Di Mons. Charles Fink
Durante la prima metà del XX secolo, emerse una straordinaria costellazione di scrittori cattolici inglesi, molti di loro convertiti, che possedevano il grande dono di essere capaci di spiegare la fede cattolica a un livello popolare senza distorcerla. Vengono in mente nomi come Chesterton, Knox, Sheed (originario dell’Australia) e Houselander.
Tra loro c’era un sacerdote gesuita di nome C.C. Martindale, a cui, dopo aver passato cinque anni di internamento sotto i nazisti, la BBC chiese di pronunciare sei conferenze radiofoniche durante la Settimana Santa del 1946. Il padre Martindale concluse la sua prima conferenza con queste parole:
sia che si tratti dei problemi posti dalla lunga storia o dall’ora presente, sia che si tratti dei problemi posti dalla nostra anima e dalla nostra esperienza interiore, sia che si tratti delle Sofferenze e della Morte di Cristo, il cristiano non ha che un punto di partenza, cioè Dio, il Suo Amore e la Sua volontà che viviamo. Questa verità non cambia mai, per quanto cambiamo noi. Dio non desidera nemmeno la morte del peccatore, ma che viva. Non posso dirlo troppo spesso, né con troppo enfasi… che all’origine di tutte le cose, durante tutte le cose e alla fine di tutte le cose ci sono Dio, l’Amore e la Vita.
Il P. Martindale fu capace di dire quelle parole, persino dopo aver sopportato gli orrori della guerra e della prigione, perché aveva assimilato e fatto suo il messaggio luminoso e raggiante della Pasqua. Fu questo messaggio che aiutò a trasformare l’apostolo Pietro timoroso nel predicatore coraggioso e incisivo che troviamo negli Atti degli Apostoli. Fu questo messaggio che spinse Paolo a scrivere ai Colossesi: «Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù», e «siete morti, e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio».
Paolo comprese che Cristo non era risorto dai morti solo per Sé stesso, ma per noi; affinché, uniti a Lui, potessimo già iniziare a risorgere con Lui. I nostri piedi possono essere impantanati nel fango della terra, ma le nostre teste e i nostri cuori sono con Cristo in Cielo. Che cosa avevano da temere Pietro o Paolo sulla terra quando già partecipavano alla vita risorta di Cristo?
Quando Maria Maddalena, Pietro e Giovanni trovarono il sepolcro vuoto la mattina di Pasqua, con le bende di Gesù ancora lì, il Vangelo ci dice che Giovanni credette, ma anche che «ancora non avevano capito la Scrittura secondo la quale egli doveva risorgere dai morti».
Giovanni credette che Gesù era risorto, ma ancora non comprendeva pienamente tutto ciò che implicava il fatto monumentale della resurrezione. Tuttavia, la comprensione sarebbe arrivata, e l’unico apostolo che sfuggì al martirio violento avrebbe passato altri sessant’anni sulla terra predicando il Dio che è amore e che vuole che abbiamo vita in abbondanza, non solo ora, ma per sempre.
Il messaggio della Pasqua non è che non ci saranno più croci, ma che tutte le nostre croci, persino la morte, possono condurre a una vita nuova ed eterna; una vita eterna iniziata qui e ora dalla nostra unione con il Signore risorto. Siamo come i subacquei di quei vecchi film che vengono calati in mare da una nave, «stranieri in terra straniera», circondati dall’oscurità, ma ricevendo in ogni momento vita dall’alto, la nostra partecipazione alla vita risorta di Cristo.
La Pasqua deve essere per noi ciò che fu per Pietro, Paolo, Maria Maddalena e tutti i santi: non solo qualcosa che crediamo sia accaduto una volta e che un giorno ci beneficerò. È quello, ma molto di più. È una realtà presente, qualcosa di cui partecipiamo qui e ora. Che il mondo faccia il peggio che può. Non potrà mai fare nulla di peggio che uccidere il Figlio di Dio, e già sappiamo come è finita quella. E noi partecipiamo della sua vita.
Tutti conosciamo l’espressione «Alzati e splendi». Può essere, certo, solo un cliché fastidioso o l’interruzione di un buon sonno notturno. Ma per i cristiani, può essere un promemoria che, partecipando alla vita di Cristo, abbiamo già iniziato a risorgere e dobbiamo manifestarlo irradiando la luce, la vita e l’amore di Cristo in tutto ciò che facciamo.
Ricordate le parole del P. Martindale: «all’origine di tutte le cose, durante tutte le cose, alla fine di tutte le cose, ci sono Dio, l’Amore e la Vita». La Pasqua ci chiama, con il nostro modo di vivere, a facilitare che altri credano ed esperiscano quello. In un mondo così pieno di oscurità e disperazione, di conflitti e confusione, con tanti, specialmente giovani, affamati e assetati di senso e speranza, è nostro imperativo morale essere gente di Pasqua in ogni momento. Semplicemente, non possiamo permetterci di nascondere la nostra luce, la luce di Cristo, sotto il moggio.
Sull’autore
Mons. Charles Fink è sacerdote da 47 anni nella diocesi di Rockville Centre. È ex parroco e direttore spirituale del seminario, e vive ritirato dalle funzioni amministrative nella parrocchia di Notre Dame a New Hyde Park, New York.