ABC, che non è precisamente noto per esercitare il ruolo di flagello del Vaticano, pubblica oggi senza pudore una notizia che, se vera —e non c’è motivo di dubitarne, perché la stessa Chiesa sembra aver deciso di pubblicizzarla—, ritrae con crudezza lo stato delle cose: si cercano sponsor privati per finanziare la visita del Papa, con tariffa minima di mezzo milione di euro e ricompensa esplicita sotto forma di incontro personale con il Pontefice.
Non si tratta di una fuga di notizie ostile. Non si tratta di una campagna anticlericale. È, a quanto pare, un’offerta lanciata con naturalezza, quasi con orgoglio, come se si presentasse un programma di patrocinio culturale o un palco VIP in una finale di Champions. La Chiesa, che per secoli ha predicato la gratuità della grazia e la radicale uguaglianza delle anime davanti a Dio, appare ora organizzare l’accesso al Successore di Pietro con criteri propri di un dipartimento di marketing.
Il problema non è solo estetico, che lo è già. È teologico, ecclesiale e profondamente scandaloso. Perché qui non siamo di fronte a una donazione discreta, né al supporto silenzioso di benefattori, qualcosa che è sempre esistito. Siamo di fronte all’istituzionalizzazione di un sistema in cui la vicinanza al Papa —simbolo visibile dell’unità della Chiesa— risulta, di fatto, condizionata dalla capacità economica.
Mezzo milione di euro come soglia d’ingresso. La cifra non è aneddotica: è un filtro. Definisce chi può accedere e chi no. E trasforma ciò che dovrebbe essere un segno di comunione in un privilegio riservato a un’élite economica. Nel frattempo, il fedele comune —quello che riempie le parrocchie, sostiene le raccolte modeste e trasmette la fede in silenzio— osserva come si consolida una Chiesa in cui alcuni entrano dalla porta principale e altri, semplicemente, non entrano.
La scena che si prepara è prevedibile. Vedremo fotografie accuratamente inquadrate del Papa che sorride, stringe mani, benedice con la sua presenza imprenditori e milionari della peggiore specie, molti di loro senza il minimo legame reale con la vita della Chiesa, ma con capacità più che sufficiente per firmare un assegno. E quelle immagini circoleranno come prova di vicinanza, come se non fossero, in realtà, la messinscena di una distanza crescente.
Si dirà che è necessario finanziare eventi, che la logistica costa denaro, che qualcuno deve pagare. Tutto questo è vero. Ma non tutto vale. Non tutto può essere fatto senza conseguenze. Perché quando l’accesso al Papa si associa pubblicamente a una cifra concreta, ciò che si erode non è solo l’immagine, ma la credibilità stessa dell’istituzione.
Per secoli, la Chiesa è stata accusata —spesso in modo ingiusto— di vendere ciò che non è vendibile. Oggi non c’è bisogno di esagerare. Basta leggere ABC.