È idoneo il cardinale Cobo come arcivescovo di Madrid?

Di: Carlos H. Bravo

È idoneo il cardinale Cobo come arcivescovo di Madrid?

La questione non è più solo la Valle. La questione è il modo di esercitare l’autorità. E quando nel governo della Chiesa si superano limiti giuridici, istituzionali e prudenziali, ciò che è in gioco non è una decisione concreta, ma l’idoneità stessa per la carica.

Nel caso che ci occupa, fu il cardinale José Cobo Cano a firmare l’«accordo» proposto dal ministro Félix Bolaños sul futuro della Valle. Non lo fece la comunità benedettina responsabile del tempio. Non lo fece la Conferencia Episcopal Española. Non lo fece nemmeno, per quanto se ne sappia, il Segretario di Stato di Sua Santità, nonostante che in seguito lo stesso cardinale abbia sostenuto in audizioni pubbliche —secondo quanto riportato dal quotidiano El País— che esisterebbe un accordo diretto con la Santa Sede. Non fu il frutto di una deliberazione collegiale. Fu una firma personale.

Ma ciò che preoccupa di più non è solo chi ha firmato, ma come si è agito. In una questione di questa complessità e gravità istituzionale, si sono elusi i procedimenti abituali di consultazione, deliberazione e confronto che caratterizzano l’azione ordinaria della Chiesa in materie sensibili. Non vi è stata un’integrazione preventiva della comunità direttamente interessata. Non vi è stata conoscenza né dibattito all’interno dell’episcopato. Non vi è stata trasparenza istituzionale. L’accordo non è stato conosciuto tramite una comunicazione ufficiale, ma perché uno o più degli attori che avevano presentato ricorso hanno avuto accesso all’incartamento giudiziario e lì hanno trovato il testo sottoscritto.

E il contenuto dell’accordo spiega la portata dello scandalo. In esso si sostiene che all’interno del tempio solo l’altare e i banchi adiacenti sarebbero spazi strettamente destinati al culto, lasciando il resto dello spazio disponibile per interventi promossi dal Governo. Nella pratica, si apriva la porta a azioni di carattere politico e ideologico all’interno stesso della Basilica, riducendo l’ambito sacro a un perimetro minimo. Dopo la firma, il Governo ha pubblicato il concorso pubblico per la risignificazione politica e ideologica della Valle, includendo espressamente l’interno del tempio nei termini previsti nel testo sottoscritto dal cardinale. Non è un dettaglio minore: l’Esecutivo non ha attivato formalmente la procedura fino a quando non ha avuto quella firma, che apparentemente gli conferiva una copertura per agire all’interno della Basilica. L’autorizzazione personale del cardinale è stata la condizione che ha permesso al Governo di fare il passo.

Qui si aggiunge un elemento particolarmente grave. Se, come è evidente dalla stessa configurazione giuridica del tempio, l’arcivescovo di Madrid manca di competenza diretta sulla Basilica e sulla comunità monastica che la governa, allora offrire quella copertura al Governo implica qualcosa di più di un’imprudenza interna: significa aver generato nel potere civile l’apparenza di un’abilitazione che non poteva concedere. Agire in quel modo, sapendo fin dal principio di non possedere la competenza necessaria, non solo supera i limiti interni della Chiesa; introduce anche una dimensione di slealtà istituzionale nei confronti dello stesso Governo, al quale si presenta una capacità di disposizione inesistente.

Ridurre lo spazio sacro a un perimetro minimo e considerare il resto del tempio suscettibile di intervento governativo non è una sfumatura tecnica. È una ridefinizione profonda del concetto di luogo sacro. Il Codice di Diritto Canonico non concepisce il tempio come una superficie frammentabile secondo criteri di opportunità politica. Lo spazio consacrato è destinato al culto nella sua integrità e protetto da un regime giuridico specifico che esclude il suo utilizzo per fini estranei alla sua natura religiosa. Quanto firmato dal cardinale contraddice sostanzialmente quanto previsto nell’ordinamento canonico per i templi consacrati, ammettendo di fatto l’impianto di azioni non liturgiche e di carattere politico al suo interno. A ciò si aggiunge l’inviolabilità dei templi riconosciuta negli accordi Chiesa-Stato e la protezione costituzionale della libertà religiosa dei fedeli.

Inoltre, la comunità benedettina aveva presentato ricorso contenzioso-amministrativo in difesa del tempio e del suo regime giuridico. Da quel dato si deduce che non esisteva una posizione ecclesiale condivisa né un consenso reale da parte di coloro che hanno responsabilità diretta sulla Basilica.

Nell’ultima Assemblea Plenaria della Conferencia Episcopal Española, l’episcopato ha sostenuto unanimemente il lavoro di mediazione del cardinale Cobo. Tuttavia, nell’ultima Assemblea Plenaria, dopo la conoscenza dell’«accordo» firmato, la posizione è cambiata radicalmente. Il segretario generale e portavoce della CEE, Monsignor García Magán, ha dichiarato ai media che nella questione della Valle non erano stati nemmeno invitati come comparse, che si chiedesse direttamente al cardinale Cobo e che loro non sapevano nulla. Non è stata un’ambiguità diplomatica. È stato un distanziamento esplicito. L’organo assembleare dei vescovi spagnoli che mesi prima aveva sostenuto la mediazione si è completamente smarcato dal contenuto firmato.

Nonostante tutto ciò, dopo l’aggiudicazione del progetto vincitore del concorso, il cardinale ha manifestato pubblicamente il suo compiacimento. E lo ha fatto in un contesto in cui la difesa giuridica della sacralità e dell’integrità della Basilica era pubblica, nota e formalmente articolata in sede giudiziaria. L’opposizione giuridica non era ipotetica né futura: era già posta. Nonostante ciò, il cardinale non ha adottato una posizione di prudente riserva. Ha espresso il suo sostegno esplicito al progetto che sviluppava i termini dell’accordo firmato. Non è stato un silenzio né un’ambiguità: è stata una presa di posizione chiara. La collaborazione con le pretese del Governo non è stata episodica; è stata diretta, persistente e coerente con la decisione iniziale.

Qui emerge il nucleo del problema: la confusione tra mediazione e potestà, tra iniziativa personale e competenza reale. Mediare non è disporre. La mediazione non conferisce giurisdizione per impegnare giuridicamente terzi senza mandato espresso. L’arcivescovo di Madrid non ha competenza diretta sulla comunità monastica della Valle né potestà per ridefinire unilateralmente lo statuto interno di un tempio con regime singolare. Il rispetto del diritto e delle procedure non è un formalismo burocratico: è la garanzia contro l’arbitrarietà e l’abuso di autorità.

Il diritto canonico esige che chi governa sia adornato di fede solida, prudenza, saggezza, zelo per le anime e altre virtù umane che lo rendano apto al ministero. Deve godere di buona fama e vegliare sulla disciplina comune, evitando abusi. La prudenza implica non offrire coperture giuridiche inesistenti. Lo zelo pastorale esige custodire lo sacro. Le virtù umane includono il rispetto scrupoloso delle procedure e la coscienza dei propri limiti.

In qualsiasi buon amministratore —e a maggior ragione in un’alta gerarchia della Chiesa— il rispetto delle procedure e la prevenzione di arbitrarietà e abuso di potere sono essenziali. Trascurarli in una questione di questa portata non è una semplice goffaggine strategica; è un modo di procedere che compromette la fiducia istituzionale.

Niente obbligava il cardinale ad agire così. Non esisteva un mandato collegiale. Non constava il consenso della comunità responsabile. Non c’era urgenza che giustificasse l’elusione dei canali ordinari né l’assegnazione al Governo di un’abilitazione che non poteva concedere. La decisione è stata personale. E le conseguenze —ricorso giudiziario, distanziamento episcopale, controversia pubblica— lo sono anch’esse.

Governare Madrid esige qualcosa di più dell’iniziativa. Esige una chiara coscienza dei limiti giuridici propri e altrui, rispetto del diritto e capacità di agire con prudenza in questioni di massima sensibilità. Quando questi principi vengono ignorati in un caso che tocca il cuore stesso di un tempio e la libertà religiosa dei fedeli, la questione cessa di essere congiunturale.

Una leadership ragionevole e prudente, di fronte all’evidenza di un errore iniziale di tale portata, avrebbe optato per un altro cammino: rettificare pubblicamente, riconoscere la mancanza di integrazione e chiedere scusa alle parti direttamente interessate. Quella sarebbe stata la risposta coerente con la prudenza che esige il governo episcopale e con la responsabilità che impone la portata della questione. Tuttavia, è accaduto il contrario. Lontano dal correggere la rotta, si è sostenuto la decisione, si è riaffermato il sostegno al progetto impulsato dal Governo e, quando lo scandalo era ormai innegabile, si è spostato il focus sulla Segreteria di Stato di Sua Santità, suggerendo che la responsabilità ultima ricadesse su di essa. Persistere nell’errore, rafforzarlo e infine deviare il peso verso un altro livello istituzionale non è un gesto di governo forte; è un pasticcio difficile da giustificare.

Alla luce dei fatti, la domanda non può più essere elusa né ridotta a mera polemica congiunturale. Si formula con naturalezza in ambiti ecclesiali, in conversazioni discrete e in riflessioni pubbliche. Non è un’idea isolata né un’esagerazione retorica: è il dubbio che inizia a farsi strada tra fedeli e membri del clero. E quel dubbio è tanto semplice quanto grave: È veramente idoneo il cardinale Cobo per governare l’arcidiocesi di Madrid?

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