TRIBUNA. Un passo di Chesterton su quei «demagoghi ispirati» che salvarono il monoteismo

Di: Luis López Valpuesta

TRIBUNA. Un passo di Chesterton su quei «demagoghi ispirati» che salvarono il monoteismo

“Nel corso dei loro pellegrinaggi –soprattutto i primi- portarono sulle loro spalle il destino del mondo in quel tabernacolo di legno che conteneva forse un simbolo senza volto e che, certamente, racchiudeva un Dio invisibile (…) Quel Dio abitava una terra di mostri. Avremo occasione di considerare attentamente di quali mostri si trattava: Moloc, Dagon e Tanit, la dea terribile. Se la divinità di Israele si fosse mai concretizzata in un’immagine, si sarebbe trattato di un’immagine fallica. Attribuirle un corpo avrebbe significato cadere nei peggiori elementi della mitologia, in tutta la poligamia del politeismo: la visione dell’harem in cielo (…). Si dice con disprezzo che il Dio di Israele non fu altro che un Dio Guerriero, ‘un mero barbaro Signore degli Eserciti’. Ma il mondo deve ringraziare che Quello fosse un Dio Guerriero. Dobbiamo ringraziare che Quello fosse per il resto, unicamente, un rivale e un nemico. Se avesse seguito il corso naturale delle cose, sarebbe stato molto facile trattare con Lui un’amicizia disastrosa. Non sarebbe stato difficile vederlo stendere le mani in un gesto d’amore e riconciliazione a Baal, o baciare il volto dipinto di Astarté seduto in piacevole camaradería con gli dèi (…). E i suoi adoratori facilmente avrebbero seguito la luminosa pendenza del sincretismo e dell’amalgama di tutte le tradizioni pagane. I seguaci di questo Dio Guerriero, certamente, scivolavano sempre lungo quella comoda pendenza, e ciò obbligò certi demagoghi ispirati a impiegare un’energia quasi demoniaca in difesa dell’unità divina, con parole che ancora risuonano con la forza del vento dell’ispirazione o della rovina. Veramente, quanto più comprenderemo le antiche condizioni che contribuirono alla cultura finale della Fede, maggiore sarà la nostra reverenza davanti alla grandezza dei profeti di Israele”.

(G. K. Chesterton. “L’uomo eterno” (Ed. Cristiandad, Pagg. 128-129).

I

Gilbert K. Chesterton, esimio scrittore e polemista inglese, nacque a Londra il 29 maggio 1874 e morì nel Buckinghamshire nel 1936. Di tradizione familiare anglicana, sarebbe stato nell’anno 1922, dopo un lungo processo, accolto nel seno della Chiesa Cattolica. Da allora si convertì nel suo più ardente difensore e apologeta in un paese, l’Inghilterra, pieno di pregiudizi contro la religione cattolica romana. Nel suo libro “Perché sono cattolico” riconobbe che nel cattolicesimo romano trovò l’unico luogo dove veramente i suoi peccati erano perdonati, affermando altresì che lì si liberava dalla ominosa schiavitù di essere figlio del suo tempo.

Il suo saggio “The everlasting man” (“L’uomo eterno”) (pubblicato originariamente nel 1925) è, a mio giudizio, la cima, in bellezza e profondità, dei suoi scritti in difesa della fede. Sviluppa in esso una vera filosofia della storia dell’uomo, dalle caverne fino a Cristo, affrontandosi alle tesi materialiste di autori come George Bernard Shaw e soprattutto H.G. Wells. Quest’ultimo,  nella sua opera “The outline of history” (“Schema della storia”), scritta alcuni anni prima e di grande successo di pubblico, proponeva una concezione dell’uomo come frutto casuale –non causale- dell’evoluzione, e presentava Cristo –come prima Buddha e dopo Maometto- come un mero mortale. In una frase memorabile, Chesterton correggerà queste tesi, affermando che “l’uomo non è frutto di un’evoluzione ma di una rivoluzione”, e riguardo a Cristo, ci ricorderà che Egli stesso affermò: “Cielo e terra passeranno ma le mie parole non passeranno”.

Il testo esposto all’inizio si trova nella prima parte del libro, intitolata “La creatura chiamata uomo”. In quella sezione difende con brillantezza che “il mondo deve agli ebrei la conoscenza di Dio”; per il nostro autore il paragone del Dio monoteista della tradizione ebraica con le tradizioni politeiste degli dèi, è tanto disuguale quanto paragonare “un uomo e gli uomini che camminano nell’interno dei suoi sogni”. Chesterton, sebbene esprima la sua chiara simpatia per la potenza immaginativa che suppose la creazione dei miti della religione pagana, riconosce ugualmente che “il mondo si sarebbe perduto se non fosse stato capace di ritornare (dal paganesimo) a quella grande semplicità originale che avverte un’unica autorità in tutte le cose”. Perché sebbene qualifichiamo con magnanimità l’universalizzazione del paganesimo per abbracciare sempre più e più dèi (più culture e, in teoria, più tolleranza) nel suo interminabile pantheon, suppose alla fin fine una tragedia immensa per l’umanità per “la perdita dell’idea più elevata di tutte: l’idea di paternità che fa del mondo un’unica realtà”.

E quell’autorità paterna unica si traduceva in “la suprema e serena benedizione di un Dio geloso”, un Dio difficilmente assumibile per quanto era irrapresentabile per essere invisibile, e inoltre perché aveva dato origine a tutto ex nihilo e guidava con la sua Saggezza le forze della natura e della storia, senza essere legato fatalmente né all’una né all’altra; un Dio “che non aveva nessun tratto distintivo”. Il popolo ebraico -ci spiegherà Chesterton con la brillantezza della sua paradosso-, “precisamente per quel carattere tribale e stretto fu capace di preservare la religione primaria di tutta l’umanità: era sufficientemente tribale per essere universale e tanto stretto quanto l’universo”.

Ma quel Dio, come evidenzia il testo che commentiamo, per la sua stessa essenza unica, trascendente e onnipotente doveva essere necessariamente per gli altri dèi “un Dio guerriero”, “un rivale e un nemico”. Cioè, non doveva esistere la minima complicità con quelli, nonostante la insidiosa tentazione di amicizia o riconciliazione che ricorrentemente si abbatteva sulla mente degli ebrei.

Di fatto, i rovesci storici subiti dalla nazione che caricava sulle sue spalle il peso di questo Deus absconditus –simbolizzato in un’arca di acacia e oro- costrinsero gli ebrei in numerose occasioni a implorare la protezione degli dèi falsi di quelle nazioni che sembravano più fortunate. La Bibbia ci riporta numerosi esempi, come quello del re Acaz di Giuda, il quale, tormentato dalla guerra siro-efraimita (735 a.C.), “offrì sacrifici agli dèi di Damasco, che lo avevano sconfitto, dicendo: ‘Poiché gli dèi dei re di Siria li aiutano, offrirò loro sacrifici affinché mi aiutino’” (2 Cron. 28,23). Naturalmente, senza prevedere che le conseguenze di tale infedeltà a YHWH, unico Dio, sarebbero state la sua rovina e a lungo termine quella di tutto Israele.

Ma non solo i re e i governanti di Israele cedevano all’idolatria. Lo stesso popolo, guidato dal cattivo esempio dei sacerdoti, era infedele a Dio. A Gerusalemme, ai tempi di Ezechiele, appena alcuni anni prima della catastrofe della distruzione della città e del Tempio da parte delle truppe babilonesi (587 a.C.), il profeta contemplò per visione, che accanto a una delle porte della città era eretto “l’idolo che provoca l’ira del Signore” (Ez. 8,4). E nell’interno del Tempio “vidi dipinte lungo il muro ogni sorta di figure di rettili e di altri animali impuri, e molti idoli del popolo di Israele” (Ez. 8,10). Tutto ciò instigato dai sacerdoti che “respondevano culto a quegli idoli, avendo ciascuno un incensiere in mano dal quale saliva una grande nuvola d’incenso” (Ez. 8,11).

Osserviamo, dunque, che la testa politica di Israele  (i suoi re), le sue guide spirituali  (i suoi sacerdoti) e persino lo stesso popolo cedettero durante alcune epoche al “corso naturale delle cose” (la tentazione idolatra e politeista). Nonostante ciò, resistettero. Come riferisce Chesterton nel testo che commentiamo “sarebbe stato molto facile (…) stendere le mani in un gesto d’amore e riconciliazione a Baal, o baciare il volto dipinto di Astarté seduto in piacevole camaradería con gli dèi (…). E i suoi adoratori facilmente avrebbero seguito la luminosa pendenza del sincretismo e dell’amalgama di tutte le tradizioni pagane”. Se si fosse sottomesso alla logica della storia, Israele –come accadde con Amon, Moab o Edom,- sarebbe scomparso dalla mappa, dissolto nel turbine del destino.

II

Ma ciò non avvenne; Israele riuscì a preservare il suo legato unico per l’umanità, una promessa di salvezza universale, legata al disegno eterno di quel Dio sconosciuto, che sembrava distante, ma al quale “si commuovevano le viscere per amore del suo popolo” (Os. 11,8). E quel miracolo si dovette all’intervento –seguo il magnifico testo di Chesterton- di “certi demagoghi ispirati (che) impiegarono un’energia quasi demoniaca in difesa dell’unità divina, con parole che ancora risuonano con la forza del vento dell’ispirazione o della rovina”. Quei erano i profeti, uomini che, seguendo una chiamata divina e con coscienza della loro missione di salvezza del popolo, annunciarono a questo “la parola di Dio”. La loro formula di messaggio è inequivocabile e performativa: “Così dice YHWH”.

Sebbene alcuni profeti fossero sacerdoti o di famiglia sacerdotale –è il caso di Ezechiele o Geremia-, la maggioranza erano laici. Ma parlavano con più autorità degli stessi sacerdoti. Amos, il combattivo profeta contro l’ingiustizia del regno del Nord ai tempi di Geroboamo II, pascolava greggi prima della sua vocazione. Michea, probabilmente fosse un contadino, vittima del latifondo dei grandi proprietari ricchi che fustiga con grande durezza, senza dimenticare i sacerdoti di Gerusalemme che rappresentano una teologia dell’oppressione. Infatti, essi invocano il compimento delle leggi rituali, dimenticando che al Signore desidera “misericordia e non sacrifici” (Os. 6,6). Di fatto, Isaia insegnerà che a Dio “fa schifo il sangue di tori, agnelli e capretti” (Is. 1,11), poiché la sua vera volontà è che il popolo “cessi di fare il male, impari a fare il bene, si sforzi di fare ciò che è giusto, aiuti l’oppresso, renda giustizia all’orfano e difenda i diritti della vedova” (Is. 1,17).

A causa di questo linguaggio, Chesterton li definisce –a mio giudizio acerttamente, includendo un certo matiz ironico nella sua espressione- come demagoghi ispirati, poiché essendo coscienti tutti loro della chiamata di Dio e della loro vocazione, si lanciarono –a volte con grande dolore e quasi sempre con serio rischio per le loro vite (cfr. Ger. 38,6)- a denunciare le idolatrie e ingiustizie contro il loro popolo. E per farlo usavano parole ed espressioni brutali (e fino a oscene) ed eseguivano atti bizzarri. Solo con quella rotondità si arrivava al cuore ferito del popolo e speravano che lo scandalo delle loro comparazioni e dei loro gesti profetici stravaganti movesse il popolo alla conversione, tornasse al Signore e schivasse il castigo inevitabile. Come esempio, Ezechiele, per criticare l’idolatria di Israele, la paragonerà a un’infedeltà matrimoniale in modo tale che “ti apristi di gambe al primo che passava e fornicasti senza sosta” (Ez. 16,25).

Ma persino quando non si compivano le esigenze di conversione proclamate –quel drammatico “tornate a Me” (Gl 2,12-Zc. 1,3)-, quando accadeva il castigo inevitabile (per apocalittico che fosse come la distruzione del regno del Nord o la demolizione del tempio di Gerusalemme), i profeti puntavano sempre una via d’uscita, una porta aperta. Ezechiele o lo stesso Geremia, nonostante il dramma e il pessimismo delle loro parole, annunceranno un “nuova alleanza” frutto della conversione del popolo (Ez. 11,20- Ger. 31,31), in modo tale che “perdonerò la loro malvagità e non mi ricorderò più dei loro peccati” (Ger. 31,34), poiché “Io, il Signore, affermo: in quel tempo Israele e Giuda saranno liberi di colpe e peccati, perché perdonerò quelli che lascerò in vita” (Ger. 50,20).  Lo stesso Ezechiele ci regalerà l’immagine spettacolare del Cap. 37, in cui le ossa secche di Israele recupereranno la vita come nazione e si riuniranno Israele e Giuda. Anche si rinnoverà il tempio, nel quale tornerà a entrare la “Gloria di Dio” (Ez. 43,1), e dalla cui porta orientale sgorgherà un “acqua viva” che rigenererà tutto Israele (Ez. 47, 1-12).

In definitiva, sono elementi costitutivi della profezia la denuncia dell’ingiustizia, della deviazione religiosa e cultuale; il clamore per la conversione e l’annuncio di un castigo se non si obbedisce a quanto ordinato da YHWH mediante la parola del profeta.  Ma poiché “Dio rimane fedele e non può rinnegare se stesso” (2 Tm. 2,13), la sua promessa di salvezza –non solo agli ebrei, ma al mondo intero (Is. 60,3)- rimane salva, nonostante i duri rovesci. E per questo i profeti saranno anche annunciatori di speranza. E più di due millenni dopo la proclamazione della Parola di Dio per i loro portavoce, quella speranza si fa realtà quando constatiamo che oggi si è propagata la pienezza di fede di Israele, che è Gesù Cristo, a tutti gli angoli della terra. Da lì l’ammirazione che Chesterton mostra a quei pazzi di Dio, a quegli uomini che si giocarono la loro integrità per salvare la fede monoteista di fronte a un mondo pagano che era disposto a dissolverla. Grazie a loro, quella Verità salvatrice abbraccia nei nostri giorni tutti i popoli della terra, nonostante la zizzania che semina il demonio. E infatti, veramente –come conclude Chesterton- mentre più approfondiamo nelle drammatiche circostanze in cui predicarono, maggiore gratitudine e reverenza dobbiamo a tutti e a ciascuno di loro.

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