Mullally e il naufragio della leadership anglicana

Mullally e il naufragio della leadership anglicana

La nomina di Sarah Mullally come futura arcivescovo di Canterbury —che dovrà essere formalizzata alla fine di gennaio— affonda prima ancora di approdare. E non per un semplice errore di comunicazione né per una polemica minore, ma perché rivela di nuovo la profonda decomposizione morale e istituzionale della chiesa anglicana d’Inghilterra.

Conviene ricordare il contesto: Mullally è stata presentata come la grande risposta “rinnovatrice” agli scandali sessuali che hanno scosso l’anglicanesimo britannico, molti dei quali protagonisti o tollerati da chierici maschi. La sua elezione come prima donna a occupare la sede di Canterbury è stata venduta come simbolo di rottura con il passato e come garanzia di una nuova cultura di trasparenza. Oggi, quel racconto crolla.

Da soluzione simbolica a nuovo problema

La futura primate della Chiesa d’Inghilterra deve dare spiegazioni per il modo in cui ha gestito una denuncia di abusi quando era vescovo di Londra, carica che ricopre dal 2018. Il caso riguarda una vittima —identificata pubblicamente solo come “il sopravvissuto”— che ha presentato un reclamo formale nel 2020 e che, secondo quanto riconosciuto ora, non ha ricevuto l’attenzione né l’accompagnamento dovuti da parte dell’istituzione ecclesiale.

Il nucleo del problema non è solo amministrativo. L’accusa punta a una possibile violazione del codice disciplinare del clero anglicano, essendo avvenuto un contatto diretto e riservato tra Mullally e il sacerdote denunciato, al di fuori dei canali formali previsti per questo tipo di casi. Un comportamento che, se confermato, scredita completamente il discorso ufficiale su buone pratiche e tolleranza zero.

Che la stessa Mullally abbia finito per ammettere che il denunciante è rimasto trascurato dai meccanismi della Chiesa non risolve nulla: lo aggrava. Perché conferma che il sistema che lei era venuta a riformare non solo continua a fallire, ma lo fa sotto la sua stessa responsabilità.

Una Chiesa segnata dagli insabbiamenti

Questo nuovo episodio risulta particolarmente imbarazzante per un’istituzione che sta ancora elaborando il caso che nel 2024 ha costretto alle dimissioni il precedente arcivescovo di Canterbury, Justin Welby. Quello scandalo ha rivelato anni di silenzi e protezioni intorno a John Smyth, avvocato legato alla Chiesa anglicana e organizzatore di campi giovanili in Africa, che è finito per essere smascherato come predatore sessuale di più di un centinaio di giovani.

In quel contesto, il caso Mullally non appare come un’anomalia, ma come una continuità. Cambiano i volti, cambiano gli slogan, ma i fallimenti strutturali rimangono.

Una crisi che non si ferma

Che tutto questo accada prima ancora che la nomina diventi effettiva è rivelatore. La leadership anglicana non è solo messa in discussione: è esausta. La Comunione Anglicana continua a frammentarsi, a svuotarsi di fedeli e a perdere autorità morale, mentre insiste su formule che hanno già dimostrato il loro fallimento.

La crisi anglicana non si chiude. Si estende. E il caso di Mullally è, oggi, una delle sue manifestazioni più chiare.

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