Questa Domenica delle Palme del 2026, ricordando come il Nostro Salvatore entrò umilmente a Gerusalemme montato su un asinello, il papa Leone XIV ci esorta a rafforzare la nostra coscienza che in Cristo, Re della pace, vediamo i crocifissi dell’umanità. Le sue piaghe riflettono le ferite di tante vittime della violenza e dell’oppressione. “Deponete le armi, ricordate che siete fratelli”, ha gridato il Pontefice rifiutando ogni guerra e l’ipocrisia di coloro che pretendono di invocare Dio con le mani piene di sangue.
Il suo grido risuona profondamente in un Messico abbattuto dall’orrore e dallo sconforto dove la Settimana Santa inizia sotto un contrasto doloroso. Mentre il regime promuove con entusiasmo il turismo religioso con destinazioni saturate, processioni mediatiche e il discorso ripetuto del “flusso economico”, la Settimana Santa si presenta come uno spettacolo per distogliere lo sguardo da una realtà nazionale che rivela una Passione che non conclude, migliaia di scomparsi le cui famiglie cercano senza sosta, comunità sfollate dal crimine organizzato, vittime di una violenza senza tregua e la corruzione come stile di vita che eleva i moderni farisei politici, circondati da privilegi, lussi e sperperi, mentre predicano austerità e unità, usando il popolo buono come giustificazione della loro miseria morale.
I vescovi del Messico, nel loro messaggio per questa Settimana Santa 2026, offrono un appello chiaro e sfidante. Commemorare i misteri che ci hanno dato redenzione non è solo il ricordo di un avvenimento del passato, implica “aprire il cuore affinché Cristo trasformi nuovamente la nostra vita e la storia perché la Chiesa cammina anche insieme a coloro che soffrono, insieme a coloro che gridano per la pace e la giustizia, insieme alle vittime e a coloro che “non trovano i loro cari”.
Per questo, il messaggio dell’Episcopato Messicano invita a “fermarci, a guardare la nostra vita con sincerità e a tornare a Dio”, ascoltando il grido dei poveri e delle vittime e a disarmare il linguaggio, a rinunciare alle parole che feriscono e a seminare “parole che costruiscono comunione”. In un paese dove con facilità si moltiplicano gli insulti, le accuse e la polarizzazione, i discepoli di Cristo siamo chiamati a parlare con verità, rispetto e carità, perché “la croce di Cristo non divide, riconcilia”.
Il male non ha l’ultima parola. La Pasqua rivela che la vita è più forte della morte, l’amore più forte dell’odio e la speranza più forte della paura. Il Messico ha bisogno di uomini e donne che vivano la loro fede con coraggio, coerenza e fedeltà e si invita a fare di questi giorni un tempo di incontro con Dio, di riconciliazione, di tornare ad amare e di rinnovare la speranza con un appello urgente alla conversione personale e sociale. Non basta con processioni vistose né con una pausa turistica che distragga dalla crisi di sicurezza e giustizia. Si esige terminare con le condotte che affondano il paese nella corruzione e nell’astio.
La Settimana Santa non è semplicemente un periodo di riposo dalle attività ordinarie. Sia, come chiedono i vescovi e il papa Leone XIV, un tempo di vera riconciliazione, di amore concreto e di speranza attiva. Che ogni messicano decida di rompere con l’ipocrisia che acclamò Cristo e poi lo condannò. Che la resurrezione non rimanga in un desiderio pio, ma si converta nella forza che impulsi a costruire un Messico dove il male realmente non abbia l’ultima parola, per disarmare il linguaggio e armare il cuore per il vero inizio della redenzione nazionale.