I quattro nomine che anticipano il modello di cardinale del nuovo pontificato

I quattro nomine che anticipano il modello di cardinale del nuovo pontificato

Man mano che il pontificato di Leone XIV si avvicina al suo primo anno, inizia a essere possibile distinguere, tra la lunga lista di nomine episcopali effettuate in questi mesi, quali hanno una vera portata strategica. La maggior parte risponde alla logica ordinaria di coprire le vacanti, ma ce ne sono alcuni che spiccano per influenzare posizioni con berretto cardinalizio quasi assicurato, con tutto ciò che ne consegue. In quel gruppo ci sono quattro designazioni che vale la pena analizzare congiuntamente: il nuovo prefetto del dicastero dei vescovi e le designazioni nelle sedi di Vienna, Praga e New York. Quelle quattro decisioni permettono di intuire che tipo di cardinale inizia a delinearsi come riferimento del nuovo pontificato e come è la generazione che potrebbe finire per segnare la rotta della Chiesa nelle prossime decadi.

I quattro nomi a cui mi riferisco sono Filippo Iannone nel Dicastero per i Vescovi, Josef Grünwidl a Vienna, Stanislav Přibyl a Praga e Ronald A. Hicks a New York. Iannone è stato nominato prefetto il 26 settembre 2025; Grünwidl è passato da amministratore apostolico ad arcivescovo di Vienna il 17 ottobre 2025; Hicks è stato trasferito a New York il 18 dicembre 2025; e Přibyl è stato promosso a Praga il 2 febbraio 2026. Vienna rimane una sede abitualmente cardinalizia e New York lo è di fatto da generazioni; Praga conserva un peso simbolico enorme e, sebbene non abbia garantito il porpora, ha una posizione di partenza molto solida per raggiungerlo.

Se dobbiamo definire a grandi linee questi profili non è per un’ideologia di trincea, ma per essere tutti loro un tipo di chierico «postconflittuale». Non sono i vecchi progressisti di cartello, trasandati, rozzi, deliziati di scandalizzare il borghese cattolico con un’estetica di “prete povero” convertita in performance morale. Né sono uomini di restaurazione dottrinale, liturgica o ascetica. Sono un’altra cosa: gestori ecclesiali di modi soavi, culturalmente accomodati, istituzionalmente affidabili, mediaticamente presentabili e sufficientemente duttile da (per il momento) non rompere del tutto con nulla, ma sì spostare l’asse della Chiesa senza necessità di dichiararlo. Questo può essere più inquietante del progressismo bronco degli anni ottanta, perché consuma senza strepito e riforma senza confessare di star riformando. La mutazione smette di presentarsi come combattimento e si presenta come normalità. Questa è la sua forza.

Filippo Iannone è, forse, il caso più chiaro del profilo tecnocratico. Non è un uomo identificato con una grande sostanza teologica né con una scuola spirituale riconoscibile, ma con l’apparato giuridico-canonico di Roma. È essenzialmente un giurista e canonista, formato per tribunali, università e governo curiale; il suo discorso pubblico insiste su procedure, norme, processi ed efficacia del diritto penale canonico. Oggi per oggi un brindisi al sole. Ora dirige proprio l’organismo che aiuta il Papa a scegliere i vescovi per tutto il mondo. Un prefetto che probabilmente non predicherà eterodossie, ma promuoverà uomini “equilibrati”, “dialoganti”, “non polarizzanti”, e in un decennio il corpo episcopale del mondo rimarrà modellato dall’alto con profili morbidi, amministrabili e dottrinalmente porosi.

Josef Grünwidl si adatta di più a quell’archetipo del “prete anni novanta” e dei quattro è il più audace quando si tratta di buttarsi nella mischia e affacciarsi all’abisso dell’eterodossia. La sua biografia è quella di un uomo dell’apparato diocesano viennese, senza densità intellettuale paragonabile a Schönborn né spessore liturgico visibile. In interviste dell’arcidiocesi di Vienna ha difeso il continuare a discutere il diaconato femminile, ha sostenuto che il celibato è una forma preziosa di vita ma non necessariamente inseparabile dal sacerdozio, ha chiesto una maggiore inclusione delle donne nei processi decisionali e ha avvertito contro il “neointegralismo” e contro un cristianesimo “esclusivista”. Tutto ciò definisce abbastanza bene il profilo: non è un rivoluzionario di manifesto; ma è un uomo di decompressione dottrinale, di vigilanza contro qualsiasi affermazione forte di identità cattolica che possa suonare troppo esclusiva o troppo sicura di sé. Questo tipo di vescovo può essere più corrosivo di un rupturista frontale, perché non si presenta come nemico della tradizione, ma come moderato ragionevole che la relega nell’angolo del sospettosamente rigido.

Stanislav Přibyl offre una versione centroeuropea dello stesso stampo. Il suo stesso linguaggio pubblico insiste nel superare polarizzazioni, tendere ponti, ascoltare, dialogare, imparare dal processo sinodale e rompere “bolle sociali”. Allo stesso tempo, parla del depositum fidei e della nuova evangelizzazione, il che gli permette di presentarsi come un uomo equilibrato, non come un progressista esplicito. Questo è proprio il punto: non è più necessario negare verbalmente il deposito della fede per svuotarlo nella pratica di densità normativa. Basta avvolgerlo in una retorica permanente di riconciliazione, ascolto e accompagnamento, dove ogni definizione forte rimane sotto sospetto di creare fazioni. Da una lettura critica, lì appare il pericolo: la verità rivelata non si nega, ma si subordina funzionalmente all’obiettivo superiore della convivenza ecclesiale.

Ronald A. Hicks è l’equivalente norteamericano di questo nuovo clericalismo blando. La sua ascesa non si capisce senza l’ambiente di Chicago e senza il suo lungo lavoro con Blase Cupich, di cui è stato ausiliario e vicario generale prima di passare a Joliet e poi a New York. Nella sua prima intervista dopo la nomina per New York ha parlato il linguaggio già riconoscibile di questa scuola: “smell of the sheep”, evitare divisioni, camminare con i feriti, priorità alla guarigione e alla governance centrata sulla missione. Non c’è qui il progressismo stridente di certi prelati statunitensi della prima era postconciliare, ma sì lo stesso spostamento verso un episcopato terapeutico, inclusivo e anti-conflittuale. Da una sensibilità tradizionale, che New York passi da un Dolan, con tutti i suoi limiti, a un uomo formato nell’ecosistema Cupich non è un dettaglio. Significa che persino le grandi sedi americane non hanno più bisogno di un profilo marcatamente ideologico: basta un gestore pastorale di tono affabile, obbedienza romana e linguaggio sanador.

Detto in altro modo, questi uomini non sono pericolosi perché sembrano lupi. Sono pericolosi perché sembrano inoffensivi. Non esibiscono l’aggressività del progressismo anni ottanta, ma interiormente di solito condividono la stessa diffidenza verso il cattolicesimo definito, virile, sacrificale e gerarchico. Solo che ora la esprimono con un’altra grammatica. Non ridicolizzano più la tradizione; la relativizzano. Non l’attaccano così di fronte e la amministrano al ribasso. Non fanno più gesti scandalosi; costruiscono un’atmosfera in cui lo forte, lo nitido e lo liturgicamente serio diventa marginale per semplice mancanza di interesse istituzionale.

Questi profili trasmettono una mascolinità sacerdotale indebolita: gestualità più blanda, autorità meno paterna, maggiore inclinazione al linguaggio emotivo e relazionale, minore densità ascetica, minore gravità e sacralità. Non conviene ridurlo a una caricatura psicologica, ma sarebbe ingenuo negare che esiste un cambiamento di habitus clericale. Il prete del seminario degli anni novanta e primi duemila è stato socializzato per non sembrare troppo fermo né troppo separato dall’ambiente. Doveva essere accessibile, sensibile, più «gestore di legami» che custode di un mistero. Il risultato è un episcopato che nelle forme può sembrare elegante e persino cortese, ma che raramente irradia il peso soprannaturale dell’ufficio.

Per questo nemmeno di solito c’è in loro una vera preoccupazione liturgica. Non sono iconoclasti liturgici allo stile degli anni settanta, ma la liturgia non gli importa più come luogo teologico centrale. Gli importa come cornice pastorale, come scenario funzionale, come supporto comunitario. In fondo, l’assenza di guerra liturgica non significa amore per la liturgia, ma indifferenza.

Il progressismo grossolano della generazione precedente generava anticorpi. Scandalizzava, svegliava resistenza, obbligava a definirsi. Questi profili nuovi no. Sono sufficientemente ortodossi in superficie, sufficientemente corretti nelle forme, sufficientemente istituzionali nel linguaggio. Non ti obbligano a rompere con loro, perché quasi mai dicono qualcosa di formalmente intollerabile. Ma vanno rimodellando la sensibilità ecclesiale per osmosi: meno dogma esplicito, meno nervo soprannaturale, meno centralità del sacrificio, meno coscienza di combattimento spirituale, meno sacerdozio come alterità sacra, meno liturgia come atto di adorazione, più processo, più ascolto, più accompagnamento, più gestione di equilibri e tanta sinodalità sinodalita.

In quel senso possono essere più pericolosi. Il vecchio progressista produceva scontro. Il nuovo produce dissoluzione. Il primo sembrava un avversario. Il secondo si presenta come vescovo normale. Un modello posteroico, postliturgico, postdogmatico nel tono, sebbene non sempre nella lettera; una Chiesa che ancora conserva il vocabolario cattolico, ma lo pronuncia ogni volta con meno rotondità.

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