Tra la reazione e l'insabbiamento: due forme di gestire gli abusi nella stessa Chiesa

Tra la reazione e l'insabbiamento: due forme di gestire gli abusi nella stessa Chiesa

Mentre in Spagna si conosce il caso di un numerario dell’Opus Dei allontanato immediatamente e sottoposto a indagine dopo la denuncia di possibili abusi, conviene soffermarsi non tanto sul caso specifico quanto sulla reazione istituzionale. Non perché garantisca la verità —che è ancora da determinare—, ma perché rivela un modo di procedere.

Allontanare cautelarmente, aprire un’indagine, evitare processi paralleli e non interferire nel procedimento: è il minimo esigibile. E, tuttavia, non è la norma.

Per troppo tempo, in non pochi luoghi, la risposta ecclesiale di fronte a denunce verosimili di abusi non è stata l’attivazione immediata dei meccanismi canonici, ma il rinvio, la derivazione impropria a istanze civili inefficaci o direttamente prescritte, l’assenza di documentazione formale delle testimonianze e, nei casi più gravi, il mantenimento dell’accusato nell’esercizio del ministero. Non come eccezione, ma come schema.

Il problema non è che esistano abusi —purtroppo, questo avviene in qualsiasi struttura umana—, ma cosa fa la Chiesa quando appaiono. È lì che si misura tutto.

Di fronte a quel modello, la procedura applicata in questo caso —con tutte le cautele— indica la direzione corretta: intervento precoce, misure preventive e apertura di indagine. Non è una garanzia di giustizia, ma sì la condizione minima affinché ci sia.

Quello che è veramente anomalo non è agire così. Lo scandaloso è che continui a sembrare eccezionale.

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