La «unità polare» delle due forme del rito romano

La «unità polare» delle due forme del rito romano
Elevation of the chalice after the consecration during a Solemn Mass celebrated by the Priestly Fraternity of Saint Peter. [source: Wikipedia]

Dal P. «Amare Nesciri»

Nota: Normalmente, non pubblichiamo colonne sotto pseudonimi. È una buona regola, sia morale che editoriale, che le persone difendano pubblicamente le loro idee. Ma questa colonna è così utile riguardo alle «guerre liturgiche» che abbiamo deciso di sospendere la regola questa volta. L’autore, ve lo assicuriamo, è un sacerdote che conosciamo da decenni come un cittadino integro, ma che, per varie ragioni, desidera rimanere nell’anonimato. È un sacerdote americano che insegna in un seminario, svolge lavoro parrocchiale e celebra entrambe le forme del rito romano. – Robert Royal

Il motu proprio Summorum Pontificum (2007) di Papa Benedetto XVI ha introdotto nel vocabolario ecclesiale contemporaneo una distinzione che da allora è diventata tanto feconda quanto controversa: la «Forma Ordinaria» e la «Forma Straordinaria» dell’unico Rito Romano. Benedetto si è sforzato di insistere sul fatto che non si tratta di due riti, ma di due usi della stessa lex orandi. Il Messale promulgato da Papa Paolo VI dopo il Concilio Vaticano II costituisce la Forma Ordinaria; il Messale di Papa Giovanni XXIII (1962), che si mantiene in continuità organica con la codificazione tridentina di Papa Pio V, può essere celebrato come Forma Straordinaria.

L’affermazione di Benedetto era giuridica e pastorale, ma la sua importanza più profonda è teologica. La coesistenza delle due forme all’interno di un unico rito può essere compresa come un’«unità polare» nel senso articolato da Hans Urs von Balthasar: una tensione viva di principi complementari la cui unità non è l’appiattimento della differenza, ma la sua orchestrazione.

Lo stesso Benedetto ha respinto l’ermeneutica della rottura che opporrebbe la liturgia preconciliare a quella postconciliare. Nel suo famoso discorso del 2005 alla Curia Romana, ha contrapposto un’«ermeneutica della discontinuità e della rottura» a un’«ermeneutica della riforma nella continuità».

La liturgia, proprio perché è l’atto di fede più pubblico della Chiesa, deve incarnare questa continuità in un modo che non sia meramente concettuale, ma sacramentale. Le due forme del Rito Romano si ergono così come un segno visibile del fatto che la tradizione non è un pezzo da museo né un programma rivoluzionario, ma un torrente vivo la cui profondità e ampiezza possono essere percepite solo mantenendo uniti i suoi strati storici.

Per interpretare questa polarità in una chiave teologica più ricca, è utile ricorrere alla spiegazione di Balthasar sulle dimensioni mariana e petrina della Chiesa. Per Balthasar, la Chiesa è prima mariana che petrina. Maria, nel suo fiat e nella sua ricezione immacolata, incarna l’essenza contemplativa, sponsale e recettiva della Chiesa. Pietro, nella sua confessione e nel suo incarico, incarna la missione apostolica, giuridica e di governo della Chiesa.

Queste due dimensioni sono inseparabili; tuttavia, non sono identiche. La dimensione mariana fonda quella petrina; quella petrina serve quella mariana. La Chiesa non è un’istituzione che risulta avere un interno mistico; è un mistero che necessariamente assume una forma istituzionale.

Se si applica questa polarità alla liturgia, le Forme Straordinaria e Ordinaria possono essere viste come incarnazioni sacramentali degli accenti mariano e petrino all’interno dell’unico Rito Romano. La Forma Straordinaria, con il suo linguaggio ieratico, la densità rituale e l’orientamento pronunciato verso la trascendenza, conferisce un’espressione privilegiata alla dimensione mariana: ricezione, silenzio, adorazione e primato dell’azione divina. La Forma Ordinaria, specialmente così come fu concepita dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium del Concilio, conferisce maggiore visibilità alla dimensione petrina: proclamazione, intelligibilità pastorale, proiezione missionaria e la partecipazione udibile dell’assemblea riunita nella fede apostolica.

Questo non pretende di ridurre nessuna delle due forme a una caricatura. Entrambe le forme sono mariane e petrine; entrambe sono contemplative e apostoliche. Tuttavia, ciascuna manifesta un accento particolare. Nella Forma Straordinaria, l’orientamento del sacerdote ad orientem, la sua voce tenue nel Canone e la stabilità dei gesti rituali pongono l’enfasi in modo inequivocabile sull’iniziativa divina. I fedeli sono attratti verso un mistero che li precede e li supera. Il silenzio del Canone, in particolare, non è un’assenza ma una pienezza: un segno del fatto che la Chiesa riceve da Cristo ciò che essa non può generare.

Qui risuona il fiat mariano: «Sia fatto in me secondo la tua parola». La liturgia si sviluppa come qualcosa di dato, a cui la Chiesa acconsente.

Nella Forma Ordinaria, al contrario, il lezionario ampliato, la proclamazione in lingua vernacolare e la Preghiera Eucaristica udibile rendono esplicita la dimensione apostolica della vita della Chiesa. La Parola è proclamata con abbondanza; l’omelia la interpreta per il presente; le intercessioni articolano le necessità del mondo. La comunità congregata risponde con acclamazioni che punteggiano la Preghiera Eucaristica. Questa visibilità e udibilità corrispondono all’ufficio petrino: confermare i fratelli, parlare la fede nella storia, pascolare un popolo concreto in un tempo concreto. La liturgia diventa manifestamente missionaria, orientata non solo verso la Gerusalemme celeste, ma verso l’evangelizzazione delle culture.

Balthasar insisteva sul fatto che la dimensione mariana è ontologicamente prioritaria: senza il fiat recettivo, non c’è Incarnazione; senza contemplazione, non c’è missione. Applicato liturgicamente, questo suggerisce che la dimensione di profondità significata dalla Forma Straordinaria non deve essere persa, anche quando la Chiesa enfatizza la proiezione pastorale.

L’inquietudine di Benedetto, evidente nei suoi scritti liturgici, era che una comprensione puramente funzionale o orizzontale della liturgia oscurasse la sua natura di sacrificio e dono. Permettendo la celebrazione continua della forma antica, ha cercato di assicurare che il Rito Romano non dimenticasse la sua profondità mariana: il suo inginocchiarsi davanti al mistero, il suo senso del sacro come qualcosa di oggettivo e dato.

Tuttavia, la dimensione petrina non può essere soppressa. La Chiesa è inviata al mondo; deve parlare in modo intelligibile; deve radunare popoli diversi in un solo Corpo. Le riforme post-Vaticano II furono animate precisamente da questa preoccupazione apostolica. La Forma Ordinaria, quando è celebrata secondo il sentire della Chiesa, manifesta la cattolicità e il dinamismo missionario del Popolo di Dio. La lingua vernacolare non è una capitolazione alla modernità, ma una messa in atto di Pentecoste: un unico Vangelo proclamato in molte lingue. La partecipazione ampliata dei fedeli non è una democratizzazione del culto, ma un’espressione della dignità battesimale all’interno dell’ordine gerarchico.

Pope Benedict enthroned in the Apostolic Palace in the Vatican, 2011 [Source: Wikipedia]

Qui, la percezione di Valentin Tomberg risulta suggestiva. Nelle sue meditazioni sulla Chiesa, Tomberg parla di polarità che devono essere mantenute in tensione creativa: esoterico ed esoterico, istituzione e mistero, legge e grazia. Vedeva la Chiesa Cattolica come l’unica capace di sostenere tali polarità senza collassare, perché vive di un centro sacramentale.

La liturgia, come sacramento dei sacramenti, diventa il palcoscenico privilegiato in cui queste polarità si rappresentano. La coesistenza delle due forme del Rito Romano può essere interpretata, quindi, come una drammatizzazione simbolica del rifiuto della Chiesa di risolvere la tensione mediante l’eliminazione. Invece di scegliere tra una liturgia contemplativa e ieratica e una pastorale e accessibile, Benedetto ha permesso che entrambe subsistessero all’interno di un unico quadro giuridico, come per dire: la vita della Chiesa non può essere ridotta a una sola modalità.

Le nozioni di «straordinario» e «ordinario» invitano di per sé alla riflessione teologica. Lo straordinario non è anormale; è una manifestazione intensificata di ciò che è sempre vero. In termini mariani, è la chiarezza luminosa del fiat, la purezza trasparente della Sposa. L’ordinario, al contrario, non è banale; è l’espressione abituale e quotidiana della vita della Chiesa. In termini petrini, è il governo e la proclamazione costanti che sostengono i fedeli nella storia. La polarità non è, quindi, tra il sacro e il profano, ma tra l’archetipo e la missione, tra la profondità e l’estensione.

Qualcuno potrebbe obiettare che questa lettura teologica rischia di idealizzare ciò che spesso è stato vissuto come divisione. La storia della riforma liturgica nei secoli XX e XXI è stata segnata da polemiche, malintesi e persino sospetti reciproci. Tuttavia, un’unità polare non nega il conflitto; cerca di transfigurararlo.

La teologia della polarità di Balthasar non è un’armonizzazione facile, ma un modello cristologico: in Cristo, il divino e l’umano, la gloria e l’umiliazione, l’obbedienza e l’autorità sono uniti senza confusione. La Chiesa, come Corpo di Cristo, deve imparare ad abitare tensioni simili.

La visione di Benedetto implicava che le due forme potessero «arricchirsi a vicenda». La Forma Ordinaria potrebbe imparare dalla Straordinaria un senso più profondo di sacralità, silenzio e continuità rituale. La Forma Straordinaria potrebbe imparare dalla Ordinaria un’attenzione rinnovata alle ricchezze della Scrittura e alle necessità pastorali delle comunità contemporanee. Questo arricchimento reciproco corrisponde precisamente all’interazione delle dimensioni mariana e petrina. Il mariano custodisce la profondità; il petrino assicura l’estensione.

Quando una delle due si isola, sopravviene la patologia: una Chiesa puramente mariana rischia il quietismo o l’estetismo; una Chiesa puramente petrina rischia la burocrazia o l’attivismo.

A priest celebrating the Mass of Paul VI ad orientem at the hermitage of Our Lady of the Enclosed Garden, Netherlands. [Source: Wikipedia]

Inevitabilmente sorge la questione dell’autorità. La regolamentazione della liturgia appartiene all’ufficio petrino. Il motu proprio di Benedetto è stato un esercizio di quell’autorità, non una decentralizzazione della stessa. Tuttavia, il contenuto della sua decisione puntava oltre il mero giuspositivismo. Riconoscendo la legittimità continua del Messale antico, ha affermato implicitamente che la memoria liturgica della Chiesa non può essere cancellata per decreto. Il petrino serve il mariano; l’autorità salvaguarda il mistero invece di sostituirlo. In questo senso, l’atto stesso di legiferare per due forme diventa un segno dell’ampiezza interiore della Chiesa.

Inoltre, la coesistenza delle due forme può essere vista come un’icona della tensione escatologica. La Chiesa vive tra il «già» e il «non ancora». La Forma Straordinaria, con il suo orientamento marcato e il suo simbolismo sacrificale, può evocare la trascendenza della liturgia celeste descritta nell’Apocalisse. La Forma Ordinaria, con la sua struttura dialogica e la sua ampiezza delle Scritture, può evocare la Chiesa pellegrina che cammina nella storia. Entrambe sono vere; nessuna esaurisce il mistero. Insieme formano un dittico: contemplazione e missione, adorazione e proclamazione.

È importante, tuttavia, non assimilare in modo troppo rigido la forma liturgica al principio teologico. Le dimensioni mariana e petrina non sono monopolizzate da rubriche o lingue particolari. Una Forma Ordinaria celebrata con reverenza può irradiare profondità mariana; una celebrazione della Forma Straordinaria frettolosa o mossa dall’ideologia può tradirla. La polarità riguarda le attitudini ecclesiali sottostanti: ricezione e missione, silenzio e parola, dono e governo. Le due forme del Rito Romano forniscono matrici storicamente concrete in cui queste attitudini si accentuano, ma il criterio ultimo rimane la santità.

Alla fine, il progetto di Benedetto può essere compreso come un tentativo di sanare la memoria. Il XX secolo è stato testimone sia dell’ossificazione liturgica sia della sperimentazione liturgica. Riconoscendo la legittimità di entrambe le forme, ha cercato di attirare la Chiesa verso un’autocomprensione più spaziosa. Il Rito Romano, come la Chiesa stessa, non è un monolite ma una comunione. La sua unità non dipende dall’uniformità, ma da un centro sacramentale condiviso: il sacrificio eucaristico di Cristo.

Tale visione esige maturità spirituale. L’unità polare è fragile; può degenerare facilmente in frazionismo. Ma l’alternativa —l’omogeneità imposta o l’amnesia forzata— impoverirebbe la cattolicità della Chiesa. La teologia liturgica di Benedetto invita i fedeli a percepire la diversità come profondità e non come minaccia.

Alla luce di questo, le dimensioni mariana e petrina non sono categorie astratte, ma principi vivi incarnati nella preghiera. La Chiesa si inginocchia con Maria ai piedi della Croce; si alza con Pietro per predicare la Risurrezione. Nella Forma Straordinaria, si può intravedere con maggiore chiarezza la Sposa in ginocchio; nella Forma Ordinaria, l’Apostolo che predica. Ma è una sola Chiesa, un solo sacrificio, un solo Signore. L’unità polare delle due forme riflette così, sebbene imperfettamente, l’unità più profonda di amore e autorità, di dono e ufficio, che costituisce il mistero della Chiesa stessa.

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