Il Governo di Pedro Sánchez ha approvato un piano che prevede la rimozione delle sculture de “La Piedad”, delle figure delle virtù cardinali e dei quattro evangelisti che coronano la grande croce della Valle de los Caídos, nell’ambito del concorso internazionale di idee per la “risignificazione” del monumento.
Secondo quanto rivelato da La Gaceta, l’Esecutivo destinerà 30 milioni di euro a questa operazione, con l’obiettivo dichiarato di dotare il sito di una “visione più plurale e democratica”, che in pratica comporta l’eliminazione delle sue principali referenze cristiane.
Un monumento senza il suo centro spirituale
“La Piedad” —opera maestra di Juan de Ávalos— e le sculture che rappresentano la fortezza, la prudenza, la giustizia e la temperanza, insieme agli evangelisti, non sono semplici ornamenti architettonici: fanno parte della composizione catechetica che eleva lo sguardo dal dolore umano alla redenzione. La loro soppressione implica un svuotamento del messaggio spirituale e liturgico del monumento, trasformandolo in uno spazio meramente culturale o museale.
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La Chiesa, in silenzio
L’operazione si sviluppa di fronte al silenzio della Conferenza Episcopale Spagnola (CEE). L’assenza di pronunciamento da parte dell’episcopato si trasforma in complicità, dato che la Valle de los Caídos mantiene il carattere di basilica pontificia. In questo contesto, il silenzio ecclesiale può essere interpretato come una forma di consenso tacito.
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“Risignificare” o spogliare
Il Governo presenta la “risignificazione” come un gesto di pluralismo e apertura, ma il risultato visibile è l’eliminazione di tutto ciò che ricorda la sua natura religiosa. Invece di riconciliare la memoria, si impone una lettura ideologica che spoglia il monumento del suo scopo fondazionale: unire gli spagnoli sotto il segno della croce e della speranza cristiana.
Convertire la Valle in un museo «neutrale» non è un atto di riconciliazione, ma di rottura con la fede che l’ha ispirata. Cancellando i suoi simboli sacri, lo Stato impone una visione che cerca di chiudere la dimensione trascendente della storia, sostituendola con una lettura politica del passato.


