Un rapporto forense smonta il racconto dei migliaia di «bambini rubati» che per anni ha indicato la Chiesa

Un rapporto forense smonta il racconto dei migliaia di «bambini rubati» che per anni ha indicato la Chiesa

La narrativa sulla presunta trama sistematica di “bambini rubati” in Spagna durante il periodo franchista —trasformata per anni in un racconto ampiamente diffuso— ha subito una svolta significativa dopo la pubblicazione di un rapporto dell’Istituto Nazionale di Tossicologia e Scienze Forensi (INTCF), i cui risultati sono stati riportati da media come El País e la Cadena SER, che ora mettono in dubbio l’esistenza di tale rete alla quale avevano dato voce per molto tempo.

Lo studio, redatto da cinque specialisti dell’INTCF e pubblicato su una rivista scientifica internazionale, conclude che non esiste evidenza forense che supporti l’ipotesi di un furto organizzato e generalizzato di neonati negli ospedali spagnoli.

Un rapporto che mette in discussione una narrativa storica

Secondo i ricercatori, i dati disponibili “mettono in discussione la narrativa generalizzata di un furto sistematico” e respingono ciò che qualificano come una “congettura trasformata in bufala” intorno ai 300.000 presunti casi di bambini rubati in Spagna.

In particolare, le analisi del DNA effettuate su resti esumati e campioni ospedalieri hanno confermato, nella maggior parte dei casi investigati, la morte dei neonati. Delle 120 esumazioni analizzate, in 117 sono stati trovati resti umani, mentre nei casi rimanenti esistevano indizi biologici compatibili con la decomposizione di un cadavere.

Gli stessi specialisti sottolineano che una bara apparentemente vuota non implica necessariamente una sottrazione, ma può essere spiegata dalla degradazione dei resti con il passare del tempo.

Tre realtà distinte sotto la stessa etichetta

Il rapporto distingue tra tre fenomeni diversi che per anni sono stati raggruppati sotto la stessa narrativa: i minori sotto tutela dopo la Guerra Civile, le adozioni di figli di madri single in istituzioni come il Patronato de Protección de la Mujer e la presunta esistenza di una rete organizzata di furto di bambini negli ospedali tra il 1950 e il 1990.

È proprio quest’ultima ipotesi —quella di una trama sistematica— che i ricercatori scartano alla luce dei dati scientifici disponibili.

Un racconto che puntava alla Chiesa

Per anni, questa narrativa non solo ha parlato di un fenomeno generalizzato, ma ha indicato direttamente istituzioni legate alla Chiesa, specialmente congregazioni religiose e centri ospedalieri, come parte di una presunta rete di sottrazione di minori durante il franchismo.

Casi concreti, come quello della religiosa sor María Gómez Valbuena, sono stati ampiamente diffusi e hanno contribuito a consolidare nell’opinione pubblica l’idea di un coinvolgimento strutturale della Chiesa in questi fatti. Allo stesso tempo, associazioni di vittime e varie piattaforme hanno insistito sull’esistenza di una rete organizzata in cui avrebbero partecipato religiosi e personale sanitario.

In quel contesto, la Chiesa ha mantenuto una posizione prudente, limitandosi a offrire collaborazione con la Giustizia e con le famiglie nei casi investigati, senza assumere l’esistenza di una trama organizzata. Questo atteggiamento è stato interpretato da alcuni settori come mancanza di risposta o silenzio di fronte alle accuse.

Tuttavia, né le indagini giudiziarie né i rapporti forensi hanno accreditato l’esistenza di una struttura sistematica di sottrazione di minori legata a istituzioni ecclesiastiche. Gli stessi dati disponibili puntano, piuttosto, a situazioni complesse di adozioni irregolari in contesti sociali e culturali determinati, che non possono essere equiparate all’esistenza di una rete organizzata.

Dal racconto mediatico alla sua revisione

Il cambio di approccio risulta particolarmente significativo perché colpisce media che per anni hanno contribuito a consolidare quella narrativa nell’opinione pubblica. La cifra di 300.000 casi, ripetuta per più di un decennio, è finita per installarsi come una realtà assunta, nonostante l’assenza di prove conclusive.

Pedro Fernández Barbadillo, su Ideas, ha analizzato questo processo indicando che molte di queste cifre “sono state inventate in riunioni per elaborare un racconto”, in riferimento all’origine di stime che poi sono state diffuse senza supporto empirico.

Barbadillo sottolinea inoltre che il fenomeno ha acquisito dimensione pubblica a partire da iniziative giuridiche e mediatiche che hanno generato un effetto moltiplicatore: “quella denuncia collettiva ha aperto la porta a un’ondata di casi”, in molti dei quali i sospetti sono sorti anni dopo, alimentati dalla copertura mediatica.

In questo senso, ricorda anche gli avvertimenti precoci delle procure, che già nel 2013 avvisavano di un “effetto richiamo” e di denunce presentate “per contagio”, in un contesto in cui l’ipotesi di una trama organizzata non trovava supporto nelle indagini.

Alla luce del nuovo rapporto dell’INTCF, il contrasto tra la narrativa diffusa per anni e le conclusioni scientifiche attuali risulta evidente, aprendo una revisione di un racconto che per lungo tempo è stato presentato come incontestabile.

Indagini senza prove di rete organizzata

Le indagini giudiziarie non hanno nemmeno confermato l’esistenza di una trama sistematica. La Procura ha analizzato più di 2.000 denunce, delle quali più di 500 sono state giudiziarizzate, senza che nessuna sentenza abbia accreditato il furto organizzato di bambini in Spagna.

Casi che hanno raggiunto grande risonanza mediatica sono stati successivamente scartati mediante prove del DNA. In altri, come quello di Inés Madrigal —presentato per anni come emblematico—, si è verificato infine che si trattava di un’adozione irregolare e non di una sottrazione.

Gli esperti avvertono inoltre dell’impatto che determinate narrazioni hanno avuto su famiglie che, dopo la perdita di un figlio, sono arrivate a sospettare di un possibile furto senza base provata.

Un dibattito con conseguenze oltre il giudiziario

Il nuovo rapporto introduce così un elemento di revisione in una questione che ha avuto un notevole peso nel dibattito politico, mediatico e legislativo in Spagna.

Il caso mette in rilievo fino a che punto determinati fatti, ancora non verificati, possano essere amplificati e reinterpretati fino a diventare verità assunte quando si adattano a quadri ideologici preesistenti. La reiterazione mediatica, unita a cifre senza base empirica, è finita per configurare una narrativa che, per anni, è servita anche per indicare in modo insistente istituzioni legate alla Chiesa.

La revisione che inizia ad aprirsi invita, quindi, a una riflessione più ampia sull’uso di questi racconti nel dibattito pubblico e sulla responsabilità di chi li ha diffusi. Quando l’interpretazione precede i fatti, il rischio non è solo l’errore, ma la consolidazione di accuse che, col tempo, risultano difficili da sostenere alla luce dei dati.

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