La Fondazione Pablo VI indica i genitori di Noelia per il rapporto con la figlia e Abascal per aver incolpato lo Stato

La Fondazione Pablo VI indica i genitori di Noelia per il rapporto con la figlia e Abascal per aver incolpato lo Stato

La Fondazione Pablo VI ha pubblicato un testo che, sotto l’apparenza di una riflessione bioetica, finisce per derivare in un posizionamento difficile da sostenere sia in termini intellettuali che morali. L’articolo, firmato da José Ramón Amor Pan, affronta il caso di Noelia Castillo —la giovane di 25 anni eutanasizzata in un ospedale di proprietà dell’Ordine dei camilli— e lo presenta come un “fallimento collettivo”. Tuttavia, scendendo dal piano teorico a quello concreto, introduce affermazioni che alterano l’asse dell’analisi e spostano la responsabilità verso dei genitori che ancora piangono il cadavere della loro figlia eutanasizzata.

L’autore dice letteralmente:

Una penultima riflessione ha a che fare con ciò che ha scritto Santiago Abascal (presidente di Vox) sui suoi social: “Sono molto colpito da questa notizia. Lo Stato toglie una figlia ai suoi genitori. I Menas la violentano. E la soluzione che lo Stato le dà è suicidarla. La Spagna di Sánchez è un film dell’orrore”. A parte la prima affermazione, il resto non è accettabile né risulta un linguaggio eticamente accettabile. Tanto meno la seconda delle frasi, “Lo Stato toglie una figlia ai suoi genitori”, poiché siamo, da un lato, di fronte a una decisione autonoma di Noelia e, dall’altro, come è pubblico e notorio, siamo di fronte a dei genitori che non hanno saputo o non hanno potuto costruire un buon rapporto con la loro figlia. I politici farebbero bene a non tensionare ciò che è già una realtà super complessa e tragica in sé.

Il testo afferma che i genitori “non hanno saputo o non hanno potuto costruire un buon rapporto con la loro figlia”. In un contesto segnato da depressione grave, istituzionalizzazione, tentativo di suicidio, aggressione sessuale e una decisione finale di eutanasia, collocare la famiglia diretta come elemento esplicativo equivale a caricare su di loro una responsabilità implicita. Si tratta di una forma di colpevolizzazione che, inoltre, si formula quando la figlia è morta e i genitori rimangono esposti pubblicamente senza possibilità di replica. Quella affermazione, presentata come qualcosa di “pubblico e notorio”, opera come una conclusione imposta, temeraria, priva di prudenza e carità ma soprattutto fuori fuoco sui veri responsabili.

L’obiettivo dell’articolo è spostare il focus dalla responsabilità istituzionale alla colpevolezza dell’ambiente familiare. Il caso contiene una catena di decisioni pubbliche perfettamente identificabili: tutela da parte dell’amministrazione dove è stata violentata, passaggio deficitario nel sistema assistenziale, valutazione medica negligente, autorizzazione da parte di commissioni autonome e validazione giudiziaria in diverse istanze. Quel percorso definisce il quadro reale del caso. Introdurre i genitori come pezzo centrale del problema altera la lettura dei fatti e riduce l’esigenza sul funzionamento del sistema.

Per non dire altro, in quel medesimo testo si introduce una valutazione sulle dichiarazioni di Santiago Abascal, la cui critica al ruolo dello Stato è qualificata come inaccettabile. La sequenza oggettiva del caso include intervento statale dalla minore età, incapacità di evitare situazioni di estrema vulnerabilità e una risoluzione finale mediante eutanasia. Segnalare quella sequenza non è un’esagerazione, è una lettura dei fatti. L’articolo opta per screditare quella lettura mentre mantiene un’accusa non provata sulla famiglia diretta. Il risultato è un’inversione del piano di esigencia: si attenua la responsabilità istituzionale e si intensifica una temeraria imputazione molto poco caritatevole alla famiglia, ¿è questo il modo di pensare della gerarchia ecclesiastica, del presidente dell’ACdP e dei membri di una fondazione ecclesiale così significativa?

Il posizionamento acquisisce una portata maggiore situandosi all’interno della Fondazione Pablo VI, un ente il cui patronato concentra una parte significativa della leadership ecclesiale spagnola. È presieduto da Ginés Ramón García Beltrán e ne fanno parte figure di primo livello come Luis Argüello García, presidente della Conferenza Episcopale Spagnola, José Cobo Cano, José Luis Retana Gozalo, Juan Antonio Martínez Camino, Jesús Fernández González, Joseba Segura Etxezarraga e José María Gil Tamayo. Insieme a loro, partecipano Alfonso Bullón de Mendoza, Jesús Avezuela Cárcel, Fernando Fuentes Alcántara e Alfonso Carcasona García.

Questo patronato non è un’istanza simbolica. Definisce l’orientamento dell’istituzione e sostiene il quadro in cui si pubblicano i suoi contenuti. Quando da un ambiente di questa natura si diffonde un testo che introduce giudizi non fondati su una famiglia in lutto e, al tempo stesso, corregge chi dirige la sua critica verso il vero colpevole, la questione smette di essere aneddotica. Riflette un criterio di approccio. Il caso di Noelia esige precisione nell’attribuzione delle responsabilità e prudenza nel trattamento delle persone coinvolte. Il testo opta per una linea diversa: fissa il focus sui genitori senza prova e attenua la critica istituzionale mediante la squalifica del discorso politico che la formula e, di passaggio, tenta di criticare Santiago Abascal, che sembra qualcosa di moda nell’ambiente clericalista. Un delirio preoccupante.

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