Ultimo giorno del Papa Leone XIV nel paese dei cedri, i dipendenti del Vaticano non credono ai loro conti, gli eredi del comunismo, la Chiesa e i social media, la rivoluzione incompiuta del Papa Francesco.

Ultimo giorno del Papa Leone XIV nel paese dei cedri, i dipendenti del Vaticano non credono ai loro conti, gli eredi del comunismo, la Chiesa e i social media, la rivoluzione incompiuta del Papa Francesco.
Oggi termina il viaggio del Papa Leone XIV in Libano, seconda tappa del suo primo viaggio internazionale. Ieri è stato il suo secondo giorno nella Terra dei Cedri, pieno di folle entusiaste. Ma i libanesi vivono nel timore di una nuova aggressione israeliana subito dopo la visita del Papa.  A prima ora  ha visitato la tomba di San Charbel ad Annaya e poi si è riunito con il clero nel Santuario di Nostra Signora del Libano a Harissa . Dopo aver pranzato nella Nunziatura Apostolica, ha partecipato a un incontro interreligioso nel centro di Beirut e, infine, a un incontro con i giovani a Bkerke, organizzato dal patriarca maronita Bechara Rai. La giornata è trascorsa senza intoppi: l’accoglienza è stata perfetta, lo scambio di cortesie eccellente, le misure di sicurezza anormali. Le parole pace, unità, speranza, riconciliazione, amore e dialogo hanno segnato i vari momenti della giornata; è impossibile non percepire l’enorme repressione collettiva, che pesava come una macina sulla coscienza del paese, ma che non si è manifestata nelle conversazioni istituzionali del Papa. Il timore di una nuova e imminente aggressione israeliana si diffonde in Libano, un timore rafforzato dal fatto che gli attacchi delle Forze di Difesa di Israele nel sud del paese non sono cessati nemmeno durante la visita del Santo Padre.
Charbel Chidiac, parroco maronita a Beirut: «Mi ricorda lo stemma di Leone XIV, che rappresenta un cuore trafitto dall’amore di Cristo. Preghiamo e speriamo che le parole del Santo Padre negli ultimi giorni abbiano commosso i politici, risvegliando in loro coscienza e responsabilità. Anche se la guerra può scoppiare in qualsiasi momento, il Papa ha seminato speranza e un nuovo impulso che nessun male potrà cancellare. Quando il Santo Padre Giovanni Paolo II visitò il Libano nel 1997, il paese era occupato dall’esercito siriano e la popolazione si sentiva oppressa e scoraggiata. Dopo la visita del Papa, l’occupazione continuò per molti anni, ma ciò che Giovanni Paolo II seminò nei loro cuori diede loro la forza di affrontare la realtà e guardare al futuro con coraggio e fiducia». Durante l’incontro papale con i giovani a Bkerke il dolore dei cristiani del villaggio di frontiera di Yaroun è emerso timidamente.  Insieme alle bandiere del Vaticano c’erano le immagini della Chiesa di San Giorgio, completamente distrutta dall’offensiva israeliana dell’autunno scorso. «La nostra casa, costruita con tanto sacrificio da mio nonno, è stata rasa al suolo, mentre i nostri uliveti sono stati requisiti ​​e distrutti da escavatori».  L’ultimo giorno del viaggio apostolico , si concluderà con una messa sul lungomare di Beirut e includerà una preghiera silenziosa vicino al porto, luogo della terribile esplosione di cinque anni fa che ha lasciato 218 morti e più di 7.000 feriti.

Un dato interessante del viaggio e molto visibile è che dopo anni in cui Papa Francesco non si è mai allontanato dal modello ispanico-italiano nei suoi discorsi, Leone XIV è tornato a parlare in inglese, spagnolo, italiano e francese.  Davanti alla tomba dell’eremita, Leone XIV ha affidato a San Charbel tre grandi intenzioni: la Chiesa, il Libano e il mondo.

Il presidente libanese, Joseph Aoun, ha fatto alcune dichiarazioni importanti, spiegando perché il Libano, nonostante le sue evidenti debolezze, carenze e incapacità, merita l’attenzione che il Vaticano gli ha sempre dato, non solo perché i cristiani sono più numerosi qui che altrove: «Il Libano è stato concepito in libertà e per la libertà, non per una religione, una setta o un gruppo. È la terra della libertà e della dignità per ogni essere umano».  «Se la presenza cristiana scomparisse dal Libano, l’equilibrio della nazione crollerebbe e mancherebbe giustizia. Se la presenza musulmana scomparisse dal Libano, l’equilibrio della nazione sarebbe compromesso e la sua struttura perturbata. E se il Libano si destabilizzasse o alterasse, l’alternativa sarebbe inevitabilmente l’emergere di nuove fratture nella nostra regione e nel mondo, inclusi tutti i tipi di estremismo: ideologico, materialista e persino violento». Non è mancata una citazione a Giovanni Paolo II che pronunciò in Libano nel 1997: «Il Libano è più di un paese; è un messaggio di coesistenza, pluralismo e libertà per Oriente e Occidente».

In Europa le cose non sono così chiare e in Polonia i comunisti occupano posti chiave in politica e oltre. Interessante intervista a Dorota Kania, autrice della serie «Resrowe Dzieci» (Eredi del Comunismo). Godono di una buona posizione sociale grazie ai loro contatti e denaro. A volte, anche se provengono da ambienti non comunisti, hanno legami ideologici e finanziari con l’antico regime e i servizi di sicurezza. Nella loro giovinezza, sono stati attivisti in organizzazioni giovanili comuniste e, successivamente, imprenditori, proprietari e manager di nuovi media. Si oppongono alle tradizioni polacche, al cattolicesimo, al patriottismo e all’identità polacca in generale. Sono pericolosi perché sono radicati nei media, specialmente in televisione e radio, che modellano l’opinione pubblica. Inoltre, per guadagnarsi l’accettazione dei governi europei, queste persone agiscono spesso secondo i dettami di Bruxelles e Berlino, anche contro gli interessi nazionali.

Dopo lo scioglimento del loro partito, i comunisti si riorganizzarono immediatamente in un nuovo gruppo politico: la Socialdemocrazia della Repubblica di Polonia e, a partire dal 1991, l’Alleanza della Sinistra Democratica. Il loro vantaggio sulla destra emergente era enorme: contavano su strutture, personale e fondi ereditati dal Partito Operaio Unificato Polacco (come si chiamava in Polonia il partito comunista dipendente da Mosca). Contavano sul sostegno dell’amministrazione statale, influenza nei media e il supporto dei servizi segreti, che includevano ancora funzionari del regime precedente. Uno degli elementi chiave della strategia postcomunista era garantire la continuità delle strutture di sicurezza.  Il primo libro della serie «Eredi del Comunismo» è stato pubblicato nel 2013. Trattava dei media; in seguito, ho coperto i servizi segreti, la politica e il mondo degli affari. Posso dire con amarezza: molto è cambiato, ma nulla è cambiato.

Torniamo a casa e oggi abbiamo un caso in Austria che è paradigmatico. Stiamo vivendo una chiusura continua di monasteri di esistenza centenaria, è un fenomeno che si ripete come una cascata nel vecchio mondo. È normale che questi chiusure, piuttosto estinzioni, non finiscano molto bene. Abbiamo un caso tra i tanti che è diventato notizia, in Elsbethen , un villaggio di cinquemila abitanti vicino a Salisburgo in Austria tre suore —la suor Bernadette, suor Regina e suor Rita, di 88, 86 e 82 anni, rispettivamente— hanno occupato il convento dove hanno vissuto per decenni, dopo essere state trasferite contro la loro volontà in una residenza per anziani.  Le suore su Instagram hanno raccontato la loro storia che ha superato i 170.000 follower, trasformando una disputa ecclesiastica in una questione internazionale, coprerta dalla BBC , The Guardian.  Ciò che era un semplice conflitto interno  è arrivato al Vaticano , chiamato a gestire una situazione inaspettata: tre suore ottuagenarie che hanno usato i social media come scudo, megafono e leva di negoziazione.

Kloster Goldenstein, un convento austriaco situato in un castello del XIX secolo, che per decenni è stato la casa spirituale e il luogo di lavoro delle tre suore che insegnavano nella scuola annessa. Con il passare degli anni, la comunità religiosa è diminuita fino a essere composta unicamente dalle tre donne, le ultime rappresentanti austriache delle Canoniche Regolari Ospedaliere della Misericordia di Gesù. Nell’anno 2024, considerando il convento inadeguato per persone della loro età, il loro superiore, il prevosto Markus Grasl, ha deciso di chiuderlo e trasferirle in una residenza per anziani. Le suore raccontano che le hanno portate lì senza consultarle e che hanno vissuto il trasferimento come un esilio forzato. « Prima di morire in quella residenza per anziani, preferisco andare in un prato e entrare nell’eternità »

A settembre del 2025, decidono di fuggire . Lo fanno con l’aiuto di ex alunni, alcuni vicini e persino un fabbro che abbatte la porta del convento per farle entrare. Le suore iniziano a pubblicare video, foto e aggiornamenti su Instagram, prima in tedesco, poi in inglese. Mostrano la loro vita quotidiana mentre pregano, cucinano, salgono scale senza aiuto e spiegano perché non vogliono andarsene.  Il prevosto Grasl, sopraffatto dall’attenzione mediatica, ha prima tentato una condanna morale, qualificando la loro azione di «incomprensibile» e una » violazione del voto di obbedienza». Poi , ha tentato di negoziare  un accordo: le suore potranno restare «fino a nuovo avviso «, ma in cambio, dovrebbero cessare ogni attività sui social media e rinunciare a qualsiasi azione legale futura. Le tre ottuagenarie hanno risposto qualificando il documento di «contratto restrittivo», le negoziazioni si sono arenate e il caso è stato trasferito al Vaticano. Il caso Goldenstein dimostra che la Chiesa attuale non è preparata a gestire situazioni in cui l’autorità tradizionale si scontra con la logica più trasparente, emotiva, immediata e radicalmente disintermediata dei social media. Indipendentemente da come finirà, la storia della Suor Bernadette, della Suor Regina e della Suor Rita stabilisce un precedente importante.  È la prima vera crisi ecclesiastica dell’era dei social media, e quasi certamente non sarà l’ultima.

E terminiamo con un libro più che interessante, è «La Rivoluzione Inconclusa» di Marco Politi. Questo libro è un riassunto oportuno e completo dei principali temi che hanno scosso il pontificato di Papa Francesco: dalla sua relazione con Benedetto XVI agli scandali sessuali del clero, dal caso Becciu alla rivalutazione della donna, dalla messa in latino alla sinodalità, passando per la riforma della Curia Romana. Tutti questi temi hanno segnato il comportamento ambivalente di Francesco, tra avanzate e ritrattate verso posizioni più modeste. Politi offre una ricostruzione di un papato che lo stesso protagonista non ha sempre contribuito a chiarire.   Ma la rivoluzione  non si è completata e la frattura tra tradizionalisti e riformisti è stata profonda. Tra i  gruppi conservatori, il risentimento per i cambiamenti si è consolidato, mentre tra alcuni settori riformisti, la delusione è cresciuta.  Durante gli anni del pontificato di Francesco non è cresciuto un forte movimento di fedeli, teologi e vescovi impegnati pubblicamente (come nell’epoca del Concilio Vaticano II) in una rinnovazione della Chiesa secondo le linee tracciate dal Papa. Vescovi indecisi, sacerdoti trincerati e fedeli inerti caratterizzano il panorama.

«…hai nascosto queste cose ai sapienti e ai prudenti e le hai rivelate ai piccoli».

Buona lettura.

 

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