Leone XIV e le nunziature consolazione, i cristiani perseguitati, le donne del Vaticano, la sinodalità sinodale, Lefebvre e il Vaticano II, Zen e l'unità, le follie dell'ONU, cardinali contro Trump e gli evangelici lo benedicono, il ginkgo biloba, i denari di satana.

Leone XIV e le nunziature consolazione, i cristiani perseguitati, le donne del Vaticano, la sinodalità sinodale, Lefebvre e il Vaticano II, Zen e l'unità, le follie dell'ONU, cardinali contro Trump e gli evangelici lo benedicono, il ginkgo biloba, i denari di satana.
 

È già sabato, finiamo la settimana, l’intensità prevista all’inizio di quest’anno si sta realizzando, non ci dà tregua. Si stanno concretizzando alcuni movimenti importanti dall’inizio del pontificato di Leone XIV in cui predomina il desiderio di non scontentare nessuno e giocare con le possibilità ricollocando interessi. L’eredità ricevuta non è comoda, le soluzioni non saranno mai le migliori né le ideali, i risultati imprevedibili li andremo raccontando.

Primo sermone di Quaresima.

Primo sermone della Quaresima del 2026 nell’Aula Paolo VI, impartito dal Predicatore della Casa Pontificia, il Padre Roberto Pasolini. Il tema della meditazione è stata la conversione, interpretata attraverso San Francesco d’Assisi e il cammino della umiltà. Pasolini ha spiegato che la conversione non significa semplicemente correggere il comportamento, ma sperimentare una «trasformazione di prospettiva» e una «rivoluzione della sensibilità». Il peccato non deve essere banalizzato, poiché colpisce la libertà e la responsabilità umane e richiede una guarigione profonda, non una semplice adattamento. Ha insistito molto sull’umiltà, spiegando che questa non umilia l’uomo, ma lo restituisce alla verità di se stesso: «L’umiltà non impoverisce l’uomo: lo restituisce a se stesso».Il peccato non deve essere banalizzato, poiché colpisce la libertà e la responsabilità umane e richiede una guarigione profonda, non una semplice adattamento. Ha insistito molto sull’umiltà, spiegando che questa non umilia l’uomo, ma lo restituisce alla verità di se stesso: «L’umiltà non impoverisce l’uomo: lo restituisce a se stesso».

Nunziature come consolazione: Edgar e Caccia.

Si attende l’annuncio ufficiale imminente, dato che la Repubblica Italiana ha approvato la sua nomina nelle ultime ore, dell’amico Edgar, il Sostituto come nuovo Nunzio Apostolico in Italia. Si dà per scontato che il nunzio in Italia, Mons. Petar Rajič, sarà invece il nuovo Prefetto della Casa Pontificia, un incarico che ha lasciato vacante anni fa il segretario di Benedetto XVI. Gabriele Giordano Caccia è il nuovo Nunzio Apostolico negli Stati Uniti d’America e porta la firma di Parolin, che sembra che lo volesse nella Segreteria di Stato. Nei ultimi mesi ha fatto di tutto per assicurargli un posto del più alto rango, affidandogli una delle nunziature più importanti di tutta la rete diplomatica della Santa Sede.

Proviene come Parolin dall’ambiente di Villa Nazareth, segnato dalla figura del cardinale Achille Silvestrini, di cui condivide l’approccio ecclesiale e diplomatico. Nato a Milano il 24 febbraio 1958, Caccia è stato ordinato sacerdote l’11 giugno 1983 dal cardinale Carlo Maria Martini. La sua nomina ad arcivescovo risale al 16 luglio 2009, su richiesta di Benedetto XVI. Caccia è stato consigliere per gli affari generali della Segreteria di Stato dal 2002 al 2009, quando Pietro Parolin era sottosegretario per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato. Successivamente, è stato inviato come nunzio apostolico in Libano dal 2009 al 2017 e, in seguito, nelle Filippine dal 2017 al 2019, fino al suo trasferimento alla rappresentanza della Santa Sede presso le Nazioni Unite. La nomina a Washington era già stata resa pubblica da quando è stata inviata la richiesta di approvazione, ma Pietro Parolin aveva iniziato a considerare la misura già a giugno. Questa nomina posiziona Caccia in una buona posizione, un posto decisivo sia per la vita della Chiesa che per gli equilibri internazionali. La scelta di un diplomatico formato a Villa Nazareth non sembra casuale: è una decisione meditata, seguita con particolare attenzione da Pietro Parolin, che, anche alla luce degli eventi successivi al Conclave, non ha potuto incorporare Caccia nella Segreteria di Stato nell’incarico che gli avrebbe voluto affidare.

I cristiani perseguitati.

Non è frequente che il Vaticano prenda l’argomento molto sul serio. L’arcivescovo Ettore Balestrero, Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, nell’ambito della 61ª Sessione Ordinaria del Consiglio dei Diritti Umani ha segnalato la brutale persecuzione che affrontano i cristiani in tutto il mondo. Approssimativamente 400 milioni di cristiani in tutto il mondo affrontano persecuzioni, il che li rende il gruppo religioso più perseguitato al mondo e ha menzionato diverse statistiche recenti allarmanti sulle forme di persecuzione, sia violente che «silenziose», che affrontano i cristiani nel mondo. «Peggio ancora, quasi 5.000 cristiani sono stati uccisi per la loro fede nel 2025, il che equivale a una media di 13 al giorno». Tra le persecuzioni ha segnalato: «processi per pregare in silenzio vicino a centri di aborto o per citare versetti biblici su questioni sociali». L’informativa del 2025 dell’OIDAC Europa (Osservatorio sull’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani in Europa) ha mostrato che nel 2024 sono stati registrati 2.211 crimini d’odio anticristiani, inclusi incendi e vandalismi di chiese, e 274 attacchi a persone, solo in Europa. Altro da questi casi, ci sono altre forme «silenziose» di persecuzione che subiscono i cristiani, come la «progressiva marginalizzazione o esclusione» dei fedeli dalla vita professionale e sociale, che «limitano o di fatto annullano i diritti legalmente riconosciuti alla popolazione maggioritariamente cristiana». Ha sottolineato: «È dovere dello Stato proteggere la libertà di religione o di credo, il che include impedire che terzi violino questo diritto. Questa protezione deve salvaguardare i credenti che sono oggetto di attacchi, prima, durante e dopo un attacco». «Uno Stato deve promuovere la libertà di religione o di credo, prima di tutto perché è un diritto umano fondamentale».

«Donne Chiesa Mondo».

L’ultimo numero di «Donne Chiesa Mondo», la rivista de L’Osservatore Romano, è dedicato al rapporto tra femminismo, teologia e Chiesa. L’immagine di copertina è la Piazza San Pietro. Il titolo, «Gutta cavat lapidem», ricorda il proverbio latino che dice che «una goccia d’acqua consuma una pietra», suggerendo che il contributo delle donne si è aperto la strada nella Chiesa non mediante rotture improvvise, ma mediante processi lenti e perseveranti. Tutti i suoi articoli portano firma femminile.

Ma se parliamo di donne potenti in Vaticano ce n’è una che supera tutte e che continua nell’immaginario dei Sacri Palazzi. È Pascalina Lehnert, la nostra immagine di oggi, che dal 1929 al 1958 è stata considerata la persona, sia uomo che donna, più influente. Nel 1918 fu destinata a lavorare al servizio del nunzio apostolico, il futuro Pio XII e rimase al suo servizio per più di quarant’anni. De la Cierva: «…campesina bavarese di pura stirpe, suor Pascualina Lehnert, che con altre religiose era appena entrata al servizio del Nunzio e era rimasta, dal primo momento, affascinata da lui. Suor Pascualina, famosa per la sua bellezza, per la sua spiritualità e la sua energia (e meno famosa per la sua cucina germanica) non si allontanò più dalla vita di Pacelli fino alla morte del futuro Papa; lo aiutò a sfuggire dalle sue depressioni, modellò il suo carattere e i suoi ideali, disprezzò come lui le inevitabili maldicenze romane sulla loro profonda amicizia e scrisse, ormai anziana, delle deliziose memorie…»

Pacelli le concesse tutta la sua fiducia, svolgendo i ruoli di segretaria e confidente, essendo l’organizzatrice e governatrice indiscussa dell’entourage del Papa. Vale l’aneddoto della sonora sberla che diede al suo grande rivale il cardinale francese Eugène Tisserant. Discreta e silenziosa, simpatizzante di Spellman e rivale di Montini. Morì nel 1983 e riposa nel Cimitero Teutonico all’interno del Vaticano. Quello sì che era comandare, e molto.

Le donne che comandano oggi in Vaticano.

Non comandano tanto come Lehnert, vorrebbero, ma è quello che abbiamo oggi. Il 14 febbraio, il Bollettino della Santa Sede ha annunciato la nomina di Simona Brambilla come membro del Dicastero per i Vescovi. Brambilla, di 61 anni, missionaria della Consolata, da gennaio del 2025, è Prefetta degli Istituti di Vita Consacrata e delle Società di Vita Apostolica, la prima donna a dirigere un dicastero. Brambilla si unisce a due donne che già fanno parte del Dicastero per i Vescovi, entrambe nominate nel 2022 da Papa Francesco: Raffaella Petrini e María Lía Zervino. Petrini, di 57 anni, monaca delle Suore Francescane dell’Eucaristia, presiede il Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e la Commissione Pontificia per lo Stato della Città del Vaticano dal 1 marzo 2025, essendo la prima donna a occupare entrambi i ruoli. Il 3 febbraio di quest’anno, Papa Leone XIV l’ha anche nominata membro della Commissione per gli Affari Riservati, l’organo che determina caso per caso quali atti giuridici, economici o finanziari devono essere mantenuti riservati. Zervino, di 75 anni, laica argentina, sociologa e membro dell’Associazione delle Vergini Consacrate al Servizio, è stata presidente generale dell’Unione Mondiale delle Organizzazioni Femminili Cattoliche.

Pochi giorni prima della nomina di Brambilla, il 13 febbraio, Papa Leone XIV ha scelto Nina Benedikta Krapić come vicedirettrice dell’Ufficio Stampa della Santa Sede, in sostituzione della laica brasiliana Cristiane Murray, che occupava l’incarico da luglio 2019. Krapić, croata di 37 anni, della Congregazione delle Suore della Carità di San Vincenzo de Paoli. La prima nomina femminile durante il pontificato di Papa Leone XIV risale a maggio 2025, quando Tiziana Merletti è stata nominata segretaria del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, delle Suore Francescane dei Poveri, Merletti è stata superiora generale dell’istituto dal 2004 al 2013.

Il sinodo infinito della sinodalità sinodale.

Sappiamo quando è iniziato, ma non quando finirà né, soprattutto, dove ci porterà. Il risultato più concreto è che, qualunque sia il tema, «non possiamo fare a meno di chiamarci sinodali». Uno dei dieci Gruppi di Studio istituiti da Papa Francesco ha elaborato la «Proposta di Documento di Orientamento per l’Implementazione della Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis e della Ratio Nationalis in una Prospettiva Sinodale Missionaria», intitolata « Formare Sacerdoti in una Chiesa Sinodale Missionaria ». L’obiettivo è rivedere una Ratio che, come ammettono gli autori del rapporto, «è relativamente recente (2016)» e «è ancora in processo di accettazione».

La Ratio (universale) e le Ratios (nazionali) devono essere implementate in armonia con la continua conversione missionaria sinodale, il filo conduttore che percorre le 24 pagine del documento; non troppe, ma sufficienti per suscitare lo stesso entusiasmo di certe omelie verbose che incitano a distrarsi contemplando gli affreschi della volta e persino le ragnatele negli angoli più remoti.

Cosa dovrebbe fare esattamente il clero dell’era sinodale? «In una Chiesa pienamente sinodale, i sacerdoti occupano, quindi, il loro posto specifico e inconfondibile».«, e non è chiaro dove altro avrebbero dovuto stare prima. «In una Chiesa sinodale, i sacerdoti sono chiamati a vivere il loro servizio ‘in un atteggiamento di vicinanza alle persone, di accoglienza e ascolto di tutti'», come se fino a ieri si consigliasse loro di mantenersi lontani dal gregge, ma la tautologia è primordiale nelle ultime parole della frase: di fatto, «in una Chiesa sinodale» devono… «aprirsi a uno stile sinodale».
Perdiamo il conto delle ripetizioni di «sinodo», «sinodale» e «sinodalità». Nel documento, il termine «sinodo» appare 37 volte, «sinodalità» 22 volte, mentre l’aggettivo «sinodale» 72 volte (¡in sole 24 pagine!).

Ricorda Orwell e la neolingua descritta in 1984 , il cui scopo «è limitare al massimo il campo d’azione del pensiero», al punto che «ogni concetto che si possa aver bisogno sarà espresso con una sola parola, il cui significato sarà stato rigidamente definito, spogliato di tutti i suoi significati secondari, che saranno stati cancellati e dimenticati». Tra le realtà cancellate e dimenticate dell’identità sacerdotale c’è quella di «essere un alter Christus «, che Leone XIV si è azzardato a ricordare in una lettera recente al clero spagnolo , provocando reazioni che lo considerano un po’ inappropriato per l’era sinodale. La «conversione sinodale» ha persino superato quella «ecologica» che è stata di moda dai giorni di Laudato si’ . Vedremo quale sarà la prossima parolina, quale altra conversione ci verrà predicata.

Elogi di Lefebvre al Concilio Vaticano II.

Lo prendiamo dalla pagina amica infocatólica, in un articolo intitolato Mons. Lefebvre ha sostenuto il Vaticano II , del P. Federico Highton, datato 28 febbraio 2026. L’autore riproduce un documento di Mons. Marcel Lefebvre, che nel 1966 era il Superiore Generale della Congregazione dello Spirito Santo. Nella lettera datata 6 gennaio 1966, indirizzata a tutti i membri di quella Congregazione religiosa, Mons. Lefebvre elogia il Concilio Vaticano II e dice loro di studiare e applicare tutti i documenti del Concilio. L’1 novembre 1970, fondò la Fraternità San Pio X in Svizzera e oggi i suoi membri affermano che il fondatore ha sempre respinto il Vaticano II.

Zen e i lefebvriani.

Il cardinale Joseph Zen ha paragonato la Fraternità San Pio X al biblico Giuseppe, figlio di Giacobbe, commentando le tensioni che circondano le ordinazioni episcopali pianificate dalla fraternità sacerdotale e il suo dialogo in stallo con il Vaticano. «Riflettendo sulla prima lettura e sul salmo responsoriale della Messa di oggi, sembra che si possa vederla così: Giuseppe (figura la) FSSPX; i fratelli di Giuseppe, il cardinale Tucho (Fernández); Ruben, papa Leone». Il cardinale ha suggerito che le divisioni tra i cattolici conservatori e tradizionali riguardo alla Fraternità sono comprensibili a causa di due preoccupazioni: «si deve fare tutto il possibile per evitare uno scisma» come qualcosa che causerebbe «danni gravi e duraturi alla Chiesa». Si deve anche rispettare una «importante questione di coscienza», chiedendo come qualcuno possa essere «obbligato ad accettare insegnamenti che contraddicono chiaramente la sacra Tradizione della Chiesa». «Tucho, che pretende di smantellare le tradizioni della Chiesa, come non odiare la FSSPX? Probabilmente si rallegrerà di vederli scomunicati!». Il ruolo del fratello Ruben, che ha descritto come il «buon fratello», l’ha associato al «Papa Leone», che ha chiamato «il buon padre», suggerendo che la preoccupazione del Papa è l’unità della «famiglia di Dio».

Dalla parrocchia di Gaza.

Il padre Romanelli, del commissariato Istituto del Verbo Incarnato, racconta la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran dalla Striscia, dove «mancano prodotti di base e a volte non si trovano nemmeno fiammiferi». «Senza una pace giusta, non c’è futuro». «Il Pontefice ci ha inviato un messaggio il 4 marzo in cui ci incoraggia, prega per tutti e ci dà la sua benedizione». Il ricordo del parroco è condiviso sui social della parrocchia e inizia con il giorno dell’attacco. «Tutto sembrava normale il passato 28 febbraio quando si seppe la notizia proprio mentre finivamo l’adorazione e recitavamo la preghiera del mattino. I bambini stavano per iniziare la scuola. In mancanza di notizie affidabili, la scuola continuò, nonostante la grande ansia, soprattutto tra i bambini più grandi e gli insegnanti». Tra le prime conseguenze dell’attacco, spiega il parroco, «un preoccupante aumento dei prezzi. Sono tornati a schizzare in alto; erano già alti. In parte a causa della speculazione». La popolazione «ha bisogno di tutto. Lo ripetiamo sempre, ma è la dura realtà». Anche i cristiani del quartiere «non hanno niente, ma altri stanno molto peggio».

L’arrivo dell’anticristo.

Il padre esorcista Chad Ripperger ha avvertito in un’intervista pubblicata giovedì che lo scenario è quasi completamente preparato per l’arrivo dell’Anticristo. I Padri della Chiesa affermano che ci sarà un'»implosione mondiale della moralità delle persone» prima dell’arrivo dell’Anticristo, qualcosa che abbiamo assistito dagli anni ’50; c’è stata una sfida diffusa alle leggi di Dio e alla legge naturale. Un’altra condizione per il suo governo è «l’unificazione dell’economia mondiale» perché è attraverso l’economia che l’Anticristo controllerà la gente, sebbene «avrà anche il controllo dei governi». «Quindi non credo che sia dietro l’angolo, ma potrei sbagliarmi». Durante la sua intervista di quattro ore con Ryan, il Padre Ripperger ha anche discusso diversi livelli di guerra spirituale, satanismo e occulto, esorcismo, gerarchie e manifestazioni demoniache, difesa spirituale e altro.

La guerra Woke continua alle Nazioni Unite.

La Commissione sullo Status Giuridico e Sociale della Donna (CSW) si riunisce all’ONU dal 9 al 19 marzo. L’Italia è in pericolo . La CSW all’ONU è il forum dove ogni anno i gruppi di pressione transfemministi e LGBT più potenti del mondo riscrivono il linguaggio dei diritti e lo impongono agli Stati. L’obiettivo è chiaro: influenzare il maggior numero possibile di delegati nazionali e includere obiettivi e azioni per promuovere l’aborto e l’uguaglianza di genere nelle conclusioni. La linea folle dettata il 12 febbraio dal Parlamento Europeo in vista della Conferenza sulla Donna si è definita a favore dell’aborto come «diritto umano», dell’equiparare le «donne trans» (uomini) alle donne reali (donne), dell’aiuto e finanziamento prioritari per organizzazioni transfemministe e LGBT, dell’imporre l’ideologia di genere in tutti i settori sociali (giustizia, istruzione, sanità, ecc.). La CSW torna ogni anno. E ogni anno porta nuovi documenti, nuove pressioni, nuove formulazioni progettate per erodere, paragrafo per paragrafo, la definizione di donna, famiglia e vita. Il documento finale della Conferenza delle Donne sarà negoziato a porte chiuse .

Tre cardinali contro Trump.

La Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti qualifica di «immorale» la misura presidenziale che ha abolito lo «ius soli». Tre cardinali si sono uniti recentemente all’arcivescovo Bernard Anthony Hebda di St. Paul e Minneapolis per la «Messa di Solidarietà con i Migranti». Ha concluso la conferenza «Il Cammino da Seguire», che ha riunito una trentina di vescovi per dibattere sulla comunicazione e l’evangelizzazione nell’era digitale. Il cardinale Pierre, facendo eco alla «dichiarazione ferma» dei vescovi in supporto ai migranti durante l’assemblea di novembre e del supporto ricevuto da Leone XIV, si è dichiarato «molto orgoglioso di vedere la nostra Chiesa solidarizzare con chi soffre».

McElroy prende in prestito l’immagine della Chiesa come «ospedale da campo» per reiterare che «tutti sono feriti e tutti hanno bisogno di guarigione, specialmente a Minneapolis: le famiglie di coloro che sono deceduti o sono rimasti feriti; le comunità immigrate e coloro che le assistono; la stessa polizia e i membri del Servizio di Immigrazione e Controllo delle Dogane (ICE). La dottrina cattolica sostiene il diritto di una nazione di controllare i suoi confini e, in tali casi, di deportare coloro che sono stati condannati per reati gravi, specialmente violenti».

Tobin: «A chi dobbiamo la nostra massima lealtà, la nostra massima obbedienza? Il primo comandamento ci dice: Non vi sottomettete a falsi dèi. Ascoltate il Signore vostro Dio». Questo è il contesto in cui si inquadra la decisione della Conferenza Episcopale di appellarsi alla Corte Suprema contro l’abolizione dello ius soli da parte dell’amministrazione, che esclude dalla cittadinanza statunitense i figli di persone senza status legale o titolari di permessi temporanei (di studio o lavoro) presenti nel paese. I vescovi qualificano questa misura trumpiana di «immorale».

Pastori evangelici ‘benedicono’ Trump.

Il presidente statunitense ha pubblicato un video dove lo si vede meditare mentre un gruppo di pastori evangelici prega affinché Dio continui a dargli la forza per governare gli Stati Uniti. Mentre il Papa prega per la pace mondiale affinché le nazioni rinuncino alle armi e scelgano la via del dialogo e della diplomazia, alla Casa Bianca, un gruppo di pastori evangelici prega per il presidente Donald Trump. «Che Dio continui a dargli la forza per guidare la nostra nazione».

Pregare per coloro che governano fa parte della tradizione cristiana. Per secoli, le chiese hanno accompagnato la vita delle istituzioni con preghiere, chiedendo saggezza e prudenza. La scena si svolge in mezzo a una crisi internazionale e necessariamente acquisisce un significato che va oltre la devozione privata. Più impattante del gesto in sé è il contesto in cui avviene e il messaggio che può trasmettere: quello di una vicinanza religiosa che, in ultima istanza, si sovrappone alla legittimazione dell’azione politica.

Questo non è un fenomeno nuovo, Dante nel Canto dei Cantari, non solo mette in discussione la corruzione morale di certi papi: espone una Chiesa che ha scambiato il servizio per la dominazione, che cerca l’alleanza dei potenti, che trasforma le realtà spirituali in strumenti di comando e ricchezza. Quando denuncia i pastori che si prostituiscono davanti ai re della terra e accusa coloro che hanno creato «dèi d’oro e d’argento». Dante descrive precisamente questo: il momento in cui il sacro è usurpato dal potere e ridotto a una copertura per le sue ambizioni.

La questione riguarda come il nome di Dio entri nella sfera pubblica. La preghiera cristiana, nella sua forma più autentica, accompagna i potenti, ricordando loro che non sono assoluti, che devono rendere conto delle loro decisioni e che la forza da sola non basta per stabilire la giustizia. Tuttavia, quando il gesto religioso si confronta con la possibilità di una guerra e viene percepito come il sigillo di una decisione già in corso, il rischio di ambiguità diventa evidente. Continuiamo a pregare Dio o lo usiamo per rivestire il male di un’apparenza religiosa? .

Un ginkgo biloba nei Giardini Vaticani.

L’iniziativa, promossa da CONAF (Consiglio dell’Ordine Nazionale dei Dottori in Agronomia e in Scienze Forestali) in occasione del centenario della sua fondazione, è stata un omaggio a Leone XIV. Ha ricordato che il ginkgo biloba, molto diffuso in Giappone, «incarna la memoria storica e la capacità di rinascita»: alcuni esemplari, di fatto, sono sopravvissuti all’esplosione atomica di Hiroshima nel 1945.

I Giardini Vaticani si estendono su una superficie di circa ventidue ettari, equivalente alla metà del territorio totale della Città del Vaticano. La loro origine risale al pontificato di Niccolò III (1277-1280), che ordinò di creare un viridarium nel Mons Saccorum. In questo ampio giardino cintato, che comprendeva prati e zone boschive, si coltivarono anche vigneti e un fertile orto di frutta e verdura che garantivano un approvvigionamento costante per la tavola del Papa.

Nei primi anni del XVII secolo, il papa Paolo V Borghese (1605-1621) si occupò di piantare nei giardini una grande varietà di alberi, piante e fiori —a volte specie rare e ricercate in tutto il mondo—, componendo un variegato catalogo botanico. In quel tempo, l’area verde del Vaticano si estendeva al di fuori delle Mura Leonine, dove gli ampi campi coltivati e le zone dedicate al pascolo degli animali costituivano una fiorente attività agricola.

Alla fine del XVIII secolo, le truppe napoleoniche saccheggiarono gran parte dei Giardini Vaticani, distruggendo ampie zone di vegetazione. Durante il XIX secolo e oltre, seguendo la moda romantica dei giardini all’inglese, il tracciato dei sentieri che si incrociano nella zona boschiva fu adornato con sculture antiche e moderne disseminate tra le piante e gli alberi. Dopo la firma del Concordato del 1929 tra lo Stato italiano e la Santa Sede, furono programmate ampie ridefinizioni della zona dei giardini. L’architetto Giuseppe Momo (1875-1940), in collaborazione con l’esperto di botanica Giovanni Nicolini, progettò i nuovi giardini che, lungo un lavoro di quattro anni, assunsero la forma attuale.

I denari di Satana.

Il denaro è nelle mani di grandi fondi di investimento che a loro volta sono controllati da poche famiglie, tutte implicate nella rete satanista in stile Epstein. Attraverso l’Agenda 20-30 approvata dall’ONU nel 2015, si stanno estraendo enormi risorse dalle nazioni, che poi vengono investite non nel benessere dei loro cittadini, ma nell’arricchire ulteriormente filantropi come Bill Gates. Con il potere del denaro corrompono e ricattano governi interi, media di comunicazione e persino istituzioni religiose, che diventano obbedienti a questo pozzo nero. Assistiamo impotenti alla distruzione di ogni valore etico, alla glorificazione della guerra, alla distruzione dell’agricoltura e alla denigrazione della famiglia.

Cosa significa «rimanere aperti» oggi, perché il dialogo non è un sacramento automatico: può diventare uno strumento per entrambe le parti. Lo sanno bene in Vaticano, dove per anni sono state promosse conversazioni interreligiose con l’Iran, persino quelle ufficiali, come le conversazioni tra il Dicastero per il Dialogo Interreligioso e un centro iraniano dedicato al dialogo. Ma quando si cerca un’opportunità per la foto invece di contenuto, il dialogo rischia di svuotarsi del tutto.

Sono le limitazioni strutturali della diplomazia papale: la Santa Sede è forte nel linguaggio morale, ma estremamente debole nella coercizione. Non impone sanzioni, non ha portaerei. Ha solo un asset: la credibilità, la sua parola, la sua presenza. È molto, se non si vende. È poco, se se ne permette lo sfruttamento. La diplomazia deve anche evitare che i cattolici diventino pedine punite per foto scattate a Roma.

Perché una cosa è certa: in tempi di guerra, il sacro è costretto a servire da base. E se la religione diventa carburante per la guerra, la Santa Sede ha il dovere di fare l’opposto: disattivarla. Rimanere fermi non significa benedire una parte; significa cercare di impedire che la vendetta abbia l’ultima parola. Il rischio oggi non è che il Vaticano stia «parlando con il nemico». Il rischio è più sottile: che il mondo, ebbro di polarizzazione, non possa più distinguere tra dialogo e complicità, tra presenza e propaganda.

È ben noto che: «La libertà, Sancho, è uno dei più preziosi doni che gli uomini ricevettero dai cieli; con essa non possono eguagliarsi i tesori che racchiude la terra né il mare nasconde; per la libertà, come per l’onore, si può e si deve avventurare la vita».

 

«…quel tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

Buona lettura.

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