Il Dicastero per la Dottrina della Fede salva il «mendicante d’amore» don Valentino Salvoldi, sacerdote della diocesi di Bergamo, nonostante le decine di testimonianze di abusi sessuali contro di lui.
Portava i bambini nel suo letto, li baciava a lungo in bocca e si strofinava contro di loro con la scusa di parlare di Dio, li faceva spogliare e li accarezzava mentre si lavavano nudi con lui durante i campi estivi. Cene a lume di candela in cui il sacerdote incoraggiava i ragazzi a toccarsi tra loro, manipolazioni che durarono anni, tra elogi e promesse di far parte di un’élite spirituale in cui non si applicavano le norme comuni.
Tuttavia, tutto questo non è stato sufficiente per portare l’abusatore in giudizio: il caso di don Valentino Salvoldi, sacerdote della diocesi di Bergamo, responsabile di aver molestato e abusato sessualmente di almeno 21 ragazzi, tra cui diversi minori, si è concluso con l’archiviazione penale e canonica. Il 3 settembre 2024, la procuratrice Elena Torresin, procuratrice aggiunta della Repubblica del tribunale di Udine, aveva già deciso di non procedere contro il sacerdote, oggi ottuagenario, perché i reati erano prescritti, decisione confermata nel 2025 dal Dicastero per la Dottrina della Fede, che ha deciso di «non derogare alla prescrizione trascorsa».
Papa Francesco aveva ribadito in più occasioni che gli abusi sui minori non prescribono in Chiesa e che si rinuncia sempre alla prescrizione in questi casi, ma i giudici del Dicastero diretto dal prefetto Tucho Fernández devono avere poca memoria. D’altra parte, anche l’esortazione di Bergoglio alla «tolleranza zero» sugli abusi è rimasta una dichiarazione di intenti, qualcosa di bello da dire ma che poi non si ha realmente intenzione di mettere in pratica, certo non a costo del buon nome della Chiesa e dei suoi vescovi. Proprio sugli abusi e sulla mancanza di ascolto delle vittime è tornato anche papa Leone all’inizio di gennaio, nell’intervento conclusivo del primo concistoro straordinario del suo pontificato, celebrato davanti a 170 cardinali:
«L’abuso stesso causa una ferita profonda che forse dura per tutta la vita; ma spesso lo scandalo in Chiesa è dovuto al fatto che si è chiusa la porta e non si è accolto le vittime, accompagnandole con la vicinanza di autentici pastori».
Tuttavia, la piena consapevolezza del problema da parte del Vaticano non corrisponde a una reazione adeguata: le autorità ecclesiastiche, a tutti i livelli, continuano a tenere sotto chiave i cassetti con i documenti sui casi di violenza sessuale e sono desiderose di chiudere i spinosi fascicoli di pedofilia clericale, per poter continuare ad agire senza fastidi, come dimostra il vescovo immutabile di Piazza Armerina, Rosario Gisana (di cui parliamo nel podcast La Confessione), oggi giudicato per falso testimonio.
Il caso giudiziario di don Salvoldi è, quindi, molto interessante perché mette in evidenza il comportamento omertoso, la totale mancanza di trasparenza e il colpevole ritardo della Chiesa nei casi di abuso. E non solo: i sacerdoti e i vescovi sono così indifferenti alla sofferenza delle vittime che non si preoccupano nemmeno di salvare le apparenze, e arriva persino a capitare che affidino le indagini sui sacerdoti pedofili alle stesse persone che si occupano dei Servizi Diocesani per la Tutela dei Minori.
Ci arriveremo. Ma prima va sottolineato che, ancora una volta, se ci siamo accorti del caso di un sacerdote abusatore non è grazie a un gesto di trasparenza della Chiesa, che è la direttamente responsabile, ma unicamente al coraggio delle vittime, che lo hanno denunciato alla giustizia e alla stampa. Il primo di loro è stato Stefano Schiavon, che aveva 17 anni al momento dei fatti e che ha localizzato decine di ragazzi che frequentavano i campi estivi organizzati dal carismatico sacerdote di Bergamo tra gli anni ’90 e 2000, ricostruendo con precisione la dinamica degli approcci, la manipolazione e gli abusi. Ho raccontato la storia di Valentino Salvoldi, predatore seriale di bambini, in due articoli pubblicati su Domani, il 27 dicembre 2023 e il 10 febbraio 2024. Così Salvoldi interpretava la sua vocazione sacerdotale:
Don Valentino Salvoldi, sacerdote della diocesi di Bergamo, si definisce «un mendicante d’amore». È un predicatore appassionato che dedica la sua vita a liberare il messaggio evangelico dalle catene in cui, secondo lui, una Chiesa troppo rigida lo ha incatenato: parla della gioia del corpo e invita a sostituire il segno della pace alla fine della messa con lunghi abbracci. Dopo essere stato missionario in Africa, torna in Italia e, all’inizio degli anni ’90, inizia a organizzare campi per giovani adulti in cui assume il ruolo di sacerdote progressista, aperto al dialogo e critico verso la società capitalista. Tuttavia, presto decide di rivolgersi agli adolescenti perché, secondo lui, è l’età in cui si forma la persona e dopo «è tardi per cambiare». Li invita a cercare la verità, a viaggiare e a scegliere un maestro di vita che li guidi. Proprio questa è la relazione che stabilisce con i suoi «prediletti», a cui presta particolare attenzione, baciandoli in bocca e portandoli a letto «per un pisolino» o per la confessione. Sono bambini, alcuni hanno appena tredici anni, e l’esperienza di un campo estivo con un sacerdote che osa dire cose trasgressive li affascina. Lui li ricompensa con elogi e incoraggiamenti e, se si ritraggono quando li tocca nelle parti intime, li rassicura immediatamente: «quello che facciamo qui è buono».
«Era il 1996 o 1997: durante un campo estivo in Val d’Ossola, Salvoldi ci portò a fare il bagno in una sorgente di acqua calda», racconta Samuele (nome fittizio). «Lì, senza scambiare molte parole, come se fosse già chiaro cosa sarebbe successo, i ragazzi ci spogliammo e il prete fece lo stesso —continua Samuele—. Ci immergemmo nell’acqua e, a turno, ricevemmo le carezze e i baci di don Valentino. Se qualcuno iniziava a eccitarsi, don Valentino spiegava che era «solo una cosa meccanica» e che anche a lui «si sarebbe indurito» —parole testuali— se l’avesse messa sotto il potente getto di acqua termale». Lo stesso Salvoldi, precisa Samuele, commentava poi la giornata con i ragazzi davanti alle madri venute a prenderli, normalizzando così quanto era appena accaduto.
Ad agosto 2002, a Mione, in provincia di Udine, Francesco (nome fittizio), oggi di 44 anni, si trova in uno dei campi organizzati da Salvoldi: «Creava un’atmosfera suggestiva per i bambini, con rituali notturni caratterizzati da luci soffuse e musica, in cui lui era il guru: ricordo bene di averlo visto baciare alcuni ragazzi», racconta. Davide (nome fittizio), che allora aveva appena vent’anni, partecipò anche lui al campo di Mione e ricorda l’atmosfera «paraspirituale» creata dal sacerdote e le serate a lume di candela: «Un bambino, visibilmente depresso, era il paggio di compagnia di Valentino», dice. «La mia storia —sottolinea Davide— mostra come il sacerdote sia capace di aspettare il momento giusto e la meccanica premeditata e dolosa del suo comportamento».
Nel campo, Salvoldi non cerca di avvicinarsi fisicamente a Davide —solo una volta gli si avvicina per annusargli i capelli—, ma gli chiede di aiutarlo a redigere il libro che sta scrivendo. Così, Davide corregge le bozze di don Salvoldi per un paio d’anni; una volta finito il lavoro, vuole inviargli il testo, ma il sacerdote insiste perché glielo consegni di persona. Il sacerdote gli chiede di incontrarlo in un paese da cui sta passando; prima pranzano a casa di un amico e poi vanno all’hotel dove alloggia per parlare del libro. «Non appena entrai nella stanza, Salvoldi mi infilò la lingua in bocca e ricordo il disgusto che provai, la sensazione della sua barba ruvida sul mento. Disgustato, me ne andai immediatamente», dice Davide.
E qualche anno dopo, ecco i ricordi di un altro testimone, Ettore (nome fittizio): «Partecipai a due campi di Salvoldi, nel 2006 e 2008, quando avevo 16 e 18 anni —racconta—. La prima notte, don Valentino mi chiamò nella sua stanza perché voleva parlarmi. Mi disse di sdraiarmi sul letto per abbracciarci, ma mi rifiutai». Ettore riesce a non lasciarsi ingannare dal sacerdote, ma si rende conto dell’atmosfera peculiare che lo circonda: «Durante questi campi si celebrava una cena a lume di candela in cui ci davamo da mangiare a vicenda —racconta a Domani— e poi invitavano i ragazzi ad abbracciarci infilandoci le mani sotto la maglietta». E non solo: «Vidi chiaramente don Valentino baciare a lungo in bocca un ragazzo seduto sulle sue ginocchia». Ettore è sconcertato, ma pensa che se nessuno ha nulla da obiettare, forse anche i baci fanno parte del «rituale». «Valentino diceva che le regole del mondo esterno non valevano, che con lui bisognava seguire nuove regole basate sull’amore, il contatto fisico e il stare insieme».
Il sacerdote si sposta tra Lombardia, Roma e Africa, dove ama predicare l’amore in tutte le sue forme (almeno finché non lo cacciano) e dove la sua alta considerazione di sé lo porta a cadere in alcuni peccati di vanità:
Sul suo sito web, i dati biografici sono generici: scrive di aver studiato per venticinque anni e di aver insegnato per altri tanti filosofia e teologia morale, soprattutto come professore ospite in paesi del terzo mondo. «Ora sono al servizio della Santa Sede per la formazione del clero delle Chiese giovani», aggiunge, senza specificare in cosa consista questo «servizio». È un «fidei donum», cioè un sacerdote inviato a esercitare il ministero in terre di missione, ma soprattutto è un autore molto prolifico: pubblica con diverse case editrici (Paoline, Elledici, Gabrielli editori, Città Nuova e altre) saggi divulgativi sulla morale, raccolte di preghiere, biografie, alcuni dei quali tradotti anche all’estero. Il suo stile è enfatico, pieno di frasi ad effetto, e il tema ricorrente è l’amore in tutte le sue espressioni. Sulla pagina web di Gabrielli editori si legge che è stato professore di filosofia e teologia morale all’Accademia Alfonsiana di Roma e che «per il suo impegno è stato espulso da sette stati africani, si è confrontato due volte con il plotone d’esecuzione in Nigeria ed è scappato dalla lapidazione in Bangladesh». In realtà, la sua docenza all’Alfonsiana si limita a un solo semestre, nel 1988-1989, «come invitato, con un corso su «Il sacro nelle culture africane»», come attesta padre Maurizio Faggioni, professore di bioetica nello stesso istituto.
È così preoccupato di costruire la sua immagine di erudito e missionario devoto che investe qualche centinaio di dollari per far includere il suo nome nell’annuario «Distinguished leadership» («per i suoi eminenti contributi come scrittore e promotore di giustizia e pace»), pubblicato a titolo oneroso dall’American Biographical Institute di Raleigh, Carolina del Nord, un ente che è stato denunciato più volte per truffa. Un dettaglio che conferma l’egocentrismo del sacerdote, che durante una conferenza in Etiopia nel 2002 non ha temuto di definirsi troppo «bello e intelligente» per piacere alla Chiesa; una Chiesa che «gli ha paura» e preferisce ordinare persone «più normali».
Insoddisfatto dell’attività dei campi scolastici, Salvoldi decide all’inizio degli anni 2000 di pensare in grande e fonda l’organizzazione non profit Shalom, «un’organizzazione non profit di utilità sociale, il cui obiettivo è la formazione morale e la crescita culturale dei giovani». Il suo motto è «i giovani salvano i giovani» e promette «la gioia di ascoltare il rullo dei tamburi, mentre i piedi si muovono gioiosamente nella danza del sogno di «cieli nuovi e terra nuova»», come si legge in un opuscolo di presentazione. Il presidente è suo fratello, Giancarlo Salvoldi, politico, eletto deputato per i Verdi dal 1987 al 1992. Dopo qualche anno, l’organizzazione non profit viene liquidata e su Internet non si trovano tracce di progetti realmente realizzati.
Fratello di un ex deputato, Salvoldi è, quindi, un sacerdote evanescente, un missionario senza parrocchia con una biografia vaga e poco chiara persino per la sua stessa diocesi, che sembra conoscerlo molto poco. Don Francesco Airoldi, vicedirettore del Servizio Diocesano per la Tutela dei Minori di Bergamo e cancelliere episcopale, risponde alla richiesta di informazioni sul sacerdote da parte dei carabinieri con una lettera piena di «per quanto ci consta», sottolineando che Salvoldi «svolge la sua attività principalmente al di fuori del territorio della diocesi di Bergamo e per altre entità ecclesiastiche». In definitiva, si lava le mani, e si mostra altrettanto evasivo quando viene interrogato il 14 novembre 2023 come persona informata sui fatti, al punto che la polizia, nella relazione finale dell’indagine inviata al procuratore aggiunto, qualificherà di «pilatesco» il comportamento dei vertici della curia di Bergamo, «disposta a ignorare del tutto gli atti del sacerdote Salvoldi e a trincerarsi dietro competenze cavillose di carattere burocratico-statale con l’unico fine di salvaguardare l’altruità dei fatti dalla propria diocesi».
Il Servizio Diocesano per la Tutela dei Minori di Bergamo ha risposto con un certo disagio alla denuncia su Salvoldi ricevuta il 18 ottobre 2023 da parte di Francesco Zanardi, presidente della Rete contro l’Abuso, che si faceva portavoce di «una decina di vittime» e chiedeva l’apertura di un’indagine preliminare sul sacerdote. «Questo Servizio Diocesano è senz’altro disposto ad ascoltare direttamente le persone interessate», ha scritto la responsabile del Centro di Ascolto del Servizio Diocesano per la Tutela dei Minori, Rosaria Cavallaro, e ha specificato: «Per aprire un’indagine preliminare in modo efficace e fruttuoso, è fondamentale conoscere l’identità dei denuncianti e raccogliere direttamente il loro racconto». Lo stesso giorno, Zanardi ha inoltrato la denuncia anche al presidente dei vescovi, il cardinale Matteo Zuppi, e sei giorni dopo ha presentato una denuncia alla Procura.
La notizia del sacerdote missionario troppo attento ai bambini è arrivata alla stampa e il 24 dicembre è apparsa una breve nota sul sito web della diocesi:
«In relazione ad alcune notizie apparse sulla stampa riguardanti un sacerdote anziano del clero di questa diocesi per presunti fatti risalenti agli anni ’90, sono già state prese le misure pertinenti per attivare le procedure previste dal diritto canonico, senza pregiudizio del rispetto per il lavoro della magistratura nell’obiettivo comune di accertare la verità».
Il 27 dicembre esce l’articolo su Domani e due giorni dopo Salvoldi risponde sulle colonne del Corriere della Sera che è innocente e che i baci e gli abbracci «erano segni di tenerezza e pace, di amore a Dio» e che la sua era «una pedagogia liberatrice».
La diocesi di Bergamo e la CEI sono, quindi, informate da ottobre 2023 che il sacerdote missionario Salvoldi ha una inclinazione per i bambini, ma aspettano più di un anno prima di avviare un’indagine su di lui. Di fatto, Stefano Schiavon non è stato contattato dalla diocesi di Bergamo fino al 15 novembre 2024 come «persona potenzialmente informata sui fatti», 367 giorni dopo la dichiarazione di don Airoldi ai carabinieri. Ma se la diocesi ci ha pensato a lungo, la testimonianza della vittima deve arrivare immediatamente, al più tardi entro sei giorni, festivi inclusi. Vale la pena riprodurre integralmente l’email per apprezzare l’empatia della Chiesa verso una possibile vittima:
Gentile Dott. Schiavon:
Nel processo canonico che la diocesi di Bergamo sta conducendo contro il reverendo Valentino Salvoldi, è emerso il suo nome come persona potenzialmente informata sui fatti oggetto dell’indagine, in conformità alla legge canonica.
Per questo motivo, la diocesi di Bergamo la invita a rendere testimonianza sui fatti oggetto di indagine nel procedimento canonico menzionato, precisando fin da questo momento che non è obbligato a presentarsi né a rendere testimonianza. Se decide di testimoniare, si concorderà la data e l’ora della sua udienza; se decide di non accettare l’invito, il procedimento canonico seguirà il suo corso normale.
Si precisa con la presente che la testimonianza nell’ambito canonico non comporta né implica in alcun modo la privazione o limitazione di alcun diritto davanti all’autorità giudiziaria competente dello Stato italiano, trattandosi di due ordinamenti (quello canonico e quello civile) indipendenti e autonomi, ciascuno regolato dalle proprie norme.
In attesa di una cortese risposta, la ringraziamo e la salutiamo cordialmente.
Ma il meglio viene ora. L’email è firmata da «la dottoressa Arianna Dutto, delegata dell’indagine» e proviene direttamente dalla Tutela minori della curia di Bergamo (tutelaminori@curia.bergamo.it), un indirizzo email piuttosto singolare per una persona che si occupa di un’indagine su un sacerdote pedofilo. Ugualmente singolare è la professione della stessa incaricata: di fatto, Arianna Dutto, avvocata del Foro di Milano, non solo fa parte, come si è capito, del Servizio per la Tutela dei Minori della diocesi di Bergamo, ma è anche membro di diverse commissioni per la tutela dei minori e consulente di organismi ecclesiastici e ordinari della Chiesa cattolica; fa anche parte del Servizio Regionale per la Tutela dei Minori del Lazio. Un curriculum notevole —non a caso viene spesso chiamata per tenere formazione nell’ambito ecclesiastico—, ma certo non è proprio una garanzia di imparzialità in un’indagine per abusi sui minori.
Questo articolo è stato pubblicato originariamente in italiano sul Substack di Federica Tourn