Sanz Montes predica il Sermone delle Sette Parole a Valladolid

Sanz Montes predica il Sermone delle Sette Parole a Valladolid

La Plaza Mayor di Valladolid ha accolto questo Venerdì Santo del 2026 una nuova edizione del tradizionale Sermone delle Sette Parole, pronunciato quest’anno da monsignor Jesús Sanz Montes, arcivescovo di Oviedo. Di seguito si offre il testo integrale.

SERMONE DELLE SETTE PAROLE

Venerdì Santo, Valladolid 2026
Predicatore: Mons. Jesús Sanz Montes, Arcivescovo di Oviedo

Eccellentissimo e reverendissimo signor Arcivescovo Metropolita di Valladolid, eccellentissimo signor Sindaco, presidente del Comune di Valladolid e presidente del Patronato d’Onore della Junta de Cofradías de Semana Santa di Valladolid, illustrissimo signor presidente della Deputazione Provinciale di Valladolid, signori ambasciatori stranieri accreditati in Spagna, eminentissimo e reverendissimo signor cardinale Ricardo Blázquez Pérez, eccellentissimo e reverendissimo Arcivescovo Emerito della diocesi di Santander, don Manuel, autorità civili e militari, sindaco, presidente della Cofradía de las Siete Palabras, presidente della Junta de Cofradías de Semana Santa di Valladolid, reverendo signor parroco della Unidad Pastoral Santiago El Salvador, confratelli delle cofradías della Settimana Santa di Valladolid, popolo fedele congregato in questa Plaza Mayor, e quanti vi si affacciano attraverso i nostri mezzi di comunicazione.

Il Signore vi dia la sua pace e riempia il vostro cuore del suo bene.

Furono molti i pulpiti improvvisati in sinagoghe o agli incroci dei cammini e le mille circostanze dove la parola veritiera, benigna e bella del Maestro si lasciò ascoltare. Disse tante cose in pubblico e in privato, con parabole belle quando c’era da annunciare la speranza, e come spada a doppio filo quando c’era da denunciare gli abusi.

Ma restava un ultimo sermone da una cattedra strana, umiliante, senza dialogo successivo né un uditorio rapito. Saranno le sette parole per un sermone come tale, non pronunciato dalle labbra del Maestro, ma che costituiscono la sintesi compatta di una donazione senza eguali da parte di questo Dio umanato che fu Gesù, il Figlio di Dio, del Padre prediletto.

Sono sette grida, come chi intona il canto del cigno nella cantata dell’amore mai prima ascoltata. È l’epilogo di tutta una vita tessuta di chiaroscuri agrodolci, tra il dono più infinito da parte del Signore e la resistenza più triste da parte dell’uomo destinatario.

Assistiamo oggi qui a Valladolid, in questa piazza, testimone dell’ascolto di queste sette parole durante tanti anni, già dal suo inizio, propriamente in quel 23 aprile del 1943, in questa piazza, Plaza Mayor di Valladolid, marciapiede del mio caro padre San Francisco, una piazza che è uno spazio specialmente insignito.

Qui si danno i vaivieni delle nostre fretta, i giochi innocenti dei nostri più piccoli, gli incanti innamorati di chi si ama, e la parsimonia dei nostri saggi anziani. Piazza di segreti che custodiscono i suoi venti nel tempo. Piazza di sogni quando ci togliamo gli incubi e ci mettiamo a guardare il cielo. Piazza di incontri, di baci amichevoli e parole che ti abbracciano nelle andate e venute delle benvenute che ti accolgono e degli addii che ti congedano sempre con nostalgie.

In questa mattina di Venerdì Santo, questa piazza grande e maestosa per dove passa la vita di Valladolid, ci disponiamo ad ascoltare un anno di più le sette parole, lasciandoci commuovere dal sermone di Cristo dal pulpito del legno della sua crocifissione.

Sono parole conosciute, tante volte ascoltate, meditate e piantate attraverso la storia del popolo cristiano. Davanti a esse versarono le loro lacrime santi e mistici. Con esse hanno composto cantate e sinfonie i nostri musicisti più celebri. Con queste sette parole si sono immersi i nostri scultori con i loro scalpelli e i pittori con i loro pennelli. Esse furono l’oggetto della penna dei nostri migliori scrittori e di quanti con immenso talento e bellezza vennero prima a commentarle qui con rossore emozionato tanti oratori.

Furono parole che si ascoltarono alla fine di quella prima Settimana Santa della storia. Quante parole precedenti si ricevettero dal Maestro, il Signore Gesù. Non smise di predicarcele in tanti modi in qualsiasi circostanza. A bambini, a giovani, a fidanzati, a malati e anziani, a giusti, a peccatori, a compaesani, a stranieri. Solo coloro che furono sordi censori preferirono le loro proprie tenebre alla luce, le loro violenze alla pace, le loro rigidità alla tenerezza. Lo disse l’evangelista San Giovanni quando già anziano scriveva il suo Vangelo, che venne la luce al mondo e le tenebre la disprezzarono; venne a casa sua e i suoi non lo ricevettero.

In modo inarrestabile, noi andiamo compiendo anni che disegnano canizie nei capelli, rughe nel volto e un certo sobbalzo quando ci sediamo e guardiamo indietro di sottecchi. Tutte le luci e le ombre, i momenti gioiosi e quelli che ci hanno potuto danneggiare, lì stanno nel nostro passato immediato. Sogni che si compirono riempiendoci di pace, risvegli di incubo che ci alterarono, gente che ci andò via come altra gente che ci andò arrivando. Certezze che si fecero dubbio o interrogativi che trovarono la risposta. Quante cose, sentimenti, ricordi o progetti. Quanti presenti ci sono venuti salutando o accerchiando o benedicendo. Abbiamo sognato e brindato per tante cose, ma anche ce ne sono state non poche che ci hanno rotto in pianto, che hanno seminato paura e stanchezza. Quanti episodi e circostanze intime nel cuore o ben patenti nelle periferie dell’anima fanno che la Settimana Santa di ogni anno abbia una data di debutto e disegni un paesaggio novello con tutte le sue luci e tutte le sue ombre.

Fu lunga l’andatura di Gesù. Per brevi che possano sembrare, i pochi anni che condivise con noi furono di un’immensa intensità. 33 anni dove accadde tutto ciò che ci raccontano i Vangeli: le lacrime che Gesù asciugò, i giochi infantili che osservò, i peccati che poté perdonare e le vite disastrate che orientò. Non ci fu angolo umano in cui non fosse lui presente con una parola da dire e una grazia da offrire.

Quella settimana fu intensa in parole e segni, come chi sa che arriva il tramonto di un’andatura così tessuta di versi, di baci, di silenzi e di lacrime. Ci immergiamo di fronte in questo scioglimento postremo, dove in una croce come pulpito, Gesù ci offrirà le sue sette parole che non taceranno mai, perché rispondono al dramma della storia dell’umanità in tutti i suoi luoghi, in tutte le sue epoche, come un’eco del grido di Dio in mezzo alla contraddizione sordida dell’umanità.

Questo è il sermone della montagna. Ascoltiamo.

PRIMA PAROLA

«Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno»

Era la fine del tragitto. Tutta una vita umana alle spalle con tanti momenti. Spalle ora aperte come un solco in cui la zizzania cicatera volle lasciare la firma di autore dell’incomprensione più infinita, l’odio più esacerbato e la chiusura più spietata.

Dietro restava una vita intera, tanti recessi del cammino in cui Gesù passò facendo il bene. I suoi incontri con la gente, il suo peculiare modo di abbracciare il problema umano: a volte offrendo i loro giochi, come a Caná in quelle nozze; altre, piangendo le loro sofferenze junto a Lázaro morto a Betania; in occasioni, curando ogni tipo di infermità, o illuminando ogni tipo di oscurità, o saziando ogni tipo di fame; e in altre, adirato contro i commercianti nel Tempio e contro i farisei del mercato della fede. Gesù che benedice, che insegna, che prega, che cura, che libera, che denuncia e che indica.

Ora è il momento ultimo e finale di questo dramma umano e divino. Si colloca la stazione di arrivo, il Calvario, chiamato «il Teschio», nome macabro da parte di coloro che persero la testa. I suoi compagni di viaggio finale vanno anche loro nello stesso lotto, con lo stesso esito, ma per motivo disuguale.

Dopo la descrizione della scena e della comparsa imposta, come se fossero buffoni di distribuzione, si avvicina la prima parola di questo sermone particolare. «Padre, perdonali, non sanno quello che fanno».

Non fu una conferenza stampa, né tampoco la risposta in un tribunale davanti a un accusatore fiscale. Questa parola, come le sei restanti, sono un soliloquio con il suo Padre Dio, come in tanti altri momenti della sua vita di Dio umanata. È quel Padre per cui si alzava all’alba ogni giorno o vegliava ogni sera, raccogliendo in quell’incontro l’ascolto obbediente nella più sublime preghiera. Da quella conversazione filiale dimanerebbero poi le parole dolci e veritiere come benigno beneficio, e i gesti sanatori e liberatori di ogni perverso maleficio.

Il Padre fu il suo principale interlocutore. Ora Gesù, a piena luce, nel fragore di quel Venerdì Santo, fissa nello Padre il suo sguardo per chiedere l’indulto davanti a tanti malfattori che gli fecero l’involucro dalle loro occhi ciechi e i loro cuori ottusi, per la grande censura ignorante di chi fosse il suo vero e unico Salvatore.

Così pregò Gesù filialmente come mai davanti al suo Padre Dio. «Perdonali, non sanno quello che fanno.»

È forse l’ignoranza del danno un attenuante per ottenere immeritatamente il più gratuito perdono? Le nostre contraddizioni che ci rendono cinici, le ipocrisie che travestono il nostro travestimento, i peccati della vita che rinnegano ciò che le nostre labbra proclamano in prestito. Non è l’ignoranza di non sapere quello che fecero, quello che non sappiamo fare, ciò che ci redime con l’abbraccio del perdono, ma precisamente questa preghiera sentita nel cuore di Cristo come l’ultimo battito del palpito del suo amore.

Egli volle intercedere, porsi di nuovo tra il cielo e la terra, tra i suoi fratelli gli uomini e il suo Padre Dio. La sua preghiera aprirà la porta di uscita più misericordiosa e indebita nel vicolo chiuso a calce e canto della nostra oscurità più temibile e più temuta.

Non sappiamo quello che facciamo. No, non lo sappiamo quando dichiariamo le guerre che affrontano e distruggono i popoli. Quando mentiamo a man salva per salvare a ogni costo le nostre prebende e le nostre governanze. Quando rubiamo ciò che non ci appartiene con l’avidità più litigiosa, o quando abusiamo dei più innocenti con una perversione che uccide. Quando macchiamo la bellezza con le nostre apparenze più grossolane, quando avviliamo la bontà con un embrutimento di malvagità calcolata, e quando relativizziamo la verità con una post-verità che a sabenza ci inganna; non sappiamo quello che facciamo, né allora, né ora, né lì, né qui.

È l’ignoranza più colpevole, che non attenua la nostra responsabilità quotidiana nel personale e nel sociale. Ma la preghiera di Gesù al Padre continua ad arrivare come grido che intercede, chiedendo il perdono che ci salva. Egli è l’avvocato che tempera le nostre cornamuse, che raddrizza i nostri torti, colui che appiana le nostre alterigie e che ci restituisce al cammino vero dopo tutte le nostre avventure prodigue, quelle che ci hanno portato via dal luogo in cui siamo figli sempre, figli cattivi forse, ma mai figli orfani.

SECONDA PAROLA

«Oggi sarai con me in Paradiso»

Gestas voleva ottenere il livello del suo lavaggio di faccia, del suo indulto truccato, di una fortuna che mai e poi mai meritò. Ma terminò come provocazione così oscena che fu bestemmia grossolana e volgare contro lo stesso Dio.

Senza essere ostaggio del suo penoso passato, l’altro malfattore ebbe un atteggiamento diverso. Dimas rimproverò al suo compagno per il tranello sleale che truccava il suo torpido curriculum di maledizione e condanna, e poi fece un atto di fede nel santo timore di Dio. Confessò i suoi peccati con un esame di coscienza affrettato, accettando l’esito meritato per tutte le sue mancanze commesse. Chi sa dove? Chi sa quando? Chi sa contro chi? Ma accettava la sua deriva valutata dagli uomini come sanzione fatale di tutti i suoi errori.

«Noi ce lo meritiamo, ma Gesù assolutamente no. Siamo due poveri malvagi ladri che hanno rubato tante cose. Due violenti assassini che hanno rovinato tante vite. Due stupratori senza anima che si sono approfittati di coloro che potemmo ingannare e sedurre. Due bugiardi compulsivi che facemmo dell’inganno una forma di sopravvivenza ben pagata. Ma Gesù non fece nulla. Gesù passò facendo il bene in quanto fece e disse davanti agli altri.»

Da questa confessione generale dei suoi peccati, fece un proposito di emendamento insolito. «Il mio perdono sta nelle tue mani, Gesù. E quando arriverai a quel tuo regno del quale in tanti modi ci hai parlato, gettami uno sguardo. Tendi la tua mano, fai che ci sia posto nella casa entrañable della tua misericordia e ricordati di me.»

Che buona confessione fece Dimas in quel Venerdì Santo, che gli ottenne il titolo di «buon ladro», perché senza pretenderlo nemmeno, riuscì a rubare onestamente a Dio il bottino inimmaginabile di tutta la sua vita disastrata, quando chiedendogli di entrare nel suo regno, Gesù gli regalò il passaggio e l’ingresso in quel mondo d’amore che solo chi è l’amore concede a coloro che si aprono al suo sguardo.

Così arriva la seconda consegna di questo sermone del Signore nelle sue sette parole: «Oggi sarai con me in Paradiso.»

Questo significa che a Dimas fu perdonato con il perdono più infinito, tanto, tanto, che suppose la prima canonizzazione cristiana senza i lunghi processi di verifica e discernimento da parte della Chiesa, ma per il riconoscimento chiaro dello stesso giudizio di Dio. Così preparò Gesù a San Dimas l’altare, la nicchia e il piedistallo, che solo brillano in cielo coloro che Dio canonizza direttamente.

È il primo della saga della festa di Tutti i Santi, quando la Chiesa ci invita ad affacciarci a un’altra finestra che forse non è quella che frequentiamo di più nel divenire della nostra andatura quotidiana. E siamo tante volte sequestrati da altri nomi, altri esempi che ci rubano l’attenzione con le loro parole vuote, con le loro corruzioni diverse e le loro pretese inconfessabili. Ci si invita a guardare tutti i santi, e San Dimas il primo. Sono di epoche diverse, con contesti geografici, culturali e politici differenti, con una sensibilità variopinta, che vissero il Vangelo dentro gli anni della loro età e nella dimora delle loro circostanze. Ce ne sono martiri di ogni tempo, dottori che ci illuminano con la loro bontà e sapienza, pastori consegnati che mai lasciarono il gregge assegnato da Dio, e tanta gente semplice, santi della porta accanto, come diceva Papa Francesco, che possono essere della nostra famiglia.

Sono i santi tutti, in cui il primo posto di quella lista appare San Dimas, il buon ladro, che quel pomeriggio entrò in Paradiso.

TERZA PAROLA

«Donna, ecco tuo figlio; ecco tua madre»

Non ci lasciò Maria un diario spirituale, e tuttavia possiamo accedere a tratti della sua vita che ci commuovono per la sua vera umanità, così abbracciata dalla grazia di Dio.

Maria fu qualcuno che si fidò di Dio, credendo che l’impossibile per lei non lo era per Lui. Le diverse parole di Dio che Maria dovrà ascoltare nella sua vita, e in particolare questa che dovrà sentire ai piedi della croce di Gesù, non supporranno l’acertijo macabro o l’indovinello interminabile di un Dio che si compiace di spaventare o schiacciare i suoi figli.

L’ultima parola che sempre si riserva a Dio è una parola di luce e di vita che si torna nella risposta che Egli dà all’atteggiamento di attesa e speranza in tanti momenti di oscurità e di morte. L’ultima parola che Maria ascolterà non sarà la parola agonica di un figlio moribondo nelle tenebre dell’ora di quel Venerdì Santo, ma la parola che come rugiada mattutina Dio canterà per sempre nella sua resurrezione nella domenica che non finisce.

Ciononostante, Maria ci insegna ad ascoltare in profondità quel Dio per il quale ella decise tutta la sua vita nell’ascolto della sua parola, sia dove e come sia che Egli ci vuole dire quando ci parla lo quale, quando ci parla lo cuaz, o quando silenzioso si tace.

Gli artisti cristiani di tutti i tempi lo hanno saputo dipingere nei loro quadri, scolpire nelle loro immagini, lo hanno saputo recitare nei loro versi o comporre nelle loro cantate musicali.

La croce di Gesù ha una scena completa in quel primo Venerdì Santo della storia. Il Calvario non ha una croce solitaria, non sta solo fiancheggiata da due ladri, né tampoco dalla curiosità beffarda di coloro che aspettavano frivolarmente a vedere che cosa passava. Perché además delle tradimenti di Giuda e delle lacrime di Pietro, además della codarda inibizione di Pilato o dell’insidia torpe di una folla manipolata, c’era anche una presenza diversa. È quella che la liturgia cristiana celebra nell’advocazione della madre desolata junto al discepolo amato, il giovane Giovanni. Entrambi stanno vicino a Gesù e vicini tra loro. Era la comunione della vita più stretta, intima e spirituale.

Quella donna che con il suo sì a Dio volle stare ai piedi della vita che da lei nasceva per miracolo nella sua verginità, starà anche ai piedi di quella morte del Figlio che pendeva da una croce; ai piedi della vita e ai piedi della croce.

Non è l’Eva abbracciata all’albero del suo frutto proibito, ma Maria che si abbraccia all’albero il cui frutto migliore e consegnato fu il suo Figlio crocifisso.

Non reagì con disperazione né con singhiozzo di vendetta. Non invocò la maledizione dei cieli, né organizzò una rivolta degli uomini. Semplicemente stava ai piedi di quella croce, cercando di ascoltare una parola difficile da sentire, chiedendosi il significato duro di quel finale apparente con il martirio del suo figlio Gesù. Il suo stare fu un stare silenzioso, pieno di fede, affacciata ancora più in là di quell’apparenza durissima con i suoi occhi materni pieni di pianto.

Questa è la lezione asombrosa che ci darà Maria nei Calvari della vita, nelle nostre desolazioni diverse, junto alle nostre croci quotidiane.

Essere madre di Gesù fu intercambiabile con essere madre di Giovanni. Gesù non menziona Giovanni per nome, né a Maria per il suo. Li estrapola per dar loro un orizzonte di universalità. È la donna che si fa madre, è il discepolo che si fa figlio. Ma si dà una vera maternità che Maria assume per indicazione di Gesù, accogliendo il discepolo Giovanni. E si dà anche una autentica filiazione che Giovanni fa prendendo da quel momento Maria come sua propria madre.

Nell’accoglienza di chi arriva, si condivide con lui fino in fondo, fino alla fine, tutto il suo universo prezioso. Maria arriva in questo modo alla cima drammatica di tutta la sua vita nel senso proprio dell’espressione «dramma»: né tragedia né commedia, ma dramma. Cioè, giocarti la vita rischiando la tua libertà per l’unica cosa che vale la pena. La tragedia è sempre cruenta. La commedia è frivolezza. Il dramma è una libertà vissuta.

Maria arriva con il suo sì mantenuto fino al dramma massimo, espropriandosi del Figlio che consegna al Padre, come chi restituisce l’immenso regalo di un dono ricevuto a beneficio di tutta l’umanità. È allora che ella riceve come dono il figlio offerto all’umanità rappresentata da Giovanni.

Così abbiamo imparato ai piedi della croce a riconoscerci nella persona del discepolo amato, l’apostolo San Giovanni, guardando a Maria come nostra madre, affinché la vita continui a nutrirsi e continui sostenuta da chi con le sue viscere benedette come madre ci accompagna sempre.

QUARTA PAROLA

«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»

Segnò l’orologio le sue ore senza pausa né dilazione. Non c’era bottone di pausa per situarsi composti e pii davanti al strappo più estremo di un grido che si fece preghiera.

L’agonia non era finzione né posa, ma terribile finale che arriva fino a questo limite di solitudine. Arrivò l’ora suprema, l’ora di nona in quel Venerdì Santo della storia. La vita sta morendo, boccheggiando in una croce incomprensibile e imposta.

C’è solo spazio per un silenzio abissato che possa tacendo negli intimi quell’ultimo dialogo del Figlio con il Padre, quando la parola si fece monologo umanamente macabro, che intreccia tra spasmi Gesù con il suo Padre.

Così, come chi apre una fessura postuma al perdono più immeritato davanti all’assurdo più ingiusto che si forgiava, all’improvviso si sentì Gesù recitare un antico salmo con lo strappo proprio di chi indica la solitudine più estrema: «Dio mio, perché mi hai abbandonato?»

Effettivamente, fu un salmo preso in prestito, ma tradusse un’esperienza di abisso. Quando guardi e nessuno appare davanti ai tuoi occhi, quando gridi e nessuno risponde alla tua voce angosciata, quando apri le tue braccia e apparentemente nessuno viene incontro alla tua desolazione, chi capirà questo grido supremo di Dio a Dio in questa preghiera estrema tra il Figlio ben amato e il suo caro Padre ben amante?

Fino a questo punto volle solidarizzare Gesù con la nostra condizione umana, così piena di domande anche per le quali non abbiamo risposta. Quando ci attanagliano le paure, ci accerchiano le ombre e ci riempiono di vuoti gli assenti fuggiti che non ci accompagnano, o i dubbi ardenti per i quali non abbiamo replica alcuna.

È così come tutti gli abbandoni fuggitivi, tutti gli strappi che ci dissanguano, le oscurità che ci spengono, gli smarrimenti che ci disorientano, le solitudini che ci isolano e le angosce che ci desolano, tutto ciò stava in quel grido di Gesù. Quel grido risuona in tutti gli abbandoni di ciascuno dei suoi fratelli, di ogni generazione umana in ogni tempo e luogo.

Ha voluto Gesù fare suoi i nostri gridi di abbandono in solitudine, quando sentiamo angosciati che non c’è nessuno dietro la tenda del nostro timore, né esiste il balsamo che metta cura nelle nostre ferite, né la risposta umile nella domanda che ci assilla, né la luce illuminatrice nella nera e spenta oscurità.

Non fu una passeggiata devota per le notti che non finiscono sommergendoci nel disincanto più mordace, ma un vero grido che non per orante smetteva di indicare la solitudine più incomprensibile. La prova che si trasluce o si trasoscurisce in un Dio che apparentemente non è sostenuto da Dio, di un Figlio che non percepisce la vicinanza del Padre, di un Redentore che non è salvato da nessuno, nel gesto più inaudito dell’abbandono di Cristo Gesù.

E tuttavia, c’è qui un gesto sublime di solidarietà divina, quando nell’argomento delle nostre lacrime, nella ribellione dei nostri scontenti, nell’incertezza delle nostre disperazioni, mettiamo quel medesimo grido di Cristo benedetto nei nostri gridi personali. Egli non ha giocato con i nostri vuoti più vuoti e vani, come se non fossero vere le motivazioni per cui tante volte ci troviamo disperati.

L’abbandono di Gesù è il nostro stesso abbandono quando tutti se ne sono andati e quando nessuno è arrivato, sommergendoci nel pianto disperato della nostra più terribile desolazione.

Non abbiamo forse sperimentato nella nostra vita quello stesso strappo quando l’incomprensione dei vicini, la fuga codarda degli amici, l’assedio degli avversari, l’ingiustizia calcolata e la persecuzione insidiosa ci arriva nel momento più inopportuno per non offrirci l’aiuto di cui avevamo bisogno?

Tutti abbiamo sperimentato quell’artiglio nel frenare l’abbandono della solitudine davanti a una malattia imprevista o una catastrofe naturale che ci sconvolge, o un pasticcio di cattiva governanza che ci lascia all’aperto dell’intemperie.

Ma in quel grido di Gesù vediamo come fece anche sue tutte le morti accecate da terrori prima e dopo la nascita. La morte conseguenza di qualsiasi peccato. Lì sta Gesù aprendo il suo cuore nel dolore più straziato, affinché non ci sentiamo soli quando arriva la prova che ci supera. È l’abbandono di Gesù che abbraccia la nostra solitudine spaventata.

QUINTA PAROLA

«Ho sete»

Sconvolge questa espressione laconica di qualcuno che nella sua agonia chiede un sorso d’acqua con cui aggrapparsi alla vita.

La sete è sempre corrosiva quando ti strappa la gola e ti lascia senza fiato, senza parola, con la bocca secca come un mattone e la lingua incollata al palato. Gesù sentì la sete quell’ora umanamente così infausta.

Tutti ricordiamo scene bibliche dove abbeverare la sete era tratto di rito. Quando nel deserto di Sin, Mosè colpì la roccia affinché da essa sgorgasse acqua, con cui Dio spense gli accanimenti di un popolo assetato, ammutinato e ribelle. Quel popolo risentito malediceva per la sua deriva e si evadava nella nostalgia di quell’Egitto lasciato indietro, dove c’era acqua ma non libertà, dove avevano aglio e cipolle, ma non ragioni per la dignità. Era una schiavitù ben irrigata che essi rimpiangevano torpemente e ingannevolmente dallo scenario purificatore di un deserto che metteva alla prova la loro speranza fallita. Questo accadeva a Masá e Meribà, e lì si alzò atto della torpeza di un Mosè incredulo anche, e di un popolo in ribellione.

Il pozzo nella letteratura biblica è un luogo d’incontro, uno spazio dove riposare e condividere. I luoghi dove c’è acqua determinano l’itinerario terrestre e spirituale di quel popolo che attraversò un deserto per arrivare alla terra della promessa. Per questo il pozzo, l’acqua, si convertiranno in simboli di vicinanza che quel Dio offre ai suoi figli.

C’è una scena che relata il Vangelo di San Giovanni dove la sete si fa rito junto a un pozzo. È ben nota quella trama: una donna, un pozzo e Gesù.

La vita di quella donna era trascorsa tra mariti che si erano sovrapposti, e tra viaggi al pozzo per attingere acqua incapace di saziare la sete vera. L’insufficienza di un affetto non colmato — i suoi sei mariti — e l’acqua insufficiente per calmare una sete insaziata — il pozzo di Sicar — restano spostati dal Signore, che si presenta come l’acqua che sazia e come lo sposo che non delude.

Chi ha un cuore indurito dalle trappole del suo cuore o dai ricatti di idoli che né colmano né calmano, si situerà in quell’uscio di una vita grossolana, spenta, mediocre e senza orizzonte di gioia né speranza. Ojalá ascoltiamo la voce che ci apre all’amore e all’acqua per coloro che fummo fatti sul serio.

In questa parola di Gesù crocifisso, il pozzo ha forma di croce. E colui che venne a darci l’acqua viva, grida Lui assetato nell’ansito della sua agonia. È l’acqua che si fa mendicante sulle labbra screpolate di Gesù, come in un altro momento il suo sguardo riempì di luce gli occhi del cieco di nascita.

Egli viene a indicarci le nostre contraddizioni contemporanee. Potremmo dire giustamente al rovescio di ciò che reclama questo mondo opulento, frivolo e insolidario: quando assistiamo con stupore al vuoto di cui si riempie la nostra niente, «dammi un po’ di sete che mi sto morendo d’acqua». Così, giustamente così, al rovescio, sarebbe il grido di una generazione che, avendo quasi tutto, sembra che non riesca a scoprire il senso della vita quando ci sono false acque per una sete vera.

Da tutte le nostre domande, da tutte esse, affanni e preoccupazioni, dalla nostra aspirazione di abitare un mondo più umano e fraterno di quello che ci dipinge la cronaca quotidiana, Dio si ci avvicina nel nostro cammino, si siede junto al parapetto dei nostri pozzi per rivelarsi come la nostra fonte e la nostra sete allo stesso tempo.

Lo commentava il Catechismo della Chiesa Cattolica in un numero in cui si cita il grande maestro Sant’Agostino: «Se conoscessi il dono di Dio. La meraviglia della preghiera si rivela precisamente lì, junto al pozzo dove andiamo a cercare la nostra acqua. Lì Cristo va incontro a ogni essere umano. È il primo a cercarci e colui che ci chiede da bere. Gesù ha sete. La sua richiesta arriva dalle profondità di Dio che ci desidera. La preghiera, lo sappiamo o no, è l’incontro della sete di Dio e della sete dell’uomo. Dio ha sete che l’uomo abbia sete di Lui.» È la sete di Gesù junto al parapetto della sua croce, sapendo che noi abbeveriamo la sete del nostro cuore che si sazia nel pozzo della sua acqua viva.

SESTA PAROLA

«Tutto è compiuto»

[Nota: la trascrizione della sesta parola presenta una lacuna per una pausa pubblicitaria; si raccoglie il frammento disponibile:]

…in silenzio restavamo nella impressionante chiesa gotica dei francescani di quella bella città austriaca, in silenzio e senza applauso, prolungando prima ciò che quel grande musicista plasmò nel pentagramma della sua sinfonia funebre ricordando la fine della Passione del Signore.

«Tutto è compiuto.» Cioè, non è stata né una farsa ingannevole né un fallimento nefasto, ma una vita intera che arrivava alla sua fine con i compiti fatti dalla sua fedeltà filiale resa al Padre Dio.

Ma fu lunga quell’andatura di Gesù. Diversi scenari dove accadde tutto ciò che ci raccontano i Vangeli. Restano dietro tanti recessi del cammino; passò facendo il bene.

«Tutto è compiuto.» Questo dramma di Gesù non era suo ma nostro, ma così seriamente assunse come suoi tutti i nostri problemi e tristezze, tutti i nostri peccati. Non ci fu lacrima dei nostri occhi con cui Egli non facesse il suo proprio pianto. Non ci fu gioia dei nostri occhi con cui Egli non brindasse nella sua propria festa.

È molto importante questo dramma della Passione di Gesù: non tanto ciò che accadde 20 secoli fa, ma ciò che è accaduto sempre, allora e ora, con quelli e con tutti gli altri che siamo venuti dopo sullo scenario della storia.

Il Venerdì Santo con le sette parole di Gesù sulla croce è un giorno così sobrio che risulta taciturno e silenzioso. Non ci sono campane né glorie. È l’unico giorno dell’anno in cui non c’è messa propriamente parlando, come se un velo in lutto condizionasse ogni istante, ogni angolo di questo mondo incompiuto che non riesce a lasciare nascere la città di Dio che Egli eternamente disegnò per innamorarci.

Tutto ciò fu per me, con il mio nome e i miei anni, con i miei tranelli e le mie paure, con le mie grazie e peccati. Io fui per Lui la ragione di ogni istante in quelle quattordici stazioni che avevano la mia biografia come percorso e il suo amore come stazione di arrivo. È una grazia di pietà vederci dentro di quel Viacrucis che ci appartenne e che Gesù, facendo suo, percorse per salvarci.

Siamone i suoi cirenei, e siamone cirenei di coloro che oggi malvivono e malmuoiono nelle loro vie dolorose per tanti motivi e in tanti scenari.

Venerdì Santo, giorno di Passione, di ascoltare commossi quel beato racconto. Lì stavano, senza censura e senza ornamenti, tutte le tappe della mia vita e tutti i miei peccati.

«Tutto è compiuto.» Con la testa inclinata, l’umanità di Gesù fa la sua ultima offerta al Padre Dio.

SETTIMA PAROLA

«Padre, nelle tue mani affido il mio spirito»

Restava l’addio prima che si riempisse di tenebra l’altura del Calvario, fuori dalle mura della città. Era l’addio che terminerebbe nell’abbraccio eterno con quel Padre Dio.

Dall’eternità filiale ci arrivò Gesù con il messaggio più sconvolgente dell’amore che ci aveva, noi che essendo figli cattivi tante volte mai fummo orfani erranti davanti al suo sguardo. La nostra goffaggine peccatrice fu risposta con la consegna amorosa del Figlio Dio.

Ce lo dice commosso il racconto del Vangelo di San Giovanni: «Tanto amò Dio il mondo che diede il suo Unigenito. Dio non ha mandato il suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di Lui.» Questo fu il dono più immensamente regalato che meno immensamente l’uomo meritò.

La settima e ultima parola di Gesù sulla croce ha l’aspetto di clausola finale di un testamento improvvisato nella sua sobria brevità. Non è la sconfitta che abbattuta si crolla davanti all’abisso fatale, ma la fine del tragitto per quei piedi viandanti che si fecero missionari in tutti i nostri derroteros senza rotta, nei nostri vicoli senza uscita, nei nostri muri di separazione, per poter indicare l’orizzonte che dilata il nostro sguardo perso e che disegna la mappa della speranza in una fraternità che recuperiamo, e una vicinanza attenta a ogni tragedia distruttrice, per addentrarci nel dramma della libertà sincera senza le commedie che ci rendono falsi.

Bene lo descrisse il grande teologo Hans Urs von Balthasar con la sua teodramma, quando ci presentò i diversi lances di Gesù il Signore dalle chiavi del teatro greco. Non un Dio tragico che si dispera, né un Dio comico che frivolo, ma un Dio drammatico che abbraccia con libertà il suo destino e con l’affetto del suo cuore si avvicina agli avatar che ci accerchiano e addolora, sequestrando Lui la speranza per la quale fummo creati.

In quel momento postremo, senza addii secondari, senza pantomime di parodia, ma semplicemente inclinando la testa, ci offre il gesto finale di una consegna.

Ma dietro restavano tanti crocicchi di cammino, tante encrucijadas umane: gli occhi e la tenerezza di Maria, che lo sentì crescere nelle sue viscere, che lo vide alla luce, che lo diede alla luce nella nascita tra la paglia, che gli insegnò a dire le sue prime parole e a dare i suoi primi passi. Resta anche la consegna discreta, sollecita, del buono di Giuseppe, che assunse una paternità prestata in quella casa innamorata junto alla sua sposa, guidando il piccolo Gesù tra trucioli di officina per una croce di legno ancora non scolpita, in quel Nazaret interminabile che non ebbe fretta di congedare il Messia nelle sue prime andate.

Quanti furono i quadri d’amore a cui Gesù poté affacciarsi? Anche oltre gli errori che commettiamo noi umani quando non sappiamo vivere le cose come ce le indica Dio. Quanti i momenti di dolore in un’infinità di circostanze: tra il disprezzo di chi non comprende, l’ingiustizia di chi abusa, la solitudine di chi si isola o è emarginato, la malattia che ti impone data di scadenza quando più duole la vita, la morte che ti strappa portandoti via coloro che più ami. Tutti quei quadri d’amori e dolori li poté vedere Gesù con i suoi propri occhi luminosi e li accarezzò con le sue mani benigne, facendo suoi i sentimenti tessuti di nostalgie che si aprono alla fiducia che mai ci delude.

Effettivamente, non esistette pianto delle persone che egli incontrò che non scorresse per il solco delle sue proprie lacrime, come tampoco si avvicinò alla festa umana in cui Egli non trovasse il motivo del suo brindisi e allegria, veramente umano senza smettere di essere veramente divino, ponendo sul volto dello stesso Dio il rictus del nostro dolore.

Tirando fuori forze dove già non ne aveva, ebbe l’occasione di gridare per l’ultima volta con tutta la sua forza, clamando con voce potente: non per maledire la sua deriva, non per bestemmiare per la sua sorte, non per incolpare gli altri di una condanna indebita, ma per restituire a chi gli diede tutto ciò che da Lui ricevette. «Padre, nelle tue mani affido il mio spirito.» E detto questo, spirò. Furono le sue ultime parole.

EPILOGO

C’è un breve epilogo che viene a essere come l’ottava parola incompiuta, una parola nell’eterna alba.

Perché dopo le sette parole di Gesù sulla croce, non si fece il silenzio come mutismo sulle sue labbra, né tampoco la sua assenza mortecina sigillò un oscuro e fatale vuoto in un sepolcro qualsiasi. Fu piuttosto un silenzio eloquente e un’assenza ardente, perché quelle parole di vita che ci lasciò come prezioso testamento continueranno a essere ascoltate attraverso i secoli, in ogni generazione, come l’eco del Vangelo accolto da tanti uomini e donne che se ne faranno ascoltatori.

L’assenza repentina, dopo aver deposto il suo corpo nel sepolcro, si trasformerà in presenza risorta, come icona della sua bellezza mai appassita, che incanterà coloro che vi si affacceranno con adorazione innamorata.

No, non fu la mutità né l’oscurità ciò che venne dopo di scendere dalla croce, raccolto da Maria, da Giovanni, da Giuseppe d’Arimatea e dalle pie donne. Quei quasi 33 anni continuarono a suonare nel tempo di ogni età e nella storia di ogni angolo umano. È il racconto di qualcosa che continua a succedere, perché Dio continua a dare la sua vita e ad accompagnare la nostra come 20 secoli fa, come da tutta l’eternità e per sempre.

Si chiamerà forse in altro modo il tradimento dei Giuda moderni che trufferanno con il loro bacio la triste ricompensa di trenta monete per la loro deriva fatale? Diverso apparirà l’orto di Getsemani, in cui tra sudori di sangue e sonnolenze distratte si arresterà di nuovo un Dio innocente. Saranno altre le lacrime dei Pietro che verseranno nei cortili dell’indifferenza o della fobia contro Cristo. I Caifa, i Pilato e i Barabba continueranno a uscire sulla scena, ciascuno con la sua codardia, il suo aprovechamiento o la sua insidia. E altro nome porterà la via dolorosa in cui ripeteranno blasfemi il loro «crocifiggilo» coloro che consegnati dicevano giorni prima i loro osanna per la via.

Ma saranno unici coloro che, come Maria e Giovanni, staranno ai piedi della croce di ogni crocifisso, ai piedi di quella croce, la del crocifisso che oggi stiamo venerando in questa piazza di Valladolid.

Cari amici e fratelli, ci disponiamo a chiudere. Siamo gli ascoltatori di queste sette parole e le custodiamo come fece Maria nel fondo delle sue viscere, nel cofano del nostro cuore. Dai battiti del cuore di Cristo vivono i nostri palpiti cristiani. E in questa storia incompiuta, noi continuiamo a scrivere la pagina assegnata alla nostra biografia.

Le sue sette parole continuano a contare sulle nostre labbra ciò che in esse Dio continua a narrare, così come con le nostre piccole mani Egli continua a impastare e distribuire un mondo nuovo che fa i conti con la bellezza, la bontà e la verità di Dio. Il suo eterno sogno d’amore, infinitamente maggiore delle nostre fugaci incubi tutte.

A noi ora tocca l’ottava parola e le seguenti. Dopo le sette che pronunciò Gesù nostro Signore, nacqui per una parola che eternamente Dio tacque per dirmela a me e per raccontarla con me. Nacqui per un dono che eternamente Dio trattenne per darmelo a me e per distribuirlo con me.

Abbiamo la parola. Che Dio vi custodisca e vi benedica sempre. Pace e bene.

Amen.

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