I gesuiti ottengono la prigione per sette vicini per aver scritto su Facebook contro la violenza dei mena

I gesuiti ottengono la prigione per sette vicini per aver scritto su Facebook contro la violenza dei mena

Il Servizio Gesuita per i Migranti ha espresso la sua soddisfazione dopo la sentenza della Corte Suprema che conferma pene detentive per sette persone per commenti pubblicati su Facebook nel 2017 contro i minori stranieri non accompagnati a Melilla. La risoluzione giudiziaria arriva dopo un lungo procedimento avviato, tra gli altri, dall’accusa popolare esercitata dalla stessa organizzazione gesuita, il cui intervento è stato determinante affinché il caso arrivasse alla massima corte.

La Sezione Penale della Corte Suprema ha imposto pene da otto mesi a un anno e dieci mesi di prigione per il reato di odio. Secondo la sentenza, i condannati hanno diffuso sui social network Facebook commenti aggressivi in cui si riferivano ai minori immigrati come “feccia”, “immondizia” o “gentaglia”, e in cui si proponeva la creazione di pattuglie di vigilanza o si li esortava a tornare nel loro paese.

Il tribunale considera che queste espressioni non possano essere protette dalla libertà di espressione, ritenendo che costituiscano messaggi umilianti e incitatori all’odio contro un collettivo vulnerabile. La sentenza indica che la libertà di espressione “non è un diritto assoluto” quando entra in conflitto con altri diritti costituzionali e quando i messaggi hanno la capacità di generare ostilità o avversione sociale.

Un processo giudiziario avviato dall’accusa gesuita

Il procedimento ha origine da commenti pubblicati nel 2017 nel gruppo Facebook “Opinión Popular de Melilla”, che contava circa 14.000 membri in una città di circa 85.000 abitanti. Inizialmente, il Tribunale Penale n. 2 di Melilla ha assolto i dieci accusati considerando che le espressioni, sebbene dure, fossero protette dalla libertà di espressione.

La situazione è cambiata quando la Procura e l’accusa popolare —esercitata dal Servizio Gesuita per i Migranti— hanno impugnato l’assoluzione. La Corte d’Appello di Málaga ha revocato parzialmente quella decisione e ha condannato sette degli accusati per reato di odio, assolvendone tre. La Corte Suprema ha ora confermato quel criterio.

La sentenza, tuttavia, applica a tutti i condannati l’attenuante molto qualificata di dilazioni indebite a causa della durata del procedimento, che si è protratto per quasi nove anni. Questa circostanza ha provocato la riduzione delle pene inizialmente imposte.

La soddisfazione del Servizio Gesuita per i Migranti

Dopo la conoscenza della risoluzione, il Servizio Gesuita per i Migranti ha valutato positivamente il verdetto della Corte Suprema. Il suo avvocato, Javier Moreno Gómez, ha difeso che la sentenza stabilisce chiaramente che questo tipo di commenti non possono essere considerati semplici opinioni protette dalla libertà di espressione.

L’organizzazione ha interpretato la decisione giudiziaria come un modo per proteggere l’infanzia migrante di fronte a discorsi ostili e ha insistito sulla necessità di combattere questo tipo di messaggi nello spazio pubblico e sui social network.

Tuttavia, il tono di soddisfazione mostrato dall’ente ha generato critiche e sorpresa in vari ambiti. Non sono pochi gli osservatori che considerano notevole che un’organizzazione legata alla Chiesa celebri pubblicamente una risoluzione che invia in prigione diversi cittadini per commenti pubblicati sui social network, tanto più quando quei messaggi sono emersi in un contesto sociale segnato dalla tensione intorno all’immigrazione irregolare e alla presenza di minori stranieri non accompagnati in città.

Un dibattito sociale di fondo

Il caso riporta sul tavolo il dibattito sui limiti della libertà di espressione e sull’applicazione del reato di odio in Spagna. Riflette anche il clima di tensione esistente in Spagna, dove la questione dei minori immigrati sta generando un problema di criminalità difficile da sostenere.

In quel contesto, la risposta penale è stata sproporzionata di fronte a scoppi verbali prodotti sui social network da cittadini che esprimevano la loro frustrazione di fronte a problemi di convivenza e sicurezza.

La sentenza della Corte Suprema chiude il percorso giudiziario del caso, ma non il dibattito pubblico. E l’implicazione diretta del Servizio Gesuita per i Migranti come accusa popolare, nonché la sua successiva soddisfazione per il risultato penale del processo, hanno aggiunto un elemento di controversia che riporta al centro della discussione il ruolo che determinate organizzazioni ecclesiali stanno svolgendo in conflitti sociali di grande sensibilità.

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