ANALISI. La Santa Sede e la FSSPX: quando gli estremi si toccano

Di: Martin Grichting

ANALISI. La Santa Sede e la FSSPX: quando gli estremi si toccano

Già nel V secolo, San Vincenzo di Lérins si chiedeva: «Esiste progresso nella religione?». E era sicuro di sì, che esisteva, e inoltre era grande. Ma doveva essere un progresso, non un cambiamento. Vincenzo descriveva così il compito della Chiesa: «Non modifica mai le verità della fede che le sono state affidate, non toglie nulla né aggiunge nulla. (…). Che cos’altro ha voluto ottenere con le decisioni dei concili se non che ciò che prima si accettava con semplicità si creda poi con maggiore certezza; ciò che prima si predicava con maggiore disinvoltura si annunci poi con maggiore enfasi; ciò che prima si conservava con tranquillità si insegni poi con maggiore cura?» (Commonitorium; 23).

Quando si tratta della questione del ministero episcopale, e quindi anche della potestas sacra, si possono applicare precisamente queste parole di Vincenzo di Lerino: col tempo, la Chiesa, guidata dallo Spirito Santo, ha concretizzato e approfondito la sua dottrina di fede al riguardo, senza mai modificare la sua essenza.

Nel primo millennio esisteva una pratica ecclesiastica e sacramentale riconosciuta, ma non si era ancora sviluppata una teologia profonda sul sacramento dell’ordine. Il vescovo era il principio visibile dell’unità e il principale celebrante dell’Eucaristia, in unione con il Papa e il collegio episcopale.

Nel secondo millennio, a causa soprattutto della scolastica di Tommaso d’Aquino, la valutazione cambiò. Questa fu anche l’epoca in cui il carattere sacrificale della Santa Messa passò a occupare un posto più centrale nella teologia. Si cambiò il focus e si pose la domanda: qual è l’essenza del sacerdozio? Si riconobbe che era principalmente offrire il sacrificio della Messa. Ma questo lo poteva già fare il sacerdote. Pertanto, si pose la domanda: che cos’è allora il ministero episcopale? Che cosa si aggiunge in più? Era forse un grado proprio del sacramento dell’ordine?

La tendenza della teologia era dire: non può esserci una maggiore pienezza sacramentale, perché già esiste. Piuttosto, il ministero episcopale è un’ampliamento giuridico: si aggiunge l’aspetto della direzione; il ministero episcopale è il sacerdozio ampliato giuridicamente.

Questo fu anche il periodo in cui si affermò il potere assoluto del Papa sulla Chiesa (primato giurisdizionale). In questa visione fortemente giuridica e centralista, i vescovi apparivano principalmente come delegati e rappresentanti del Papa, meno come successori degli apostoli. Di fatto, ricevevano dal Papa la giurisdizione che li distingueva dai sacerdoti. Questo portò, in casi estremi, a che alcuni vescovi non avessero ricevuto l’ordinazione sacerdotale o episcopale. La nomina da parte del Papa si considerava l’essenza del ministero episcopale. Per le funzioni puramente «cultuali» (sacramentali), molti vescovi dell’Impero Romano Germanico mantenevano un vescovo ausiliario.

Questa divisione della potestas sacra in potestà d’ordine e potestà di giurisdizione fu devastante. Di fatto, condusse a una giuridificazione della Chiesa, dopo la quale scomparve il suo mistero sacramentale. La Chiesa si avvicinò così alle organizzazioni secolari, in particolare allo Stato moderno, che chiarificava le sue strutture e nominava il personale necessario anche con mezzi puramente giuridici. Come poteva la Chiesa sembrare divina se agiva in modo così umano e giuridico come lo Stato? Una delle ragioni della Riforma risiedeva precisamente in questa auto-secolarizzazione della Chiesa.

Con il Concilio Vaticano II si assistette a un ritorno alla teologia dei Padri della Chiesa del primo millennio. Questo permise di approfondire la dottrina della Chiesa, chiarendo che la Chiesa si basa principalmente sui sacramenti. Il vescovo è il centro della vita sacramentale della sua Chiesa particolare. Egli è il vero celebrante dell’Eucaristia. I sacerdoti lo fanno nella sua missione.

Se la Chiesa, nel senso di questo nuovo accento, si concepisce principalmente in termini sacramentali, questo deve applicarsi anche alla sua guida. Il diritto è, pertanto, necessario in secondo luogo per ordinare ciò che prima si trasmette attraverso il sacramento. Ma non è il nucleo della Chiesa e della sua organizzazione. Gli apostoli non nominarono i loro successori, ma li inviarono con l’imposizione delle mani.

Di conseguenza, il Concilio Vaticano II chiarì in Lumen Gentium (LG) 21: «Insegna, dunque, questo santo Sinodo che nella consacrazione episcopale si conferisce la pienezza del sacramento dell’ordine». Il ministero episcopale non è, pertanto, una semplice estensione giuridica del sacerdozio, ma la pienezza del sacramento dell’ordine.

E il sacramento stesso, come tale, conferisce fondamentalmente tutto ciò che è necessario per il governo: «La consacrazione episcopale, insieme con l’ufficio di santificare, conferisce anche gli uffici di insegnare e di reggere, i quali, tuttavia, per la loro stessa natura, non possono essere esercitati se non in comunione gerarchica con la Cabeza e i membri del Collegio».

Il papa Paolo VI lo chiarì nella Nota explicativa praevia, parte integrante della Lumen Gentium: «Nella consacrazione si dà una partecipazione ontologica dei ministeri sacri, come consta, senza dubbio alcuno, dalla Tradizione, anche quella liturgica».

Compete, dunque, all’autorità ecclesiastica determinare con maggiore precisione, attraverso il diritto canonico, come deve essere esercitato il dono sacramentale al servizio della Chiesa universale e delle Chiese particolari (come vescovo diocesano, vescovo ausiliario, prefetto di un dicastero, ecc.). Questa è la compito del Papa, la cui autorità non è stata, pertanto, diminuita dal Concilio Vaticano II. Ma il sacramento dell’ordine è in sé stesso il fondamento ontologico (abilitazione) per esercitare la potestà di governo. Quest’ultima non può essere conferita senza il primo.

Il papa Francesco ha respinto il Concilio Vaticano II e è tornato a una teoria preconciliare, concedendo ai laici la potestà di governo (potestas ordinaria vicaria), per esempio, alla «prefetta» del Dicasterio per i Religiosi. Questi non hanno alcuna capacità per esercitare la potestà di governo. Pertanto, nel peggior senso preconciliare, qui c’è una divisione tra il potere d’ordine e il potere di governo.

Il cardinale Ouellet, che naturalmente è consapevole dell’impossibilità di un approccio simile, ha cercato allora un’altra via d’uscita: la mancanza di abilitazione per ricevere il potere di governo potrebbe essere sanata da alcuni «carismi» che sarebbero conferiti dallo Spirito Santo. Qui è chiaro quanto sia importante il Filioque del Credo: lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio. Pertanto, non può né vuole agire indipendentemente dal Figlio. Pertanto, non può provocare cose nella Chiesa senza il Figlio o addirittura contro di lui. L’affermazione di Ouellet è, pertanto, una teofantasia. Scelgo questo termine per non menzionare categorie canoniche.

La separazione tra il potere sacramentale e quello giurisdizionale, il rifiuto del Concilio Vaticano II, gioca ora anche un ruolo nell’annuncio della consacrazione di «vescovi ausiliari» da parte della Fraternità San Pio X. Questa rifiuta anch’essa —in modo esplicito— la Lumen Gentium 21 (cf. Annesso II della lettera del 18 febbraio 2026). Qui si vede come gli estremi si incontrano.

La Fraternità San Pio X dichiara, in senso preconciliare, che la potestà di governo dei vescovi è conferita direttamente dal Papa, non attraverso il sacramento dell’ordine e una determinazione canonica. Anche in questo caso si sottolinea la divisione della potestas sacra in potestà d’ordine e potestà di governo.

In questo punto, la Fraternità è d’accordo con il Papa Francesco e con i cardinali Ouellet e Ghirlanda. L’autorità ecclesiastica deriva, pertanto, nel senso di un superpapalismo, esclusivamente dall’onnipotenza giuridica papale. E questo contraddice la Lumen Gentium, che precisamente nel senso di Vincenzo di Lerino ha dichiarato esplicitamente qualcosa che si era sempre creduto implicitamente. Fare marcia indietro oggi significa dividere la Chiesa.

Allontanarsi dalla dottrina della Chiesa porta sempre a aporie. Il disperato tentativo del cardinale Ouellet ne è un esempio. Ma lo è anche ciò che sta cercando di fare la Fraternità San Pio X.

Di fatto, la mera affermazione della Fraternità che i vescovi che dovrebbero essere consacrati sarebbero vescovi ausiliari, che pertanto non eserciterebbero alcuna potestà di governo (e quindi non violerebbero affatto il CIC, can. 1387), pone una domanda: che cos’è in realtà la Fraternità San Pio X?

In teoria, dovrebbe trattarsi di una diocesi. Di fatto, solo queste dispongono di vescovi ausiliari. Ma, in realtà, la Fraternità San Pio X è un’entità che appartiene al settore degli ordini religiosi. Tuttavia, qui non ci sono vescovi.

Gli ordini religiosi, di fatto, devono la loro esistenza a un carisma. Sono espressione della libertà di associazione dei fedeli e non appartengono alla struttura gerarchico-sacramentale della Chiesa. Per questa ragione, nemmeno gli antichi benedettini hanno vescovi propri, ma chiedono a un vescovo diocesano o a un vescovo ausiliario di una diocesi di ordinare sacerdoti ai loro fratelli.

Allora, la Fraternità San Pio X è una diocesi? Secondo la teoria della Fraternità descritta in precedenza, secondo la quale tutta la giurisdizione deriva dal Papa, solo il Papa può istituire diocesi. Il Papa ha istituito la Fraternità San Pio X come diocesi?

Anche se la Fraternità avesse lo status di diocesi o qualcosa di simile e, al tempo stesso, i vescovi ausiliari non esercitassero alcuna giurisdizione all’interno della Fraternità, ma fosse un superiore generale eletto, attualmente il P. Davide Pagliarani, a farlo, sorge la domanda: da dove deriva allora la potestà di governo del «superiore generale» (un termine del diritto canonico relativo ai religiosi), inclusa la giurisdizione sui vescovi ausiliari?

Secondo la teoria della Fraternità San Pio X, la potestà di governo può derivare solo dal Papa. Il padre Pagliarani è stato nominato dal Papa e gli è stata conferita la potestà di governo? Evidentemente no.

Risulta particolarmente ironico che sia stato eletto dai membri della sua istituzione. Se si considera la difficoltà che ha la Fraternità con i risultati della Rivoluzione Francese, tale legittimazione del superiore «dal basso», da parte dei membri, risulta piuttosto strana. Di fatto, un’organizzazione che lamenta l’aristocrazia pratica al suo interno un principio democratico per determinare l’autorità e conferirla. Anche qui si vedono aporie su aporie.

La soluzione, se mai si troverà, potrà essere identificata solo sulla base della dottrina della Chiesa. Il papa Leone XIV deve sanare la frattura del Concilio, causata dal suo predecessore e da lui stesso sostenuta fino ad ora. E la Fraternità deve separarsi dalle teorie scolastiche sul ministero episcopale, che la Chiesa ha intanto approfondito. Allora ci incontreremo a metà strada: nella dottrina della Chiesa, così come è stata presentata per l’ultima volta dal Concilio Vaticano II.

Lo stesso vale per la liturgia. Finché la Santa Sede continuerà ad affermare con presunzione che la liturgia attualmente in vigore è fedele a quanto stabilito nella Sacrosanctum Concilium (SC), non ci sarà mai accordo.

Di fatto, dove si parla nel Concilio della celebrazione versus populum? Che ne è del latino, che dovrebbe essere conservato in tutte le parrocchie e comunità (cf. SC 36)? Senza un’ammissione di colpa da parte della Santa Sede per non aver applicato fedelmente il Concilio, non ci saranno miglioramenti.

E al tempo stesso, esigere obbedienza (riguardo alla liturgia), ma ignorare il proprio Concilio (riguardo a LG 21), costerà alla Sede Apostolica un maggiore rispetto da parte di molti fedeli.

Questi sono solo alcuni punti. E senza dubbio c’è anche un lato umano, come in tutte le cose.

Abbiamo un prefetto del Dicasterio per la Dottrina della Fede che ha cercato di legittimare la benedizione delle coppie omosessuali, con l’approvazione del Papa. Assegnare a questa persona la Fraternità San Pio X come interlocutore ha tanto senso quanto voler dialogare con il barone di Münchhausen sul concetto di verità.

Il papa Leone XIV si è pronunciato in diverse occasioni sulla questione dell’intelligenza artificiale. Questo è lodevole e importante. Ma nel caso che ci occupa, si tratterebbe prima di tutto di fare uso dell’intelligenza naturale. E si tratterebbe di invocare lo Spirito Santo, non come autore di carismi chimerici, ma come colui che, così come lo descrive Vincenzo di Lérins, accompagna la Chiesa ad approfondire sempre di più, senza alterarne l’essenza, ciò che Gesù Cristo le ha lasciato in eredità.

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