La Santa Sede ha presentato questo venerdì una nuova piattaforma internazionale per promuovere la disinvestimento nell’industria mineraria, un’iniziativa promossa dalla rete Chiese e Miniere e sostenuta da oltre 40 istituzioni, come annunciato in una conferenza stampa tenutasi nella Sala Stampa vaticana.
Il progetto, inquadrato nel Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, si presenta come un passo verso la cosiddetta “coerenza etica” negli investimenti, con l’obiettivo di ritirare il sostegno finanziario ad attività estrattive considerate dannose per l’ambiente e le comunità locali.
Un’iniziativa con forte carica ideologica
Durante la presentazione, il cardinale Fabio Baggio ha difeso la necessità di ripensare il modello economico attuale, denunciando gli effetti sociali e ambientali della miniera in diverse regioni del mondo. Nel suo intervento, ha insistito sul fatto che non si tratta di una semplice decisione finanziaria, ma di un’esigenza morale legata alla cura della “Casa Comune”, in linea con l’enciclica Laudato Si’.
Il discorso ha insistito sull’idea che lo sfruttamento delle risorse naturali, quando guidato dal profitto economico, rompe il rapporto tra l’uomo, la natura e Dio. Questa visione, sempre più presente in alcuni settori ecclesiali, colloca il dibattito ecologico al centro dell’azione pastorale.
Testimonianze contro l’industria estrattiva
La conferenza ha incluso interventi marcatamente critici sull’attività mineraria. Il cardinale Álvaro Ramazzini ha raccontato il caso di uno sfruttamento di oro e argento in Guatemala, denunciando danni ambientali, scarsi benefici per la popolazione locale e una distribuzione ingiusta dei profitti.
Sebbene abbia riconosciuto che l’attività era legale, ne ha messo in discussione la legittimità dal punto di vista morale, sottolineando che “non tutto ciò che è legale è giusto”.
Nella stessa linea, il vescovo brasiliano Vicente Ferreira ha denunciato ciò che ha qualificato come “capitalismo verde” e ha avvertito sui nuovi forme di neocolonialismo legate allo sfruttamento di risorse strategiche, specialmente nei paesi del Sud globale.
Il disinvestimento come strumento di pressione
Uno dei nuclei centrali dell’iniziativa è promuovere il ritiro degli investimenti da parte di istituzioni ecclesiali nel settore minerario. Come ha spiegato il comboniano Dario Bossi, le grandi imprese estrattive sono profondamente connesse al sistema finanziario internazionale, il che rende difficile la loro trasformazione dall’interno.
Di fronte a ciò, il disinvestimento si presenta come uno strumento per esercitare pressione sul settore e denunciare i suoi impatti. La proposta segue precedenti simili in ambiti come i combustibili fossili o il commercio di armi.
Tuttavia, questa strategia solleva interrogativi sul ruolo della Chiesa nell’economia globale e sui limiti tra la denuncia morale e l’adozione di posizioni che possono essere interpretate come allineate ad agende politiche concrete.
Tra la dottrina sociale e l’attivismo
I promotori della piattaforma insistono sul fatto che l’iniziativa si basa sulla Dottrina Sociale della Chiesa e su documenti recenti come Mensuram Bonam, che orienta gli investimenti etici. Ricordano anche che alcune conferenze episcopali, come quella dell’Austria, hanno già escluso investimenti in miniere e commercio di oro.
Tuttavia, l’enfasi su concetti come “ecologia integrale”, “territori martirizzati” o “resistenza al modello estrattivo” riflette una retorica sempre più vicina ai movimenti sociali e ambientali.
Un nuovo fronte nell’agenda vaticana
La creazione di questa piattaforma si aggiunge alla consolidazione della questione ecologica come uno degli assi prioritari nell’azione della Santa Sede. Al di là della denuncia di abusi concreti, l’iniziativa punta a una revisione più ampia del sistema economico globale.