Di P. Robert P. Imbelli
Sia con fervore o in modo intermittente, il nostro cammino quaresimale avanza verso la sua culminazione. Tra le molte ricchezze simboliche del Triduo Pasquale, forse nessuna risuona così affettivamente come l’elevazione del Cero Pasquale nella chiesa oscurata. E il ministro intona il mistero salvifico ineffabile: «Luce di Cristo!». Mentre l’assemblea gioiosa risponde con gratitudine e stupore: «Rendiamo grazie a Dio!».
Meno drammatiche, sebbene altrettanto significative, sono le parole pronunciate proprio prima della proclamazione. Mentre il celebrante accende il Cero Pasquale, prega: «Che la luce di Cristo, che risorge glorioso, dissipi le tenebre del nostro cuore e della nostra mente».
La luce di Cristo rivela non solo la nostra vocazione alla gloria, ma anche, e inseparabilmente, la nostra estrema necessità di salvezza. Così, san Paolo esorta i Colossesi a rendere grazie al Padre «che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, per mezzo del quale abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati» (Colossesi 1, 13-14). Solo attraverso Cristo passiamo dal dominio delle tenebre alla promessa della luce transfiguratrice.
Per questo, nella tradizione patristica, il battesimo veniva anche denominato phōtismos, poiché significava l’illuminazione del nuovo cristiano da parte di Cristo. Pertanto, è appropriato che, in questa domenica dei secondi scrutini dei catecumeni, i temi della luce e della visione impregnino le letture. Paolo, nella sua lettera agli Efesini, esclama con gioia: «Un tempo eravate tenebre, ma ora siete luce [phōs] nel Signore», rivelando così la sua nuova identità in Cristo. Ma a questo segue immediatamente l’imperativo che governa questa sezione della lettera: quindi, «camminate [peripateite] come figli della luce!» (Efesini 5, 8). In effetti, Paolo esorta gli Efesini: Siate tutto ciò a cui siete chiamati a essere! Adempite il vostro destino in Cristo.
Nei sette versetti della seconda lettura di oggi, la parola «luce» appare cinque volte. Questa si manifesta in vite di «bontà, giustizia e verità». E mostra un marcato contrasto non solo con le «tenebre» [skotos] della vita precedente dei credenti, ma anche con le tenebre della cultura circostante.
La Lettera agli Efesini si distingue per il suo enfasi sulla crescita continua della comunità cristiana, l’edificazione del Corpo di Cristo. «Vivendo nella verità dell’amore, cresciamo in tutto verso colui che è il capo, Cristo» (Efesini 4, 15). La rinuncia battesimale e la conversione sono tanto la conclusione di un processo di illuminazione quanto l’inizio di una crescita sempre rinnovata nel Signore. San Gregorio di Nissa caratterizzò celeberramente la vita cristiana come una dialettica continua di fini e nuovi inizi, dove ogni fine [telos] dà luogo a un nuovo inizio [arche].
Da qui l’importanza cruciale del discernimento continuo: «cercando [dokimazontes] ciò che è gradito al Signore» (5, 10). Il credente deve esaminare attentamente il proprio comportamento, imparando a rivestirsi della mente di Cristo, senza cedere alle false seduzioni di coloro che hanno «l’intelletto oscurato e sono lontani dalla vita di Dio» (4, 18).
In molti sensi, i capitoli finali degli Efesini sono un commento esteso a ciò che Paolo aveva ammonito i Romani: «Non conformatevi a questo mondo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per discernere [dokimazein] quale sia la volontà di Dio, ciò che è buono, ciò che gli è gradito, ciò che è perfetto» (Romani 12, 2). Tale discernimento favorisce una comprensione sempre maggiore della nuova vita del cristiano in Cristo e di ciò che questa implica nel quotidiano.
Non solo i neobattezzati, ma anche coloro che da tempo vivono la vita cristiana, sono chiamati a comprendere sempre più pienamente la gloriosa vocazione che Paolo celebra nella grande benedizione con cui inizia la sua lettera: «In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto» (Efesini 1, 4).
Come figli e figlie della luce, i cristiani si presentano come una «società di contrasto», il che spesso richiederà da loro un impegno contraculturale. Non solo nella Roma e nell’Efeso del I secolo, ma nel Washington e nel New York del XXI secolo, è molto probabile che debbano «smascherare le opere infruttuose delle tenebre, poiché è vergognoso anche solo menzionare ciò che fanno di nascosto» (5, 11-12).
Farlo in un modo che non sia stridente, ma sfidante, non casuale, ma fermo, richiede maturità spirituale. Karl Barth chiamò celeberramente i cristiani a meditare con la Bibbia in una mano e il giornale del giorno nell’altra. La liturgia di oggi potrebbe concretizzare ciò ancora di più: Riflettete con Efesini in una mano e gli archivi di Epstein nell’altra!
Molti si scandalizzarono davanti alla diagnosi di san Giovanni Paolo II sulla nostra contemporanea «cultura della morte». La considerarono esagerata, insufficientemente dialogica. Ma, in che altro modo caratterizzare la mortifera confluenza di avidità, potere e sessualità esposta nei sordidi documenti di Epstein? Rappresentano le tre fiere di Dante potenziate al massimo. Offrono un’immersione non in un bagno battesimale di illuminazione e rigenerazione, ma in una vasca demoniaca di tenebre e morte.
Coloro che saranno iniziati nella Veglia Pasquale saranno chiamati a rinunce che non sono né anonime né pro forma. Le tenebre a cui rinunciano sono palpabili; la luce di Cristo che abbracciano, sempre più luminosa. Si presenteranno davanti a loro due «sinodalità»: il cammino della morte e delle tenebre, e il cammino della luce e della vita. E la santa Madre Chiesa implorerà loro: Scegliete la vita!
Ultimamente, il termine di moda nelle esortazioni ecclesiali è essere «discepoli missionari». Tutto sia per il bene, purché riusciamo a discernere con precisione le tenebre in cui tanti abitano e il costo cruciforme che tale discepolato esige.
Quindi, prima di istituire una nuova commissione o emettere un altro documento di studio, potremmo semplicemente ricorrere alla fine della lettura di oggi dagli Efesini. Paolo ricorda ai credenti l’inno che hanno cantato insieme: «Svegliati, o dormiente, sorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà».
Un inno semplice e stimolante per accompagnare i discepoli missionari nel loro cammino. Cantandolo, soffrendolo, i primi cristiani trasformarono pazientemente una cultura.
Nota sull’opera d’arte: Questa è la prima versione di Caravaggio sulla conversione di san Paolo. Una versione più nota, «La conversione di san Paolo sulla via di Damasco», si trova a Santa Maria del Popolo, a Roma. Quella sopra è raccomandata per la resistenza e l’opposizione alla Luce rappresentate dal cavallo impennato e dal soldato che impugna la spada: la lussuria e il potere in mostra.

A proposito dell’autore:
Il Padre Robert Imbelli è sacerdote dell’Arcidiocesi di New York. È autore di Rekindling the Christic Imagination (Liturgical Press) e Christ Brings All Newness (Word on Fire Academic).