«Triturato e trafitto», la condanna di Cristo

«Triturato e trafitto», la condanna di Cristo

Su Gesù gravavano invidie religiose e politiche. Nel vangelo secondo Matteo, Mt 26, 3-5, si spiega la cospirazione che i leader religiosi ordirono contro il nazareno e il suo gruppo. Il piano raggiunse le sfere del sommo sacerdote e, con astuzie, avrebbero portato Gesù alla morte. Il vangelo dice che sarebbe stato arrestato prima delle feste pasquali per evitare una sorta di agitazione o un esplosivo ammutinamento, il che potrebbe indicare l’effervescenza nella coscienza di una nazione soggiogata e sottomessa dal potere di un impero che tutto fagocitava.

Tra i molti processi a delinquenti e nemici, quello che arriva fino ai nostri tempi, nel corso di due millenni, fu quello di Cristo, un giudizio irregolare, a tutte le luci, fuori dalla legalità. Sarebbe un errore confrontarlo con i nostri attuali schemi avanzati del diritto dove il riconoscimento delle prerogative fondamentali delle persone e le loro garanzie hanno un’impalcatura ben strutturata per la loro tutela e difesa; nondimeno il passare dei secoli, ci sforziamo di conoscere cosa andò storto e come un uomo che passò facendo il bene, stimato come taumaturgo e annunciando il regno di Dio, fu condannato a una pena così eccessiva e crudele senza mediare alcuna difesa secondo quanto descritto nelle fonti sinottiche per le quali conosciamo il racconto in forma diretta. Perché fu condannato Cristo?

I vangeli non sono documenti processuali e giuridici, propriamente come racconti tardivi della vita di Cristo furono scritti per generazioni cristiane successive. Lc 22, 2 afferma la “paura” dei capi dei sacerdoti e maestri della Legge e, come soluzione ai loro problemi, Giuda si offre loro per rivelare i piani dei dodici e come potrebbe essere fattibile la cattura di Gesù senza provocare maggiori agitazioni popolari, in modo rapido e senza compromettere la stabilità delle feste pasquali (Lc 22, 5-6). La cattura era in corso, mediata dal tradimento stesso e senza avvisi giusti per mettere a disposizione dell’autorità qualsiasi soggetto. 

Nel processo affrettato, Gesù stesso prende la difesa della sua causa per scaricare contro coloro che sono giudice e parte. In uno degli interrogatori affermò il carattere pubblico delle sue insegnamenti nel tempio e sinagoghe dove si riuniscono tutti (Jn 18 20-21) e fa ricorso a ciò che sembra l’uso di un ricorso a suo favore, quello dei testimoni (Jn 18, 21). Di fronte a tale difesa, l’azione fu uno schiaffo della guardia che proteggeva l’autorità, tuttavia Gesù resiste con argomenti più logici che giuridici di fronte alla perdita del senso comune. (Jn 18, 23)

 Un tentativo di analisi giuridica è “Il Processo di Cristo”, monografia scritta dal defunto giurista e costituzionalista Ignacio Burgoa Orihuela (1918-2005). Le sue ipotesi gettano luce su quali potrebbero essere state le presunte irregolarità nella fase ebraica che motivò la condanna di Cristo e che non osservarono elementari risorse conformi alle regole dei libri sacri come sono: difesa dell’accusato, diurnità dei giudizi (Gesù comparve all’alba davanti alla riunione dei sacerdoti, così suppone Lc 22, 61 quando, nelle negazioni di Pietro, descrive il canto del gallo), disbrigo delle prove e la votazione della pena condannatoria che fu ignorata nel celebre processo poiché Mt 26, 65 indica esplicitamente la forma in cui concluse il singolare giudizio, la morte per bestemmia.

 Ma la Giudea era una provincia romana sotto il governatore della Siria e un delegato che dovrebbe eseguire la sentenza ebraica, quello era il quinto prefetto, Ponzio Pilato che sarebbe stato destituito tre anni dopo la crocifissione di Cristo a causa dei conflitti e agitazioni della provincia.

La Giudea fu soggiogata da Roma nel 63 a. C. dall’azione militare delle truppe del generale Pompeo Magno, alleato di Giulio Cesare nella retta finale della Repubblica. Con l’emergere dell’impero, i territori conquistati mantennero la condizione di Province rette da procuratori imperiali o senatoriali.

Ponzio Pilato fu prefetto per dieci anni dal 26 d.C. quando Tiberio lo designò alla provincia. Molti tentano di fare una radiografia prendendo come punto di riferimento alcune fonti apocrife come gli Atti del processo di Gesù e il Vangelo apocrifo della morte di Pilato. Dalla nostra prospettiva, il Procuratore ci arriva per interpretazioni cinematografiche intorno alla vita di Cristo, governatore impassibile, personaggio stolto che affronta il condannato e fino al benevolo che, per tutte le astuzie giuridiche, cerca di liberare il reo passandolo per le flagellazioni e dissuadere i suoi catturatori di fronte alla brutale bastonatura senza provocare la morte, cosa che avrebbe valso severi castighi ai carnefici per non aver atteso gli ordini precisi dell’ambasciatore imperiale.

Pilato interroga Gesù e il dialogo mostra un carattere filosofico e soprannaturale più che giuridico (Jn 18, 30-38). Il diritto penale romano aveva una tipicità per quanto riguarda la divisione dei delitti applicati in qualsiasi parte dell’impero. Fin dai tempi della Repubblica, le infrazioni potevano essere pubbliche, chiamate criminia, e private, delicta. I delitti pubblici mettevano in pericolo la comunità sebbene successivamente nell’impero, i pretori estesero questa caratteristica ai delitti privati come potrebbe essere la composizione di versi satirici sediziosi.

Di conseguenza, un delitto pubblico era perseguito d’ufficio dalle autorità o per denuncia di qualsiasi cittadino e si sanzionava con pene umilianti dissuasive: decapitazione, impiccagione, precipitazione e, forse tra le più orrende, la crocifissione, tortura adottata dai romani e ereditata da Assiria, Babilonia e Persia. Si dice che, per infliggere il terrore pubblico, la soppressione della ribellione di Spartaco (71 a.C.) ebbe come conseguenza la crocifissione di 6 mila schiavi esposti lungo la Via Appia, da Capua a Roma, cioè un tratto di quasi 195 chilometri.

Pilato passerebbe alla storia per il pragmatismo politico. Il dialogo con Gesù sulla Verità sembra svelare il significato ultimo per impedire la condanna alla croce che volevano le autorità del Sinedrio. Negli Atti di Pilato, tenuti come protocolli del processo di Gesù e dei quali ci informa Eusebio di Cesarea (263-339), il Procuratore cercò il modo di dare una via d’uscita al giudizio; tuttavia, gli accusatori ebrei rimandano a Gesù accusato di messianismo e sedizione, delitti pubblici secondo il diritto. I catturatori del nazareno minacciano Ponzio Pilato di portare la questione allo stesso imperatore se non procura la pace della provincia.

 L’intimidazione fa cedere Pilato al punto di lavarsi le mani (Mt 27, 24), un simbolo estraneo a qualsiasi ricorso di diritto e che servì per alimentare la leggenda nera contro gli ebrei accusati di deicidio. In ogni caso, la condanna concreta ha come causa la sedizione punita con la crocifissione.

Il processo di Cristo ha questo carattere irregolare che bene potrebbe essere comune ai nostri giorni nonostante i nostri avanzamenti nel sistema di difesa dei diritti umani. Tuttavia, il destino di Gesù non ha semplicemente una causa fatalista che sfocia nel fallimento totale. È chiaro che, in quel momento, tutto era destinato alla distruzione e alla paura perché il progetto di Gesù sarebbe finito pendente sul legno del supplizio.

Nonostante la crudeltà, Cristo morì come aveva vissuto, il suo sacrificio è iniziativa propria in atteggiamento di servizio, prescindendo da se stesso, per insegnare il motivo radicale del suo passaggio per questo mondo. Nella cultura dell’individualismo e dell’edonismo, delle soddisfazioni immediate e del culto della personalità, dell’isolamento e dell’interconnessione, della filosofia liquida e dell’etereità, la cattura e la morte di un giusto muove alla meditazione su questo servizio del Figlio di Dio fatto uomo.

Il suo cadavere sarà un despojo di sangue e dolore, ma in quella misteriosa pedagogia troviamo il significato più profondo del sacrificio incomparabile, quello dell’inviato dell’Altissimo, quello del rappresentante di Dio (1Jn 4, 8) e dell’Amore stesso che si fece carne per noi (Rm 8,31). E molti lo vedono come follia, come assurdità, nell’oscurità dei secoli.

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