Conviene smetterla con le finzioni pietose. Quello che è successo con la Fraternità San Pio X non è un incidente, né un raptus improvviso, né una “fuga in avanti”. È l’esito logico di una strategia romana perfettamente riconoscibile: guadagnare tempo, protrarre le conversazioni, rinviare le decisioni e confidare che la biologia facesse il lavoro sporco. Quattro vescovi consacrati da Lefebvre, sempre più anziani. Un calcolo semplice: aspettare che muoiano e, morto il cane, finisce la rabbia.
Per trent’anni si è negoziato senza negoziare. Riunioni, lettere, commissioni, gesti amichevoli, dichiarazioni ambigue, silenzi prolungati. Molto movimento, nessun avanzamento strutturale. Né una soluzione canonica stabile. Né una garanzia sacramentale solida. Né un quadro giuridico che non potesse essere revocato dal successivo burocrate con firma delegata. Tutto provvisorio, tutto condizionato, tutto reversibile. La specialità della casa.
Roma non voleva risolvere il “problema FSSPX”; voleva gestirlo fino alla sua estinzione naturale. E questo spiega la pazienza infinita, la cordialità senza frutti e il rifiuto sistematico di affrontare il nucleo reale della questione: la continuità oggettiva del ministero episcopale e sacramentale per una realtà viva, in crescita e con vocazioni reali. Nel frattempo, si ripeteva il mantra di sempre: aspettate, fidatevi, vedremo, ora non è il momento.
Il problema dei trucchi dilatori è che funzionano solo finché l’altro non li scopre. E la Fraternità, a ragione o a torto, ha finito per vedere la trappola. Ha capito che non c’era orizzonte, solo rinvio. Che non c’era volontà di integrazione reale, ma gestione burocratica dell’usura. Che il tavolo del dialogo era un tapis roulant: molto sforzo, nessun spostamento.
Arrivati a quel punto, la decisione di andare “per la via di mezzo” non è eroica né esemplare, ma sì comprensibile. Quando si portano avanti tre decenni in attesa di una soluzione che non arriva mai, quando si vedono chiudere canali, bloccarsi sacramenti e dipendere tutto da permessi revocabili, l’appello astratto alla pazienza inizia a suonare come una beffa. Nessuno è obbligato a collaborare indefinitamente nella propria asfissia.
Non mi piace la decisione. Ha rischi oggettivi e conseguenze serie. Ma non mi sento nemmeno con l’autorità morale per giudicare coloro che hanno negoziato per trent’anni senza ottenere nulla di sostanziale in cambio. Dall’altra parte non c’erano pastori con visione, ma trucchetti amministrativi: muovere il bussolotto, distrarre lo sguardo, promettere che la pallina è ancora lì mentre non appare mai.
La Fraternità ha smesso di credere al gioco. E quando qualcuno abbandona una partita truccata, il problema non è che si alzi dal tavolo, ma che il tavolo era preparato da decenni perché nessuno vincesse mai.