La Chiesa rimane giudice di se stessa, mentre le vittime non hanno diritto di essere informate sui procedimenti che le riguardano.
La Chiesa di Leone XIV, in perfetta continuità con quella di Francesco, dice molte parole belle sulla pedofilia e poi fa l’opposto. Nel caso di don Valentino Salvoldi, che abbiamo già raccontato in un primo articolo, la prescrizione dichiarata dalla giustizia italiana è stata seguita immediatamente da quella ecclesiastica. Papa Francesco aveva ribadito in più occasioni che gli abusi sui minori non prescrivono per la Chiesa e che, quindi, si fa sempre un’eccezione alla prescrizione in questi casi. Ma Salvoldi se l’è cavata. Vale la pena esaminare più da vicino il suo significativo caso, determinato dalla prescrizione e dall’insabbiamento delle autorità ecclesiastiche, nonché la figura chiave dell’indagine, l’avvocata milanese Arianna Dutto.
Come abbiamo visto, dopo la denuncia presentata dalla Rete contro l’Abuso sia alla magistratura che alla diocesi di Bergamo, la curia è obbligata, dopo alcune esitazioni, ad avviare un «indagine preliminare» sul sacerdote bergamasco. L’avvocata Dutto se ne occupa, ma fin dal primo momento si capisce che qualcosa non quadra: la delegata dell’indagine, infatti, contatta le vittime da un indirizzo email che appartiene al Servizio Tutela Minori della diocesi di Bergamo. Quando Stefano Schiavon, una delle vittime del sacerdote bergamasco, glielo fa notare e le chiede se le persone interessate a testimoniare sul caso devono contattarla a quell’indirizzo email, l’avvocata lo rimanda candidamente al suo indirizzo privato:
«Trattandosi di un procedimento giuridico, in ossequio ai principi di imparzialità e neutralità, è preferibile utilizzare il contatto scritto (l’indirizzo email che mi ha fornito, da cui le scrivo)».
Dutto fornisce alle vittime di Salvoldi un’email personale da utilizzare nella sua indagine sugli abusi denunciati e questo, per lei, risolve tutto, poiché non sembra vedere alcun problema nel mantenere la sua duplice funzione come membro del Servizio Tutela Minori della diocesi e come persona incaricata di valutare la responsabilità di un sacerdote denunciato proprio per abusi sui minori, come se bastasse cambiare indirizzo per garantire «l’imparzialità e l’obiettività». Senza contare che in molti scambi email che l’avvocata mantiene con le vittime, il Servizio Tutela Minori della diocesi è comunque in copia.
Avvocata del Foro di Milano e esperta in reati contro le persone (attualmente si occupa anche della difesa di diversi carabinieri coinvolti nella morte dell’egiziano Ramy Elgaml, di 19 anni, ucciso il 24 novembre 2025 dopo un inseguimento), l’avvocata non solo fa parte di diverse commissioni per la tutela dei minori, ma è senza dubbio un’avvocata di fiducia della Chiesa. Infatti, rappresenta la CEI nel processo in corso per l’uso presunto a fini privati di oltre due milioni di euro dell’otto per mille e di fondi vaticani destinati alla diocesi di Ozieri, in provincia di Sassari; processo in cui sono accusati Antonino Becciu, fratello del cardinale Angelo Becciu, il vescovo di Ozieri Corrado Melis e altre sette persone, accusate di vari reati di malversazione, riciclaggio, falsità in dichiarazioni al pubblico ministero e favoreggiamento.
Dutto ha un evidente conflitto di interessi, e non è l’unica nella Chiesa che si occupa dei minori abusati con la mano destra e degli abusanti con la sinistra. C’è almeno un precedente illustre, un altro principe del foro milanese, Mario Zanchetti: avvocato dell’arcidiocesi di Milano, faceva parte della commissione diocesana per la tutela dei minori negli stessi anni in cui era il difensore di don Mauro Galli, il sacerdote di Rozzano che aveva portato a letto un ragazzo di quindici anni, condannato a tre anni (con patteggiamento) dalla giustizia italiana e assolto da quella ecclesiastica, che aveva giudicato «non colpevole» l’accusato.
Questo fatto di essere allo stesso tempo giudice e parte, cioè giudice di se stessa, questo sentirsi al di sopra delle norme, è del resto tipico della Chiesa italiana: la CEI, per espressa dichiarazione del suo presidente, il cardinale Matteo Zuppi, non ha voluto una commissione indipendente sugli abusi clericali, come è accaduto in molti altri paesi, ma ha optato per la comoda via dell’indagine interna, che finora ha prodotto «rapporti» e «dati» con cifre scarse e totalmente inaffidabili, risultato di questionari a cui molte diocesi non hanno nemmeno risposto (per chi volesse approfondire, c’è un ottimo lavoro di Adista, qui e qui).
Queste indagini si basano proprio sull’attività dei Servizi regionali, dei Servizi diocesani e interdiocesani e dei Centri di ascolto per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili, di cui fa parte l’avvocata Dutto. Creati nel 2019 dalle Linee guida della CEI e della Conferenza Italiana Superiori Maggiori (l’organismo che supervisiona gli ordini religiosi) su indicazione del motu proprio Vos Estis Lux Mundi di papa Francesco, hanno funzionato in modo intermittente e, ancora una volta, senza la dovuta trasparenza. 32 delle 130 sportelli diocesani di ascolto per le vittime sono stati esaminati in uno studio realizzato dalla Rete contro l’Abuso, durato due anni, e che ha evidenziato che, in sostanza, servono a fornire informazioni alla diocesi sui sacerdoti abusanti. Lo ha affermato apertamente l’avvocato Mario Caligiuri, rappresentante legale della Rete contro l’Abuso, in una conferenza stampa tenuta il 24 febbraio 2026:
«Quando si riceve una denuncia di reato, i centri di ascolto previsti dalle linee guida della CEI non conducono formalmente un’indagine, ma costituiscono piuttosto un punto di accesso informale; ascoltano, a volte prendono nota e trasmettono tutto al vescovo».
Secondo quanto rivelato dallo studio della Rete contro l’Abuso (qui in dettaglio), quando una vittima si rivolge a un centro di ascolto della diocesi, si trova di fronte a tre strutture che non comunicano tra loro:
«La prima è un ufficio che raccoglie i dati delle vittime e li trasmette al vescovo, che deciderà se procedere all’indagine preliminare e inviare tutto al Dicastero per la Dottrina della Fede. Detto ufficio, come detto, raccoglie i dati della vittima e li trasmette alla seconda struttura, ma al contempo non ha accesso agli atti completi. Quindi, conosce i dati individuali forniti da ciascuna vittima, ma ignora se il fascicolo principale contenga altre vittime di quel sacerdote.
Da lì, come prima della creazione degli sportelli, il vescovo ha la facoltà di avviare un’indagine preliminare e inviare tutto alla terza struttura — il Dicastero per la Dottrina della Fede — o non farlo. Ovviamente, né la vittima né lo sportello che l’ha accolta avranno accesso a quegli atti né potranno verificare il processo reale seguito. Bisognerà fidarsi di quanto afferma il vescovo».
E questo è quanto è accaduto anche a Stefano Schiavon, che, dopo aver inviato la sua testimonianza il 18 novembre 2024 (entro il termine di sei giorni concesso), non ha più avuto notizie sull’andamento dell’indagine preliminare fino all’11 febbraio 2025, quando l’avvocata Dutto, sempre tramite l’email del Servizio Tutela Minori della diocesi di Bergamo, gli ha notificato la conclusione del suo lavoro con l’usuale empatia fraterna:
Gentile signore:
In merito all’indagine preliminare canonica avviata dalla diocesi di Bergamo nei confronti del reverendo Valentino Salvoldi, le comunico che, una volta conclusa la fase diocesana, il fascicolo è stato debitamente trasmesso al Dicastero per la Dottrina della Fede affinché lo stesso prenda le decisioni di competenza.
Di fronte alla legittima richiesta di Schiavon di conoscere le conclusioni della «fase diocesana» e ottenere informazioni sul successivo procedimento presso il Dicastero per la Dottrina della Fede, l’avvocata Dutto risponde immediatamente che non può dargli nulla e che tanto meno può informarlo:
Il fascicolo è riservato e, al momento, la diocesi non è autorizzata a fornire alcuna informazione né alle persone che si sono dichiarate offese e hanno offerto il loro contributo, né all’indagato.
Gli atti sono stati consegnati al Dicastero per la Dottrina della Fede perché, secondo il diritto canonico, detto Dicastero è competente in materia e, in questo momento, il vescovo dovrà attendere le comunicazioni o le istruzioni al riguardo da parte dello stesso.
Una volta ricevuti i documenti dell’indagine preliminare e studiati attentamente, il Dicastero per la Dottrina della Fede ha diverse possibilità di azione: archiviare il caso; richiedere un’indagine più approfondita dell’indagine preliminare; imporre misure disciplinari non penali, normalmente mediante un precetto penale; imporre pene penali o penitenziali, o ammonimenti o riprensioni; aprire un processo penale; individuare altre vie di ricorso pastorale. In quel momento, la decisione sarà comunicata al vescovo, con le istruzioni adeguate per attuarla.
Per quanto riguarda i termini, non c’è una scadenza; in generale, si può presumere che la decisione sia presa entro sei mesi, ma, come comprenderà, ogni caso ha le sue particolarità e, quindi, il Dicastero potrebbe esaminare i documenti e prendere una decisione in un tempo più breve o più lungo di quello indicato.
Non esistono disposizioni specifiche che regolino la comunicazione del risultato dell’indagine alle persone che, come lei, si sono dichiarate offese e hanno collaborato alla fase di indagine preliminare.
Secondo il diritto canonico, la persona offesa non ha diritto a ricevere alcuna informazione sul risultato del caso. A parole, si incoraggiano le vittime di abusi a rivolgersi ai Servizi Tutela Minori delle diocesi, ma nella pratica, a chi denuncia un sacerdote pedofilo non si riconosce nemmeno il diritto di essere informato sul risultato dell’indagine.
Così, il fascicolo di Salvoldi è arrivato in Vaticano e lì, di fatto, se n’è persa la traccia. Si invita le vittime ad aspettare un tempo indefinito e senza nemmeno la garanzia di ottenere una risposta prima o poi.
Passano i mesi e non accade nulla. Ma Schiavon è una persona tenace: si è messo in contatto con i suoi amici dei campi estivi, ha parlato con la stampa, ha denunciato e ha ottenuto che il caso si aprisse dopo più di vent’anni; non è uno che si arrende senza una risposta. Così, otto mesi dopo, il 7 ottobre 2025, torna a contattare Arianna Dutto per chiederle del procedimento. Tre giorni dopo arriva la lapidaria risposta dell’avvocata:
Gentile professor Schiavon:
In risposta alla sua lettera del 7 ottobre scorso, le comunico che il Dicastero per la Dottrina della Fede ha ritenuto prescritti i fatti oggetto della denuncia e che non si può fare eccezione alla prescrizione decorso il termine.
Schiavon prende atto: vuole sapere se le altre vittime sono state informate e, ancora una volta, chiede di poter vedere i documenti di tutto il caso. Ancora una volta, gli si dice di no, ma con una beffa finale: se lo desidera davvero, Schiavon può rivolgersi direttamente al Dicastero per la Dottrina della Fede, di cui, tuttavia, l’avvocata Dutto non ha nemmeno un indirizzo email:
Gentile professor Schiavon:
Una volta conclusa la fase diocesana, il fascicolo è stato trasmesso al Dicastero per la Dottrina della Fede, per cui non dispongo dei documenti, che, del resto, non possono essere divulgati in virtù della normativa canonica (nemmeno al chierico su cui è stata condotta l’indagine preliminare).
Per motivi di riservatezza, non posso rispondere alla domanda che mi ha posto riguardo ad altre persone.
Le indico l’indirizzo del Dicastero per la Dottrina della Fede, al quale, se lo desidera, può rivolgersi (non dispongo di un indirizzo email).
Dicastero per la Dottrina della Fede, Palazzo del Sant’Uffizio, 00120 Città del Vaticano.
Cordiali saluti,
Arianna Dutto, ex delegata per le indagini.
Schiavon, comprensibilmente, si ribella a rassegnarsi e chiede ulteriori chiarimenti a Dutto: allora, Salvoldi, dopo tutto quanto è stato accertato anche in ambito penale, continuerà a essere sacerdote, celebrando messa circondato da chierichetti e confessando adolescenti?
L’avvocata, ormai decisamente esasperata da tanta insistenza, chiude il dibattito:
Gentile professor Schiavon:
Come in ogni altro ordinamento, anche in quello canonico l’archiviazione di un procedimento per prescrizione implica l’impossibilità di applicare una pena, inclusa, nel sistema canonico, la dimissione dallo stato clericale.
Al presbitero in questione, anche a causa dell’età raggiunta, non gli vengono conferiti incarichi o funzioni ecclesiastiche, inclusi, quindi, quelli che comportano il contatto con i minori.
Infine, le informo che la mia partecipazione al procedimento in questione si è conclusa ampiamente e completamente, per cui approfitto di questa ultima occasione per augurarle ogni bene.
Il caso è prescritto e non si può pretendere nulla di più dalla Chiesa, e tanto meno la dimissione dal sacerdozio del sacerdote che, tuttavia, secondo quanto assicura la diocesi, è ormai anziano e non ha incarichi ufficiali. Schiavon e tutte le altre vittime adolescenti ingannate e abusate da un sacerdote, invece della giustizia promessa, dovranno accontentarsi di questo fragile assioma: il loro abusatore è andato in pensione e non potrà più fare (troppo) danno. Parola di vescovo.
Come ha detto Leone XIV l’8 gennaio 2026 chiudendo il concistoro straordinario, «molte volte lo scandalo nella Chiesa è dovuto al fatto che si è chiusa la porta e non si è accolto le vittime, accompagnandole con la vicinanza di autentici pastori». La Chiesa che finge di scandalizzarsi per ciò che fa la Chiesa.
Questo articolo è stato pubblicato originariamente in italiano sul Substack di Federica Tourn