Il 22 febbraio 2026 rimarrà impresso nella memoria del Messico come un giorno di inferno scatenato. La morte del leader del Cártel Jalisco Nueva Generación (CJNG), in un’operazione federale a Tapalpa, Jalisco, non solo rappresentò un colpo alla criminalità organizzata, ma scatenò un’onda di violenza che paralizzò il paese. Blocchi stradali, veicoli incendiati, attacchi a civili e forze di sicurezza si estesero in almeno 20 stati, lasciando un bilancio preliminare di oltre 60 morti, tra cui agenti della Guardia Nacional.
Scuole chiuse, voli cancellati, negozi saccheggiati e una popolazione intrappolata nella paura. Michoacán, culla di «El Mencho», non sfuggì. In Aguililla, le strade si riempirono di auto carbonizzate e notti di sparatorie che seminarono il panico. Questo scoppio fu il culmine di una guerra interminabile contro il narcotraffico che ha trasformato il Messico in un campo di battaglia.
Oltre alle cifre dei morti e ai danni materiali, questa violenza rivela un’usura integrale che corrode il tessuto sociale, morale e spirituale della nazione. Comunità intere sfollate, economie locali collassate dalla chiusura forzata dei commerci e centinaia di sfollati. Emotivamente, il terrore accumulato genera una sindrome collettiva di ansia e depressione; famiglie spezzate da perdite irreparabili, bambini che crescono normalizzando la morte come parte del paesaggio quotidiano.
Moralmente, l’erosione è ancora più profonda. L’impunità favorisce un cinismo generalizzato, la corruzione permea dal poliziotto locale ai funzionari di alto livello, diluendo il confine tra legge e crimine. Spiritualmente, l’anima di molti sembra confusa, se non incrinata.
La fede nel prossimo svanisce in un mare di diffidenza; il valore della vita umana si svaluta di fronte a esecuzioni arbitrarie e vendette cicliche. Questo esaurimento progressivo è fisico e attacca lo spirito, lasciando generazioni intere in un vuoto esistenziale dove la speranza sembra un lusso. La violenza non uccide solo corpi; assassina sogni, erode valori e trasforma società che, un tempo pacifiche, ora sono deserti di rassegnazione.
La strategia di «abrazos, no balazos» si è mutata in operazioni reattive che, sebbene celebrate come vittorie, provocano reazioni che ne mettono in dubbio l’efficacia. La dipendenza dall’intelligence straniera evidenzia la debolezza interna ed espone il Messico ad agende altrui, sottomettendolo a pressioni. Questa critica non è derrotista, ma un appello a riconoscere che la violenza non si combatte solo con proiettili, ma con giustizia sociale, istruzione, ricostruzione morale e lotta alla corruzione.
Uno di quegli attori che insiste nel costruire la pace a ogni costo è la Chiesa. Lontana dal ritrarsi, ha convocato alla riconciliazione e al perdono, ricordando che la pace non è assenza di conflitto e resistenza spirituale pacifica. Un esempio fu la processione per la pace, il 27 febbraio ad Aguililla, guidata dal vescovo di Apatzingán, Cristóbal Ascencio García.
Intorno a 250 fedeli, che dimostrarono di essere una folla, vestiti di bianco, marciarono per le strade principali con il Santissimo Sacramento, accompagnati dai sacerdoti della diocesi. Di fronte a blocchi e sparatorie recenti, questa camminata non fu un atto semplice, ma un atto di fede e speranza. Il vescovo enfatizzò che la pace inizia nel cuore: «evitare il danno, tollerare l’altro, non essere indifferenti alla sofferenza».
Ricordando il significato della quaresima, chiamò a digiunare dai conflitti e dalle vendette, optando per il perdono che libera e restituisce la gioia. Citando il Vangelo, esortò a sradicare le radici della violenza come il risentimento e l’ambizione, priorizzando la riconciliazione sul culto vuoto.
La Chiesa cammina con il Popolo Santo di Dio, offrendo Cristo come via per una patria di fratellanza, soprattutto, vince la paura. Ad Aguililla segnata dall’isolamento e dal panico, famiglie intere –bambini, anziani– si unirono in preghiera pubblica, affermando che la violenza non definisce lo spirito umano.
In ultima analisi, questa violenza del 22 febbraio ci confronta con una scelta, soccombere all’usura o abbracciare la speranza che la Chiesa propone. Il Messico ha bisogno di più che operazioni, richiede una rigenerazione che trasformi cuori e strutture. E la processione di Aguililla ispirò a ciò, a una resistenza spirituale della fede che dissipa la paura e la pace che, sebbene fragile, si converte in vittoria.