È domenica, cercheremo di essere brevi, ci sono temi, viviamo momenti accelerati. Si sa che: «La pazienza in un governante è astuzia; in uno schiavo, rassegnazione», è di Machiavelli. Interpretare le notizie di ogni giorno è complicato e ancora di più lo è leggere i silenzi astuti.
Lo stile Leone XIV.
Quando si osservano nel complesso le recenti nomine degli arcivescovi di New York, Westminster e Vienna, risulta evidente che non si tratta di decisioni isolate né meramente tecniche. C’è una logica interna che le collega, c’è una visione di Chiesa che inizia a prendere forma con chiarezza sotto il pontificato di Leone XIV. Il primo tratto è forse il più eloquente. Leone XIV sembra diffidare —o almeno relativizzare— il modello di vescovo costruito esclusivamente nei circuiti curiali o accademici, lontano dal territorio. Non c’è rifiuto della competenza intellettuale, ma sì una gerarchia chiara: prima l’esperienza pastorale, poi tutto il resto. Hicks, Grünwidl e Moth condividono una caratteristica decisiva: hanno passato anni governando comunità concrete, affrontando tensioni interne, accompagnando clero stanco, gestendo la scarsità di vocazioni e misurando ogni decisione con i limiti reali della vita ecclesiale. Sono vescovi provati dal terreno, non dalla teoria.
Il secondo criterio è altrettanto chiaro. Non siamo di fronte a un pontificato che scommette su un pastoralismo ingenuo. Leone XIV non nomina figure simpatiche ma deboli nel governo. A Westminster, la formazione giuridica e l’esperienza nei tribunali ecclesiastici parlano da sole. A New York e Vienna, l’attenzione alla gestione di strutture complesse, sottoposte a pressione mediatica e politica, è altrettanto evidente. Forse il tratto più caratteristico del pontificato di Leone XIV sia questo: la scelta di vescovi con intelligenza contestuale. Non si tratta di adattarsi acriticamente al mondo, ma di comprenderlo per evangelizzarlo. New York e Westminster esigono leader capaci di muoversi in società plurali, altamente mediatiche, sensibili al linguaggio, ai diritti e allo scrutinio pubblico. Colpisce ciò che non occupa il centro della scena. Questi vescovi non sono identificati da battaglie dottrinali, allineamenti ideologici o protagonismo teologico. Leone XIV sembra suggerire, senza dirlo esplicitamente, che l’ortodossia si traduce in buon governo, vicinanza pastorale e discernimento storico per non finire sterile.
La giunta per la pace, tra Pizzaballa e Parolin.
«La Giunta di Pace ? È un’operazione colonialista: altri prendono decisioni per i palestinesi». «Ci hanno chiesto di unirci, io non ho miliardi, ma soprattutto, quello non è il ruolo della Chiesa. I sacramenti sono quelli che forgiano la dignità di una persona». Il suo rifiuto non è ideologico, ma teologico: la dignità umana non nasce da giunte direttive, fondi né governance internazionale, ma da una visione dell’umanità che precede la politica. La Chiesa, da questa prospettiva, non è un’ONG di lusso né un arbitro geopolitico, ma una presenza che protegge l’umanità quando il potere la sacrifica.
Ed è proprio qui che emerge l’inevitabile confronto con il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato del Vaticano. A differenza di Pizzaballa, Parolin non ha chiuso la porta alla Giunta della Pace. Al contrario, ha insinuato che la partecipazione della Santa Sede potrebbe essere considerata un mezzo di mediazione e presenza nei processi di decisione globali. Parolin parla da diplomatico, Pizzaballa da pastore. Parolin ragiona nel linguaggio degli equilibri internazionali, Pizzaballa in quello delle ferite concrete. Per il primo, sedersi al tavolo può essere un modo di «limitare il danno»; per il secondo, quel tavolo rischia di legittimare una logica fallita fin dall’inizio. Il conflitto tra Pizzaballa e Parolin non deve essere interpretato come uno scontro, ma come la manifestazione di una tensione all’interno della stessa Chiesa: tra profezia e diplomazia, tra testimonianza e mediazione. Entrambe necessarie, entrambe rischiose.
Primo libro di Parolin.
Dopo una lunga resistenza, ha finalmente autorizzato la pubblicazione del suo primo libro, si intitola «Siamo il Vangelo». Selezionati da la giornalista Romina Gobbo e Martina Luise , i testi hanno un prefazione di Don Sergio Mercanzin , fondatore del Centro Ecumenico Russia. Riferendosi al papa Francesco, Parolin scrive che gli stili di vita « basati sulla cultura dello scarto sono insostenibili e non devono avere posto nei nostri modelli di educazione e sviluppo». Tra gli autori laici che il cardinale suole evocare si trova il filosofo Jacques Maritain , esponente del personalismo cristiano, il cui cuore è l’umanesimo integrale: «La pace non sarà possibile senza il rispetto dei fondamenti della vita in comune, della dignità umana e dei diritti personali». Un impegno radicale.
Il caos del processo Becciu.
Il Vaticano ha contrattaccato questa settimana nel processo dell'»edificio di Londra», difendendo la legittimità delle decisioni del papa Francesco. ILa Croix in Vaticano rivela il funzionamento interno dello stato più piccolo del mondo con un duro articolo in cui non esita a titolare «la giustizia fascista del Vaticano». Dopo gli attacchi coordinati degli avvocati difensori, che hanno messo in discussione la legalità del processo, il Vaticano contrattacca. Forse prima o poi, l’arcivescovo Alejandro Arellano Cedillo, presidente del Tribunale di Appello del Vaticano, si sentirà obbligato a intervenire e spiegare che no, il sistema giudiziario dello Stato della Città del Vaticano non è un sistema totalmente sottomesso ai capricci del Papa. Perché, in ultima analisi, le descrizioni degli avvocati della parte civile vaticana e degli stessi Promotori di Giustizia sui procedimenti che hanno portato a certe decisioni —inclusi quattro Rescritti del Papa Francesco che hanno modificato le norme processuali sul momento— danno questa impressione. Nulla di quanto discusso nel processo è nuovo. «Il tribunale si riserva la sua decisione; le parti si riuniranno di nuovo», ha dichiarato il presidente Arellano al termine dell’udienza. E resta da vedere come si svilupperà l’indagine.
Epstein e il Vaticano
Questi giorni stiamo vedendo molte pubblicazioni che collegano il Vaticano alle liste di Epstein. Forse non sapremo mai cosa è successo nella sua totalità, Ci sembra che quanto pubblicato non abbia molta credibilità e può darsi che una mezza verità sia la peggiore delle menzogne. Il Vaticano è sempre stato, e lo è ancora, un crocevia di interessi, molti di essi ‘non santi’. Abbiamo molte pubblicazioni che cercano di approfondire questi temi scabrosi e inconfessabili, molte di esse illeggibili, altre no. Inevitabilmente ci viene in mente l’opera di Charles Murr che ha lavorato strettamente con il Cardinale Édouard Gagnon nella pericolosa missione che Paolo VI aveva affidato: indagare la curia del Vaticano per scoprire l’appartenenza alla massoneria. Il ruolo del P. Murr gli ha fatto conoscere le agende sgradevoli dei alti prelati e le intrighi che hanno circondato la morte di Giovanni Paolo I e l’elezione di Giovanni Paolo II.