermarsi nel dolore di una madre, ma imparare da quella madre a traversare la notte con fede e ad arrivare a Cristo senza riserve.

Il silenzio della Madre non è sconfitta

C’è qualcosa di profondamente istruttivo nel silenzio di Maria. Mentre il mondo giudica dalle apparenze e gli uomini si scandalizzano davanti al fallimento della Croce, la Madre rimane unita al disegno di Dio. Non capisce meno di noi; capisce di più. Non soffre meno di noi; soffre molto di più. Ma non si allontana.

Quel silenzio, quindi, non è sconfitta. È fortezza soprannaturale. È fede purificata. È la forma più alta di accompagnare Cristo quando non resta più nulla di esteriore che sostenga la speranza. E per questo il Sabato Santo è una giornata privilegiata per porsi accanto a lei e imparare ad aspettare. Non con un’attesa superficiale, propria di chi sa che la storia finirà bene, ma con l’attesa dolorosa e fedele di chi è passato dalla ferita della spada e, nonostante ciò, continua a credere.

Alla luce di questa presenza di Maria, la frase di Montfort acquista un peso ancora maggiore. Siamo stati comprati con sangue, sì; ma quel prezzo si contempla meglio dal cuore trafitto della Madre. Lei non aggiunge nulla al sacrificio di Cristo quanto al suo valore redentore, ma ci insegna a entrarvi e a riceverlo.

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