Certe frasi della Scrittura, in Quaresima e ancor più nella Settimana Santa, ripetute con frequenza nell’Ufficio Divino tradizionale, sembrano caricarsi di una densità nuova, sconvolgente. Come questa del profeta Geremia che serve da epistola al Martedì Santo, prima della Passione secondo San Marco: «Mittamus lignum in panem eius»: «mettiamo un legno nel suo pane». Così misteriosa, che sembra intrisa di una luce oscura che solo la Croce di Cristo può rivelare.
Geremia parla in prima persona, ma in lui già risuona un Altro. Si sente come «agnus mansuetus, qui portatur ad victimam», un agnello mansueto portato al sacrificio come ostia di immolazione. È l’innocenza accerchiata, la mansuetudine tradita, la bontà perseguitata da un’intelligenza perversa che trama nell’ombra. Ed ecco sorgere quell’espressione strana, quasi violenta: introdurre il legno nel pane.
Cosa significa questo? Nel suo senso immediato, è la cospirazione per distruggere il profeta, per ammettere la sua vita fino a renderla impossibile, per mescolare la morte in ciò che doveva essere alimento. Ma nella liturgia di questi giorni, la Chiesa, con intuizione profondamente teologica, ascolta qui un annuncio velato del mistero di Cristo Redentore.
Perché, al giungere della pienezza dei tempi, il “pane” non sarà più solo metafora della vita del giusto: sarà lo stesso Cristo, «Panis vivus qui de caelo descendit». E il “legno” non sarà più figura: sarà la Croce reale, concreta, pesante, su cui quel Pane sarà offerto.
«Mittamus lignum in panem eius»: mettiamo il legno nel suo pane. È come se, pur ignorandolo, i nemici di Dio avessero descritto nei dettagli il modo della nostra redenzione: il Pane trafitto dal legno, il Pane crocifisso, il Pane consegnato.
Ecco il mistero del Martedì Santo: l’Eucaristia e la Croce non si possono separare. Lo stesso che ci si dà come alimento è quello che è inchiodato al legno. Lo stesso che spezza il pane nella Cena è quello che sarà spezzato nella Passione. Noi, tante volte, vorremmo un cristianesimo senza croce, un pane senza legno, una comunione senza sacrificio. Ma non c’è pane di vita senza il legno della Croce.
E c’è ancora qualcosa di più inquietante: quella frase non descrive solo ciò che fecero i nemici di Cristo; descrive anche la tentazione costante del mondo —e, se siamo sinceri, del nostro stesso cuore— di corrompere il sacro, di introdurre il legno della durezza, del rifiuto, del peccato, nel pane puro della grazia. Ogni peccato è, in certo modo, ripetere quella frase: mittamus lignum; mettere asprezza dove Dio aveva posto dolcezza; introdurre morte dove Egli voleva dare vita.
Davanti a ciò, Geremia —e in lui Cristo— non risponde con violenza, ma con abbandono: «Tibi enim revelavi causam meam, Domine». «A te ho confidato la mia causa». È la preghiera silenziosa di Gesù in questi giorni: non si difende, si consegna; non si giustifica, si offre; non fugge dal legno, lo abbraccia.
E lì sta la lezione per noi in questi giorni santi: accettare che la nostra vita, se vuole essere veramente eucaristica, avrà anche il suo legno. Ci saranno incomprensioni, croci, momenti in cui ci sentiremo come quell’agnello, portato senza comprendere. Ma proprio lì, quando il legno tocca il nostro pane, è quando la nostra vita inizia a somigliare davvero a quella di Cristo, se non fuggiamo dal legno, ma lasciamo che Dio lo unisca al nostro pane. Solo così —misteriosamente— il nostro dolore si convertirà in alimento, la nostra croce in redenzione, e la nostra vita in oblazione e vittima di soave odore, come quella di Cristo benedetto, sotto lo sguardo corredentore di Maria, Agnella Purissima, Mulier Eucharistica, Mater Panis vitae.