Molti infermi e imbecilli

Di: Mons. Alberto José González Chaves

Molti infermi e imbecilli

Nella liturgia del Giovedì Santo cade sull’anima come un colpo la esortazione di San Paolo ai Corinzi. Rientrando nella Chiesa nel Cenacolo, il tono dell’Apostolo non è di pietismo mellifluo, di canzonetta chitarristica e afeminata non adatta ai maggiori, ma di vergogna torera nella sorte di uccidere: «Convenientibus vobis in unum, iam non est Dominicam coenam manducare». Vi riunite, sì, ma non è più mangiare la Cena del Signore. Tremenda, quotidiana e assurda possibilità: essere esternamente in Chiesa, partecipare al rito, e non vivere realmente il mistero. Tenere il pane nelle mani… e non ricevere il Pane.

Saulo descrive una comunità divisa, superficiale, dove ciascuno va per i fatti suoi: alcuni hanno in abbondanza, altri patiscono bisogno; alcuni si saziano, altri restano dimenticati. E allora lancia una domanda come un dardo avvelenato: «Ecclesiam Dei contemnitis?» Disprezzate la Chiesa di Dio? Perché l’Eucaristia non è un atto individuale: è il sacramento dell’unità; non si può ricevere il Corpo di Cristo disprezzando il suo Corpo che è la Chiesa.

E dopo questa scossa, l’Apostolo dà la chiave del Giovedì Santo: «Ego enim accepi a Domino quod et tradidi vobis…». E trasmette, parola per parola, il gesto di Cristo nella notte in cui stava per essere consegnato: «Hoc est corpus meum, quod pro vobis tradetur… Hic calix novum Testamentum est in meo sanguine…». Il Pane che si spezza, il Calice che si offre, sono la consegna che si anticipa sacramentalmente prima di compiersi sulla Croce: la Cena e il Calvario sono un unico mistero.

E proprio per questo Paolo introduce un avvertimento serio, estremamente serio, dove la liturgia vuole che ci fermiamo, con timore sacro: «Qui enim manducat et bibit indigne, iudicium sibi manducat et bibit: non diiudicans corpus Domini». Chi mangia e beve indegnamente, mangia e beve la propria condanna, per non discernere il Corpo del Signore.

Non si tratta solo di “non essere ben disposti” in un senso vago; si tratta di non riconoscere, di non discernere, di non accorgersi che quel Pane è veramente il Corpo di Cristo. E non solo di riconoscerlo con l’intelligenza, ma di vivere di conseguenza. Perché “discernere il Corpo” significa anche riconoscerlo nella Chiesa, nei fratelli, nella propria vita. Significa non separare ciò che Dio ha unito: il Sacramento e la carità, l’adorazione e la vita, l’altare e l’esistenza concreta.

E questo ha conseguenze tremende: «Ideo inter vos multi infirmi et imbecilles, et dormiunt multi». Per questo tra voi ci sono molti malati e deboli, e molti muoiono. La mancanza di reverenza davanti all’Eucaristia, la comunione ricevuta senza fede viva, senza conversione, senza amore, non è qualcosa di neutro: indebolisce l’anima, la ammala, la addormenta. Introduce una specie di anemia spirituale che finisce per spegnere la vita di grazia.

¡Qué dolorosamente attuale è questo! Quante volte si banalizza la Sacra Comunione, quante si riceve senza preparazione, senza essere in grazia di Dio, senza confessione frequente e contrita, senza silenzio interiore, senza vestito adeguato, senza coscienza di ciò che si fa, toccando senza un ápice di reverenza le specie sacramentali dopo una strana processione distratta e frivola… Allora l’anima si ammala e si imbecillisce; o sia, si raffredda, si indebolisce, languisce e diventa —il contrario di ciò che sembra fare— incapace di Dio.

E, in fine, «dormiunt multi». Se lo leggiamo letteralmente: ci sono troppi cattolici della Chiesa dormiente, come diceva Pio XII. Se traduciamo dall’originale greco: “molti muoiono”… ¡per comunicarsi! Lo avvertì anche l’Aquinate nella sua Sequenza del Corpus Christi: «Sumunt boni, sumunt mali: sorte tamen inæquali, vitæ vel intéritus. Mors est malis, vita bonis: vide paris sumptiónis quam sit dispar exitus». Lo ricevono i buoni e i malvagi, ma con frutto disuguale: morte per i malvagi e vita per i buoni.

Per questo questo Pane dei figli «non mittendus canibus»: non deve essere dato ai cani. E per questo l’Apostolo dà una ricetta di vita o di morte: «Probet autem seipsum homo». Esamini l’uomo se stesso. Non per allontanarsi, ma per avvicinarsi bene; non per fuggire dal Sacramento, ma per disporsi a riceverlo con verità.

Il Giovedì Santo, giorno dell’istituzione dell’Eucaristia, chiama a una comunione degna, consapevole, adorante e trasformatrice; a ricevere il Corpo del Signore per ciò che è: un dono immenso, un fuoco che purifica, una presenza che converte e rinnova. Perché comunicarsi al Signore è entrare nella sua Passione, lasciarsi toccare dalla sua consegna, riconoscerlo anche nel prossimo.

Vicino all’altare, silenziosa, adorante, sta la Vergine Maria. Lei, che diede al Verbo la sua carne, è la prima che comprende ciò che significa quel «Hoc est corpus meum». Lei non ha bisogno di “discernere” come noi: lei sa, ama, adora. E ci insegna a comunicarci. A non ricevere il Pane di vita come qualcosa di ordinario, dimenticando l’avvertimento dell’Apostolo.

A non essere “malati, imbecilli o dormienti”: affinché la nostra anima non si indebolisca e si raffreddi fino a morire, ma che, nutrita da questo Sacramento, si fortifichi, si purifichi e si accenda. Perché solo chi discerne il Corpo del Signore —sull’altare, sulla Croce, nei fratelli, nella Chiesa cattolica— partecipa veramente della Cena… e entra, con Cristo, nel mistero della sua consegna.

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