Il Papa Leone XIV ha centrato la sua omelia nella Veglia Pasquale celebrata nella basilica di San Pietro sulla vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte come fondamento della speranza cristiana, sottolineando che la Risurrezione non è solo un avvenimento del passato, ma una forza viva che trasforma la storia e la vita dei fedeli. In un messaggio segnato dal tono missionario, il Pontefice ha chiamato i cristiani a essere testimoni del Risorto in mezzo a un mondo ferito dalla paura, dalla divisione e dalla guerra, ricordando che solo la grazia può abbattere «le pietre» che chiudono l’uomo su se stesso e aprire cammini di pace, unità e vita nuova.
Pubblichiamo di seguito l’omelia completa:
«Questa notte santa […] espelle l’odio, porta la concordia, piega i potenti» (Pregone pasquale).
Così, cari fratelli e sorelle, il diacono, all’inizio di questa celebrazione, ha lodato la luce di Cristo Risorto, simboleggiata nel Cero pasquale. Da questo unico Cero tutti abbiamo acceso le nostre luci e, portando ciascuno una piccola fiamma presa dal medesimo fuoco, abbiamo illuminato questa grande basilica. È il segno della luce pasquale, che ci unisce nella Chiesa come lampade per il mondo. All’annuncio del diacono abbiamo risposto «amen», affermando il nostro impegno di abbracciare questa missione, e tra poco ripeteremo il nostro «sì» rinnovando le promesse battesimali.
Cari fratelli, questa è una Veglia piena di luce, la più antica della tradizione cristiana, chiamata «madre di tutte le veglie». In essa riviviamo il memoriale della vittoria del Signore della vita sulla morte e sugli inferi. Lo facciamo dopo aver percorso, negli ultimi giorni, come in un’unica grande celebrazione, i misteri della Passione del Dio fatto per noi «uomo di dolori» (Is 53,3), «disprezzato e reietto dagli uomini» (ib.), torturato e crocifisso.
C’è una carità più grande, una gratuità più totale? Il Risorto è lo stesso Creatore dell’universo che, così come agli albori della storia ci ha dato l’esistenza dal nulla, così anche sulla croce, per mostrarci il suo amore senza limiti, ci ha dato la vita.
Così ce lo ha ricordato la prima lettura, con il racconto degli origini. All’inizio, Dio creò il cielo e la terra (cfr. Gn 1,1), traendo dal caos il cosmo, dal disordine l’armonia, e affidandoci noi, fatti a sua immagine e somiglianza, il compito di esserne i custodi. E anche quando, con il peccato, l’uomo non ha corrisposto a quel progetto, il Signore non lo ha abbandonato, ma gli ha rivelato in modo ancora più sorprendente, nel perdono, il suo volto misericordioso.
Questa «notte santa», dunque, affonda le sue radici anche lì dove si è consumato il primo fallimento dell’umanità, e si estende lungo i secoli come cammino di riconciliazione e di grazia.
Di quel cammino, la liturgia ci ha proposto alcune tappe attraverso i testi sacri che abbiamo ascoltato. Ci ha ricordato come Dio fermò la mano di Abramo, disposto a sacrificare il figlio Isacco, per indicarci che non vuole la nostra morte, ma piuttosto che ci consacriamo a essere, nelle sue mani, membri vivi di una discendenza di salvati (cfr. Gn 22,11-12.15-18). Allo stesso modo, ci ha invitato a riflettere su come il Signore liberò gli israeliti dalla schiavitù d’Egitto, facendo del mare, luogo di morte e ostacolo insuperabile, la porta d’ingresso per l’inizio di una vita nuova e libera. E lo stesso messaggio ha risuonato come un’eco nelle parole dei profeti, in cui abbiamo ascoltato le lodi del Signore come sposo che chiama e raduna (cfr. Is 54,5-7), sorgente che sazia, acqua che feconda (cfr. Is 55,1.10), luce che mostra il cammino della pace (cfr. Ba 3,14), Spirito che trasforma e rinnova il cuore (Ez 36,26).
In tutti questi momenti della storia della salvezza abbiamo visto come Dio, di fronte alla durezza del peccato che divide e uccide, risponde con la potenza dell’amore che unisce e restituisce la vita. Li abbiamo evocati insieme, intercalando il racconto con salmi e preghiere, per ricordarci che, per la Pasqua di Cristo, «sepolti con lui nella morte […] anche noi portiamo una vita nuova […] morti al peccato e vivi per Dio in Cristo Gesù» (Rm 6,4-11), consacrati nel Battesimo all’amore del Padre, uniti nella comunione dei santi, fatti per grazia pietre vive per la costruzione del suo Regno (cfr. 1 Pt 2,4-5).
Alla luce di tutto questo leggiamo il racconto della Risurrezione, che abbiamo ascoltato nel Vangelo secondo san Matteo. La mattina di Pasqua, le donne, vincendo il dolore e la paura, si misero in cammino. Volevano andare al sepolcro di Gesù. Si aspettavano di trovarlo sigillato, con una grande pietra all’ingresso e soldati di guardia. Questo è il peccato: una barriera molto pesante che ci rinchiude e ci separa da Dio, cercando di far morire in noi le sue parole di speranza. Maria di Magdala e l’altra Maria, tuttavia, non si lasciarono intimidire. Andarono al sepolcro e, grazie alla loro fede e al loro amore, furono le prime testimoni della Risurrezione. Nel terremoto e nell’angelo, seduto sulla roccia rovesciata, videro la potenza dell’amore di Dio, più forte di qualsiasi potere del male, capace di «espellere l’odio» e di «piegare i potenti». L’uomo può uccidere il corpo, ma la vita del Dio dell’amore è vita eterna, va oltre la morte e nessun sepolcro la può imprigionare. Così, il Crocifisso regnò dalla croce, l’angelo si sedette sulla pietra e Gesù vivo si presentò davanti a loro dicendo: «Rallegratevi» (Mt 28,9).
Anche questo, cari fratelli, è oggi il nostro messaggio al mondo, l’incontro di cui vogliamo dare testimonianza, con le parole della fede e con le opere della carità, cantando con la vita l’«alleluia» che proclamiamo con le labbra (cfr. Sant’Agostino, Sermone 256, 1). Allo stesso modo delle donne, che corsero ad annunciarlo ai fratelli, anche noi vogliamo partire questa notte, da questa basilica, per portare a tutti la buona notizia che Gesù è risorto e che, con la sua forza, risorti con Lui, anche noi possiamo dare vita a un mondo nuovo, di pace e di unità, come «molti uomini e un uomo solo; molti cristiani e un solo Cristo» (S. Agostino, Commenti ai Salmi 127,3).
A questa missione si consacrano i fratelli e le sorelle che, qui presenti, provenienti da diverse parti del mondo, riceveranno tra poco il Battesimo. Dopo il lungo cammino del catecumenato, oggi rinascono in Cristo per essere creature nuove (cfr. 2 Cor 5,17), testimoni del Vangelo. Per loro, e per tutti noi, ripetiamo quanto san Agostino diceva ai cristiani del suo tempo: «Annuncia Cristo; semina […]. Spargi il Vangelo; ciò che hai concepito nel tuo cuore» (Sermone 116, 7).
Sorelle e fratelli, nemmeno nei nostri giorni mancano sepolcri da aprire, e spesso le pietre che li chiudono sono così pesanti e così ben sorvegliate che sembrano inamovibili. Alcune opprimono il cuore dell’uomo, come la diffidenza, la paura, l’egoismo e il rancore; altre, conseguenza delle prime, rompono i legami tra noi, come la guerra, l’ingiustizia e l’isolamento tra popoli e nazioni. Non lasciamoci paralizzare! Molti uomini e donne, lungo i secoli, con l’aiuto di Dio, le hanno rimosse, forse con grande sforzo, a volte a costo della vita, ma con frutti di bene di cui ancora oggi beneficiamo. Non sono personaggi irraggiungibili, ma persone come noi che, fortificate dalla grazia del Risorto, nella carità e nella verità, ebbero il coraggio di parlare, come dice l’apostolo Pietro, con «parole di Dio» (1 Pt 4,11) e di agire «come chi riceve da Dio quel potere, affinché Dio sia glorificato in tutte le cose» (ib.).
Lasciamoci ispirare dal loro esempio e, in questa Notte Santa, facciamo nostro il loro impegno, affinché ovunque e sempre, nel mondo, crescano e fioriscano i doni pasquali della concordia e della pace.