Leone XIV ha invitato questa domenica a vivere una fede che non sia cieca né indifferente di fronte alla sofferenza del mondo, ma capace di aprire gli occhi alla verità, alla luce di Cristo e alle ferite dell’umanità. Durante la recita dell’Angelus in piazza San Pietro, il Pontefice ha riflettuto sul Vangelo della guarigione del cieco dalla nascita, proclamato nella quarta domenica di Quaresima.
Nella sua meditazione, Leone XIV ha ricordato che la fede cristiana non è un “salto nel buio”, ma un’esperienza che illumina l’intelligenza e il cuore, permettendo di guardare la realtà con gli occhi di Cristo. Il Papa ha sottolineato che i credenti sono chiamati a vivere un cristianesimo “con gli occhi aperti”, attento alle ingiustizie, alla violenza e alla sofferenza presenti nel mondo, e impegnato per la pace, la giustizia e la solidarietà.
Lasciamo qui di seguito il messaggio completo di Leone XIV:
Cari fratelli e sorelle, buona domenica!
Il Vangelo di questa quarta domenica di Quaresima ci narra la guarigione di un uomo cieco dalla nascita (cf. Jn 9,1-41). Attraverso la simbologia di questo episodio, l’evangelista Giovanni ci parla del mistero della salvezza: mentre eravamo nelle tenebre, mentre l’umanità camminava nelle oscurità (cf. Is 9,1), Dio ha inviato il suo Figlio come luce del mondo, per aprire gli occhi dei ciechi e illuminare la nostra vita.
I profeti avevano annunciato che il Messia avrebbe aperto gli occhi dei ciechi (cf. Is 29,18; 35,5; Sal 146,8). Gesù stesso accredita la sua missione mostrando che «i ciechi vedono» (Mt 11,4); e si presenta dicendo: «Io sono la luce del mondo» (Jn 8,12). In effetti, possiamo dire che tutti noi siamo “ciechi dalla nascita”, perché da soli non possiamo vedere in profondità il mistero della vita. Per questo Dio si è fatto carne in Gesù, affinché l’argilla della nostra umanità, impastata con il soffio della sua grazia, potesse ricevere una luce nuova, che ci rende capaci di vedere finalmente Dio, gli altri e noi stessi nella verità.
Colpisce il fatto che per secoli si sia diffusa l’opinione, presente ancora oggi, secondo la quale la fede sarebbe una sorta di “salto nel buio”, una rinuncia a pensare, per cui avere fede significherebbe credere “cecamente”. Il Vangelo, al contrario, ci dice che in contatto con Cristo gli occhi si aprono, al punto che le autorità religiose chiedono con insistenza al cieco guarito: «Come ti si sono aperti gli occhi?» (Jn 9,10); e anche: «Come ti ha aperto gli occhi?» (v. 26).
Fratelli e sorelle, anche noi, guariti dall’amore di Cristo, siamo chiamati a vivere un cristianesimo “con gli occhi aperti”. La fede non è un atto cieco, una rinuncia alla ragione, una disposizione di certa convinzione religiosa che ci porta ad allontanare lo sguardo dal mondo. Al contrario, la fede ci aiuta a guardare «dal punto di vista di Gesù, con i suoi occhi: è una partecipazione al suo modo di vedere» (Lettera enc. Lumen fidei, 18) e, per questo, ci chiede di “aprire gli occhi”, come faceva Lui, soprattutto sui dolori degli altri e sulle ferite del mondo.
Oggi, in particolare, di fronte alle numerose domande del cuore umano e alle drammatiche situazioni di ingiustizia, violenza e sofferenza che segnano il nostro tempo, è necessaria una fede sveglia, attenta e profetica, che apra gli occhi di fronte alle oscurità del mondo e porti lì la luce del Vangelo mediante un impegno per la pace, la giustizia e la solidarietà.
Chiediamo alla Vergine Maria che interceda per noi, affinché la luce di Cristo apra gli occhi del nostro cuore e possiamo dare testimonianza di Lui con semplicità e coraggio.