Il grave errore del nuovo documento sinodale: pretendere di «ridedinire» il ministero ordinato

Il grave errore del nuovo documento sinodale: pretendere di «ridedinire» il ministero ordinato
Stift Heiligenkreuz

Tra i testi emersi dal processo sinodale, le conclusioni pubblicate ieri con il titolo: «Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione. Gruppo di studio n. 4. La revisione della Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis in prospettiva sinodale missionaria» destano una particolare preoccupazione per le loro implicazioni teologiche. In esso appare una formulazione errata: l’esortazione a “rafforzare la dimensione ecclesiological del ministero ordinato, ridefinendolo ‘in e da’ il Popolo di Dio”.

La frase non è secondaria. Si trova al nucleo del documento e fa parte della proposta di ripensare la formazione sacerdotale in chiave sinodale. Il problema è che la letteralità non parla di ridefinire la formazione sacerdotale, ma di ridefinire il ministero stesso. Il testo afferma che, in una Chiesa concepita come rete di carismi e ministeri, sarebbe necessario ricalibrare l’identità del presbitero all’interno di quella dinamica comunitaria.

Tuttavia, il problema non è meramente pastorale, ma teologico. La Chiesa cattolica ha sempre sostenuto che il ministero ordinato non è una struttura organizzativa suscettibile di ridisegno storico. Appartiene alla costituzione divina della Chiesa.

Cristo ha istituito il ministero apostolico scegliendo i Dodici, conferendo loro autorità e inviandoli a insegnare, santificare e governare nel suo nome. Quel ministero si trasmette sacramentalmente mediante il sacramento dell’Ordine nella successione apostolica. Per questo il Concilio di Trento ha definito che l’Ordine è uno dei sette sacramenti istituiti da Cristo e che la Chiesa non ha potestà sulla sua sostanza.

Il Concilio Vaticano II ha riaffermato questa stessa dottrina. I vescovi ricevono la pienezza del sacramento dell’Ordine e i presbiteri partecipano del loro ministero in virtù dell’ordinazione sacramentale. Il sacerdote agisce in persona Christi capitis, cioè nella persona di Cristo capo della Chiesa. La sua autorità non deriva dal Popolo di Dio, ma da Cristo stesso.

Qui appare il punto critico del linguaggio utilizzato nel documento sinodale. Parlare di “ridefinire” il ministero ordinato “dal Popolo di Dio” introduce un’ambiguità che altera la logica tradizionale dell’ecclesiologia cattolica.

Nella teologia cattolica la relazione è chiara: il ministero esiste per il Popolo di Dio, ma non procede da esso. L’origine del ministero è in Cristo e la sua trasmissione nel sacramento dell’Ordine. Il popolo cristiano è il destinatario del ministero, non la sua fonte.

Quando quella relazione si inverte, il linguaggio comincia ad avvicinarsi a categorie tipicamente protestanti. Nell’ecclesiologia luterana classica, il ministero sorge dalla comunità credente ed è delegato da essa per la predicazione del Vangelo. Il pastore non riceve un carattere sacramentale che lo configuri ontologicamente con Cristo, ma una funzione affidata dalla comunità.

La Chiesa cattolica ha sempre respinto questa interpretazione proprio perché rompe il legame sacramentale tra Cristo e il ministero apostolico. Il sacerdote non è un portavoce della comunità. È un ministro configurato sacramentalmente con Cristo per agire nel suo nome.

Il documento del gruppo di studio cerca di evitare quella conclusione affermando che l’autorità dei pastori è “un dono specifico dello Spirito legato al sacramento dell’Ordine”. Ma quell’affermazione convive con una formulazione che sposta l’accento verso una reinterpretazione comunitaria del ministero.

Il problema non è solo teologico. È anche metodologico. Il testo stesso riconosce che si tratta di un “documento orientativo” destinato a proporre criteri per l’applicazione futura della formazione sacerdotale in chiave sinodale. Non è una definizione dottrinale né un atto del magistero definitivo.

In altre parole, questo tipo di testi può contenere intuizioni pastorali utili, ma anche formulazioni teologicamente discutibili. Il loro contenuto appartiene all’ambito della riflessione ecclesiale e può essere oggetto legittimo di critica teologica.

Questo è particolarmente importante quando si affrontano questioni che riguardano la costituzione sacramentale della Chiesa. La struttura fondamentale del ministero apostolico non dipende da processi di consultazione, di discernimento comunitario né di dinamiche sinodali. È anteriore a essi. Fa parte della volontà costitutiva di Cristo per la sua Chiesa.

Per questo conviene ricordare un principio fondamentale della teologia cattolica: la Chiesa può riformare le sue strutture pastorali, rinnovare i suoi metodi di evangelizzazione o adattare le sue forme disciplinari. Quello che non può fare è ridefinire ciò che appartiene alla sua costituzione divina.

Il rischio di alcuni documenti recenti non sta tanto nelle loro proposte concrete quanto nello spostamento concettuale che introducono. Quando il linguaggio ecclesologico comincia a presentare il ministero ordinato come una realtà ridefinibile dalla comunità, si apre una porta che conduce a una comprensione funzionale del sacerdozio.

E quella comprensione —anche se espressa con linguaggio cattolico— si avvicina di più alla logica ecclesologica della Riforma protestante che alla tradizione sacramentale della Chiesa.

La questione, quindi, non è una disputa terminologica né una polemica interna in più. È una questione di identità teologica. Il ministero ordinato non è una struttura che la Chiesa possa riconfigurare a piacimento. È un sacramento istituito da Cristo che appartiene alla costituzione stessa della Chiesa.

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