La diffusione di un comunicato a nome di un intero presbiterio senza un effettivo sostegno dei suoi membri non è un dettaglio minore né una questione formale. È un sintomo. Nella diocesi di Huacho, il vicario generale, Alejandro Alvites, ha promosso e diffuso un testo presentato come espressione unanime del clero diocesano in difesa del vescovo, Mons. Antonio Santarsiero Rosa. Il problema è che quell’unanimità non esiste.
Infovaticana ha avuto accesso ai messaggi interni del gruppo WhatsApp del presbiterio, canale attraverso il quale è stato concepito e diffuso il comunicato. Quello che si osserva non è un processo di consultazione, deliberazione o votazione, ma l’imposizione di un testo già chiuso, trasferito ai sacerdoti come un fatto compiuto. Lo stesso Alvites lo introduce come “comunicato e pronunciamento del presbiterio”, attribuendogli “pieno sostegno di solidarietà”, senza che risulti alcun meccanismo che giustifichi quell’affermazione.
Trascrizione integrale del messaggio inviato da Alejandro Alvites:
“Cari fratelli nel sacerdozio, un cordiale saluto dopo aver dialogato con i decani sulle calunnie sui media contro il nostro Vescovo vi inviamo il comunicato e il pronunciamento del presbiterio con il nostro pieno sostegno di solidarietà che sia anche espressione del popolo delle nostre parrocchie, benedizioni”
La scena è rivelatrice. Non c’è traccia di contrasto, sfumatura o discrepanza. Non c’è firma individuale né collettiva. Non c’è procedura. Solo una volontà di proiettare all’esterno un’immagine di coesione che internamente non è stata costruita.
Il contenuto del comunicato aggrava la situazione. Non si limita a esprimere vicinanza o a chiedere prudenza, ma entra pienamente nella qualificazione delle accuse come “ingiuste e diffamatorie”. Cioè, prejuzga e indica presunte vittime che includono un minore. E lo fa a nome di tutti i sacerdoti della diocesi. In termini canonici, questo non è un’imprudenza minore, ma un’interferenza diretta in qualsiasi indagine presente o futura. La Chiesa ha stabilito con chiarezza che di fronte a denunce di questa natura la risposta deve articolarsi intorno a processi: indagine preliminare, adozione di misure cautelari, istruzione formale. Qui non c’è niente di tutto ciò.
Il ricorso a un presunto sostegno del presbiterio non è solo inesatto, ma introduce un elemento di pressione ambientale. Chi dissente rimane implicitamente situato fuori dalla comunione. Si costruisce così un consenso artificiale che protegge l’autorità, non la verità. È uno schema di potere primario: prima si afferma l’innocenza, poi si scredita la denuncia, e infine si invoca l’unità per chiudere qualsiasi dibattito.
Non è una questione di stile, ma di fondo. Questo modo di procedere rivela insicurezza. Quando un’istituzione confida nei suoi propri meccanismi giuridici, non ha bisogno di blindarsi mediante comunicati collettivi dubbi. Lascia che i fatti siano indagati, che le prove siano valutate e che le decisioni siano adottate conforme al diritto. Qui avviene il contrario: si anticipa il verdetto e si instrumentalizza il presbiterio per sostenerlo.
Il risultato è doppiamente dannoso. Verso l’esterno, compromette la credibilità della Chiesa in un ambito particolarmente sensibile come quello delle denunce di abuso. Verso l’interno, erode la fiducia tra i stessi sacerdoti, che vedono come il loro nome possa essere utilizzato senza il loro consenso per avallare posizioni che non hanno sottoscritto e che li possono segnare per tutta la vita.
Non c’è giustificazione possibile per questo tipo di pratiche. Né pastorale né giuridica. La Chiesa non può permettersi di funzionare per adesioni forzate attraverso i incarichi istituzionali più rilevanti della diocesi. In situazioni così c’è solo un cammino serio: processi, indagine, misure. Tutto il resto è rumore, e in questo caso, inoltre, uno scandalo.